Senza politiche di ridistribuzione della ricchezza la crisi alimenterà una violenta lotta di classe - THE VISION

Da un punto di vista sanitario è sicuramente presto per valutare l’efficacia delle misure prese con il Dpcm di domenica 24 ottobre. Tra le norme più controverse ci sono la chiusura alle 18:00 di bar, pub, ristoranti e altri servizi di ristorazione, la didattica a distanza al 75% per le scuole superiori e la chiusura di cinema e teatri, così come di palestre e piscine, con la sospensione anche di eventi e competizioni sportive (eccezion fatta per quelle indicata dal Coni).

Quello che si può capire fin da ora, però, è che le proteste suscitate dalle misure adottate sono radicalmente diverse dalle manifestazioni dei negazionisti del Covid che hanno cercato di riempire le piazze del mondo negli ultimi mesi, né sono riducibili all’azione isolata di gruppi criminali o di estrema destra. In primo luogo, lo scontento di molte persone dipende dalla sensazione che non si sia fatto abbastanza quando la pandemia ci stava dando tregua: lo status quo nel trasporto pubblico, la mancata entrata e uscita a tempi sfasati nelle scuole, il rafforzamento delle terapie intensive che è stato realizzato solo a metà rispetto a quanto previsto dal ministero della Salute. Ma la ragione più profonda sta nell’iniquità delle misure adottate e nella frattura che l’azione governativa ha aperto nel tessuto sociale italiano.

La frattura è quella tra lavoratori dipendenti e liberi professionisti, tra chi ha un contratto di lavoro e chi invece deve necessariamente tenere aperto e vendere per sopravvivere, che sia un prodotto commerciale o una performance artistica. Da una parte, c’è chi continua ad avere un reddito garantito nonostante le restrizioni, dall’altra chi rischia di perdere tutto perché chiudendo l’attività o dovendo smettere di lavorare non avrà più alcun introito. Se è vero che anche i lavoratori dipendenti con un regolare contratto sentono e sentiranno gli effetti economici del virus, è innegabile che le misure restrittive vadano a colpire oggi con maggiore veemenza chi rischia di trovarsi senza lavoro e senza reddito da un giorno all’altro, magari con figli a carico, un mutuo da pagare o un’attività appena aperta. 

È questo il fil rouge che lega tra loro le manifestazioni degli ultimi giorni: a Cosenza sono scesi in piazza i titolari di palestre e piscine, a Torino i tassisti. Momenti di tensione si sono registrati a Salerno e a Catania, mentre nuovi cortei sono stati condotti a Siracusa e a Napoli contro le chiusure anti-Covid e a Trieste hanno manifestato ristoratori e proprietari di locali in piazza dell’Unità. Ma il dissenso non si vede solo in strada: i lavoratori del mondo della cultura e dello spettacolo hanno lanciato una petizione rivolta alle autorità affinché vengano riaperti cinema e teatri. Anche la Federazione Italiana Pubblici Esercizi (FIPE) ha fatto sentire la propria voce, convocando per mercoledì 28 ottobre una manifestazione nei capoluoghi di provincia di regione per portare in piazza la frustrazione dei locali e del mondo della ristorazione.

I dati evidenziano come questa parte della popolazione stia pagando il prezzo più alto della crisi economica. Come ha sottolineato un report del World Economic Forum, la pandemia ha accresciuto le disuguaglianze economiche tra lavoratori ad alto reddito, che hanno potuto continuare le proprie attività da remoto, e chi invece non ha avuto la stessa possibilità. I lavoratori a basso reddito sono inoltre quelli più rappresentati in categorie come hotel, ristorazione, sport, turismo e mondo dello spettacolo, ovvero le prime che hanno dovuto chiudere. Secondo una stima fatta prima della seconda ondata da Confesercenti, erano già 90mila le imprese pronte a chiudere tra l’autunno e la fine dell’anno. Imprese che ovviamente non sono né Eni, né Finmeccanica, né tanto meno i giganti del web. Secondo un sondaggio condotto dall’Istat, infatti, il rischio di chiusura è inversamente proporzionale alla grandezza dell’impresa: del 40,6% per le micro-imprese, del 33,5% per le piccole, del 22,4% per le medie e del 18,8% per le grandi aziende. Per quanto riguarda i settori più colpiti, il rischio di chiusura è più alto proprio nei settori dell’alloggio e della ristorazione (65,2%) e di sport, cultura e intrattenimento (61,5%).

Le misure adottate dal governo, però, non tengono conto di questo disagio e vanno a colpire proprio le categorie più fragili: freelance, piccole attività commerciali, liberi professionisti e partite IVA. Il prezzo della crisi non è equamente distribuito, ma caricato sulle spalle dei soliti pochi e infelici. Questo genera rabbia, frustrazione e risentimento in frange della società già caratterizzate da scarse protezioni legali, rischio depressione e precarietà. Il disagio si indirizza poi verso un’altra categoria, quella dei lavoratori dipendenti, che in questa situazione hanno avuto maggiori tutele grazie al blocco dei licenziamenti e alla proroga della cassa integrazione in deroga. Si prospetta così una sorta di nuova lotta di classe, dove le parti in campo non sono più identificate dalle proprietà possedute, come era nel caso di borghesi e proletari. Oggi, la frattura da cui scaturisce il conflitto è stabilità esistenziale stessa, simboleggiata dalla possibilità di continuare ad avere delle entrate. La divisione nel Paese è testimoniata anche dal sondaggio SWG sulle misure dell’ultimo Dpcm: il 61% degli italiani le ritiene inadeguate, ma per ragioni molto diverse. Il 36% pensa che siano insufficienti e il 25% le giudica al contrario eccessive. È facile vedere in questa polarizzazione il conflitto tra chi, con un reddito garantito, è maggiormente preoccupato per l’andamento epidemiologico e chi, invece, con il rischio concreto di fallire da un giorno all’altro, non può permettersi le perdite dovute alle restrizioni.

