Anche se in Italia facciamo fatica, all’estero chiamano Putin per quello che è: un fascista. - THE VISION
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Vladimir Putin è un fascista. Questa frase non la leggiamo e non la ascoltiamo in Italia, avendo l’abitudine di associare il fascismo al ventennio di Mussolini e ai suoi eredi politici e spirituali. Da un lato la destra si inalbera sentendo parlare di qualcosa che si ricollega ai contrasti che associa al mantra “antifascismo in assenza di fascismo”. Dall’altro la sinistra non potrebbe mai usare quella parola per un politico russo, per giunta un ex funzionario del KGB. In Italia il fascismo è prevalentemente Faccetta nera, balilla, fasci littori e quella roba lì. Posto che abbiamo sul serio al governo diversi esponenti nostalgici di quell’epoca, e quindi riconducibili al neofascismo, non abbiamo ancora compreso fino in fondo l’accezione odierna, e soprattutto internazionale, del termine “fascismo”.

Ho cercato fascism sul Cambridge Dictionary e ho tradotto la definizione: “Un sistema politico basato su un leader molto forte, sul controllo statale e sull’estremo orgoglio del territorio e della razza, nel quale l’opposizione politica non è permessa”. Non è dunque un caso che all’estero Putin venga considerato un fascista: rispecchia in pieno la descrizione appena letta. Fuori dal Bel Paese, nessuno usa questo termine riferendosi a Mussolini e al nostro regime, a meno che non si parli esplicitamente dell’Italia; è più un modo di intendere la politica attraverso la prevaricazione, la violenza, l’autoritarismo. Nel corso dei decenni sono stati accusati di avere metodi fascisti anche personalità di sinistra, come ad esempio certi dittatori sudamericani che non avevano un’appartenenza alla destra e che addirittura potevano seguire canoni persino vagamente marxisti.

Per molti esponenti della sinistra italiana – cittadini e politici – è impensabile definire Putin un fascista, soprattutto per i trinariciuti aggrappati alla fallacia logica di una Russia ancora comunista. Lo stesso mondo sovietico applicava però metodi fascisti, con l’accezione del termine slegata da quella storica del nostro partito mussoliniano. Oggi essere fascisti vuol dire sopprimere le libertà, silenziare le opposizioni, aderire a un modello di egemonia politica, sociale e culturale basata sulla vessazione come arma di controllo. Il nazionalismo stesso sfocia nel fascismo. Un poliziotto che prende a manganellate uno studente indifeso è un fascista, a prescindere dalla croce che poi metterà alle urne. Uno Stato che si arrocca sulla militarizzazione della nazione è uno Stato fascista. Nel gergo internazionale, l’odio stesso ha una parentela con il fascismo.

Per la Russia di Putin sono stati coniati anche termini derivativi, come ruscism, tecnicamente russian fascism. Se prendiamo il simbolo Z, quello usato soprattutto dai soldati russi durante l’invasione in Ucraina, sempre gli stessi dizionari stranieri lo associano all’estremismo di destra. La Z è stata comparata alla svastica nazista, e in alcuni casi viene chiamata zwastika. Per questo non riesco a spiegarmi la passione per la Russia di Putin da parte dei veterocomunisti, o anche delle semplici persone di sinistra convinte che l’antioccidentalismo sia un atto riconducibile alle “nostre battaglie”, vedendo in Putin l’alfiere che le porta avanti. Non è così. Dovremmo abbandonare un provincialismo che è anche linguistico, accorgendoci delle evidenze che spesso vengono negate a causa di una nebbia ideologica che ci impedisce di vedere oltre il nostro naso.

So che molti non potranno accettarlo, verrebbero meno i pilastri di un pensiero radicalizzato sul manicheismo, sul dogma di una Russia antifascista perché ha sconfitto i nazisti – fatto storico reale, ma se è per questo ci si era anche alleata, con il Führer –, perché ha portato avanti la dottrina marxista – in realtà sconfessandola sin da subito, con il socialismo in un unico Paese e con altre azioni distanti dal verbo del Manifesto – e perché falce e martello non collimano con il fascio littorio. La lingua, però, si evolve seguendo le rotte della società, si assesta dopo moti e trambusti che determinano un’evoluzione anche del lessico politico. Per cui il fascismo non ha già da tempo solo una collocazione partitica. O, almeno, non è solo quello che intendiamo noi italiani.