Non bisogna poi sottovalutare chi è pronto a gettare benzina sul fuoco, spingendo il Paese nel caos solo per perseguire i propri interessi, politici o economici che siano. C’è chi potrebbe approfittarne per accrescere i propri voti nei sondaggi, come Salvini, il quale ha già cambiato posizione sul virus svariate volte nel fallito tentativo di cavalcare l’onda dello scontento. Qualcuno vorrebbe sfruttare l’occasione per ottenere maggiore visibilità, come i neofascisti di Forza Nuova che si sono infiltrati nelle manifestazioni di Napoli, i gruppi di estrema destra che hanno sfilato lunedì sera a Milano o quelli di ultrà a Torino. E forse è ancora più pericolosa la criminalità organizzata, la quale si avvantaggiata di una “Covid economy” sempre più diseguale, dove migliaia di cittadini si trovano davanti alla scelta se chiudere la proprie attività o rinunciare alla legalità. D’altra parte non bisogna fare l’errore di minimizzare le proteste a cui stiamo assistendo, riducendole all’iniziativa di pochi facinorosi violenti, sobillati da criminali o black bloc: il disagio è reale, il malessere forte e il conflitto sociale evidente. Non affrontarlo sarebbe un errore imperdonabile.

Militanti di Forza Nuova in Piazza Antenore a Padova

Il conflitto tra autonomi e lavoratori dipendenti nasce quindi da un tessuto produttivo fragile e dalle politiche promosse dal governo, che rischiano di essere tardive e insufficienti. Martedì sera, il Consiglio dei ministri ha approvato il “decreto Ristori” per compensare coloro che hanno dovuto cessare o ridurre le proprie attività a causa delle misure contenute nel Dpcm di domenica. Il governo ha stanziato 5 miliardi di euro in finanziamenti a fondo perduto, che dovrebbero arrivare entro il 15 novembre per chi ha aderito alla prima edizione con il “decreto Rilancio” di aprile. Una misura certamente utile, ma che comunque consiste in un prestito senza interessi e non in un’entrata sicura, seppur ridotta, come la cassa integrazione in deroga per i lavoratori dipendenti.

Questo conflitto rischia inoltre di distogliere l’attenzione da coloro che si sono veramente arricchiti durante la pandemia. Secondo un report della banca svizzera UBS, negli ultimi mesi, i miliardari di tutto il mondo hanno visto le loro fortune crescere del 27,5%, raggiungendo la cifra astronomica di 10 trilioni di dollari. Mesi fa, la giornalista e attivista Naomi Klein aveva già segnalato in un articolo sul Guardian il fatto che i giganti dell’high-tech come Google, Facebook o Amazon stessero aumentando sostanzialmente i loro profitti grazie alla crescita dell’e-commerce e il maggior tempo passato in rete. Un esempio su tutti: grazie all’aumento del valore delle sue azioni, Jeff Bezos (fondatore e CEO di Amazon) è passato da un patrimonio di 115 miliardi di dollari di inizio 2020 ai 202 miliardi di dollari di quest’estate.

Naomi Klein

Il momento che stiamo vivendo è estremamente delicato, forse più dal punto di vista sociale che da quello sanitario. Se durante la prima ondata le misure restrittive erano state accettate con un grande sforzo collettivo da larga parte della popolazione, facendo trionfare un certo senso il contratto sociale, oggi quella forza sembra scricchiolare. Il tessuto sociale è fragile, sfilacciato, le persone stanche e deluse. Gli italiani sono psicologicamente più deboli, più poveri e più arrabbiati per una situazione che, forse, poteva essere gestita diversamente fin dall’inizio. A pagarne le conseguenze maggiori sono i lavoratori autonomi, privi di tutele e di garanzie, che potrebbero vedere un nemico nei lavoratori dipendenti, in una lotta di classe artificiosamente costruita dall’inadeguatezza delle politiche adottate e dall’incapacità di ascoltare i bisogni dei cittadini. La situazione rischia di degenerare e di spaccare davvero l’Italia, esacerbando un conflitto che non toccherebbe in modo paradossale chi veramente si è arricchito grazie alla pandemia. La nostra classe dirigente dovrebbe evitare che la situazione degenerasse e sforzarsi di tenere unito il Paese. Per farlo, non basteranno le dirette di Conte nel fine settimana, servono politiche sociali e coperture adeguate, in grado di dare stabilità e certezze alle categorie più fragili ed esposte. Serve una politica lungimirante, in grado di gestire la complessità italiana, che tenga conto del malessere presente tra la popolazione, agli albori di un “inverno del nostro scontento” che si preannuncia uno dei più lunghi e difficili della storia della nostra nazione.

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