Se quindi dovessimo seguire fedelmente le definizioni dei dizionari stranieri, non sarebbe di certo un’eresia considerare Putin un fascista. D’altronde Putin ha come riferimenti personalità dagli spiccati tratti ultranazionalisti – il filosofo Ivan Ilyin, amico di Goebbels, per il passato – o dai tratti rossobruni che toccano il nazismo – Aleksandr Dugin, ideologo che intitola un’università allo stesso Ilyin, per il presente. La Russia ha mandato in Ucraina, come anche in Africa, in Siria e in altri Paesi, il gruppo Wagner, milizia considerata un “esercito ombra” del Cremlino ed esplicitamente nazista. Eppure non se ne può parlare, perché lo stesso Putin usa la vittoria contro i nazisti durante la Seconda guerra mondiale come passepartout per schivare qualsiasi tipo di accusa di fascismo. Ci tiene a precisarlo, e usa l’antinazismo persino quando deve invadere una nazione. Dunque la guerra in Ucraina diventa una denazificazione di Kiev. Usando milizie naziste e nemmeno chiamandola “guerra”, come se avessimo tutti l’anello al naso. Putin all’estero viene definito un fascista anche perché in Russia il dissenso deve essere controllato, emarginato e poi eliminato. In teoria è fascista qualsiasi azione che vada contro la democrazia, e la Russia non solo è essa stessa una nazione non democratica, ma ha come principali alleati politici e Stati che sull’antidemocrazia hanno basato il proprio credo. Penso a Lukashenko in Bielorussia, Assad in Siria prima della fuga (in Russia, ovviamente), o alle alleanze sempre più strette con la Cina e la Corea del Nord. E, come ogni fascista, spiega al mondo che la democrazia non è l’unico modello politico praticabile.

Alexandr Dugin

Riflettendoci bene anche gli alleati di Putin non sono canonicamente associati alla destra, eppure è tangibile l’aderenza di, un esempio a caso, Kim Jong-un ai metodi fascisti. Ripeto: non quelli che noi italiani associamo al partito fascista del ventennio, ma un insieme di atteggiamenti vessatori e liberticidi che la comunità internazionale ha declinato secondo una nuova logica semantica. Lo stesso Umberto Eco quando parlava di “fascismo eterno” si riferiva all’evoluzione del termine e al superamento del perimetro mussoliniano dell’ideologia. Ad esempio Donald Trump ha atteggiamenti decisamente fascisti, anche se probabilmente non ha mai letto un libro sul Duce ne è appassionato di Storia del Novecento. Eppure diversi giornali statunitensi, quelli fuori dalla sua zona di influenza, lo definiscono un fascista perché basa la sua leadership sul potere incontrastato, sull’umiliazione e la censura degli avversari, sull’insurrezione come gesto contro le stesse istituzioni, come l’assalto a Capitol Hill. Incatenare e deportare i migranti è qualcosa di estremamente fascista, così come per Putin rapire e deportare migliaia di bambini ucraini.

In Italia continuiamo a non rendercene conto. Viene giustificata una forma di fascismo, come quella di Putin, anch’essa nerissima, anche se qualcuno si illude di intravedere un altro riflesso cromatico. I Barbero, i Vauro e i Santoro non sono – almeno credo e spero – degli uomini al soldo del Cremlino, eppure portano avanti la propaganda di Putin perché considerano la Russia la loro culla e, ancor maggiormente, la nemica del capitalismo occidentale. Rispetto ad altri personaggi, non sono i classici filoputiniani che devono seguire vecchi legami politici – leghisti e grillini – ma innamorati di un concetto di Russia superato, e umiliato, dalla Storia. Lo stesso può valere anche per qualche esponente di AVS o di Potere al Popolo. È possibile che siano presenti, seppur in minoranza, anche nel PD. Non sono tecnicamente dei putiniani, ma non riescono ad ammettere che Putin sia un fascista. E non sono in grado di farlo proprio perché il nostro significato della parola “fascismo” è diverso rispetto a quello presente nei dizionari stranieri. Forse siamo condannati a parlare di fascismo solo riferendoci alla Marcia su Roma e all’Abissinia, non arrivando mai all’accezione che negli altri Paesi viene adottata per descrivere un atteggiamento più che un orientamento politico. Dobbiamo però farcene una ragione: fuori dai nostri campanili Putin è a tutti gli effetti un fascista, e il fatto che abbia così tanti sostenitori o giustificatori italiani, anche e soprattutto “dalla nostra parte politica”, è una delle tante sconfitte della sinistra italiana.

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