La peggiore opposizione possibile

Per misurare lo stato di salute di una nazione ci si affida di solito al giudizio sul governo in carica. Le forze politiche che esercitano il potere esecutivo vengono individuate come uniche responsabili dell’andamento del Paese e del suo livello di democrazia. Forse dovremmo iniziare a considerare un’altra prospettiva: quanto più è credibile l’opposizione, tanto più è positivo lo stato di salute della democrazia in un Paese. Da questa prospettiva, se è vero che probabilmente non abbiamo il migliore dei governi, di certo abbiamo la peggiore delle opposizioni.

Nei giorni scorsi il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha invitato le forze di opposizione agli “Stati Generali” dell’economia, tenuti nella cornice romana di Villa Pamphilj. È stato chiesto alla destra italiana di collaborare e di programmare insieme al governo la ripartenza del Paese, ma l’opposizione si è rifiutata di partecipare, invitando Conte a presentarsi in Parlamento, un luogo istituzionale più adatto per confrontarsi. Quando il 17 giugno Conte ha seguito il loro consiglio, presentandosi alle Camere per un’informativa in vista del Consiglio europeo, si è trovato di fronte a una scena surreale. I parlamentari della Lega hanno abbandonato l’aula – non di certo per un Aventino delle coscienze, ma per strategia mediatica –, mentre quelli di Fratelli d’Italia non si sono nemmeno presentati. In effetti, poteva suonare strano il panegirico dell’opposizione sul valore della presenza in Parlamento, considerando l’assenteismo cronico di Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Oltre a smentire ogni dubbio sulla loro conversione sulla via di Damasco, il gesto delle destre ha dimostrato una realtà sempre più evidente: l’opposizione non opera né per il bene del Paese né seguendo una sua presunta ideologia, ma si nutre esclusivamente di propaganda e ostruzionismo.

È lecito, anzi fondamentale, che l’opposizione svolga il suo compito di sentinella attraverso una contrapposizione anche dura, che combatta il governo con qualsiasi arma a disposizione e che non indietreggi di un millimetro di fronte agli errori degli avversari politici. È sinonimo di libertà: le più atroci dittature sono sorte con la censura o la distruzione dell’opposizione, mentre le democrazie si basano su un rapporto tra governo e opposizione agguerrito ma costruttivo, antitetico ma su un progetto comune legato al bene della propria nazione. È da questo presupposto che nel 1826 è nata nel Regno Unito la Majesty’s Most Loyal Opposition, per poi arrivare a veri propri governi ombra e a un riconoscimento del ruolo dell’opposizione, con government and opposition che rappresentano un binomio inscindibile nella vita parlamentare britannica. Quando stanno all’opposizione, le forze politiche non sono, o non dovrebbero essere, la rappresentanza di loro stesse, ma di un popolo intero. Quando queste non hanno diritti e vengono calpestate, come avviene in Ungheria, in Russia, in Turchia e in molte altre nazioni segnate dall’autoritarismo dei loro leader, significa che il Paese in generale è ingabbiato, che la libertà è limitata e la democrazia inizia a deteriorarsi fino a svuotarsi del tutto del suo significato. Allo stesso tempo è controproducente il meccanismo che porta l’opposizione a destabilizzare una nazione soltanto per un tornaconto personale, con l’unico intento di screditare il governo e senza avere alcuna proposta costruttiva da presentare in opposizione a quella del governo. Proprio quello che sta succedendo in Italia.

È inutile negare che questo sia un modo molto comodo di trovarsi all’opposizione. L’ha provato in prima persona il M5S, che dopo un quinquennio passato a stigmatizzare qualunque autorità e forma di potere si è poi ritrovato a sfaldarsi e a rendersi conto delle difficoltà che arrivano nel momento di prendere le decisioni e assumersi responsabilità di governo. Ovvero quando tu diventi il potere. Se ne è accorto anche Salvini, che ha abbandonato il precedente governo schivando una manovra economica delicata e preferendo la vita da urlatore. Fallito lo scorso agosto il tentativo di ottenere “pieni poteri”, ha preferito strategicamente passare dall’altra parte della barricata. La logica è tanto semplice quanto infantile, anche se spesso efficace: davanti all’incapacità di mantenere gran parte delle sue promesse elettorali (accise, flat tax, rimpatri degli immigrati irregolari, che sono stati meno di quelli del governo Renzi), mentre quelle portate a termine (Quota cento e tutte le misure economiche) avevano fatto crollare i principali parametri dell’economia portandoci in recessione, stare all’opposizione gli ha di nuovo permesso di martellare con la sua propaganda fine a se stessa, incolpando il governo per qualsiasi problematica del Paese. E pazienza se le ultime esperienze con la Lega al governo (Berlusconi 2008 e Conte 2018) sono state disastrose, con l’Italia a un passo dal default e la creazione di leggi –  come i decreti sicurezza – lesive dei diritti umani.

Quello che l’opposizione ha prodotto in questi mesi di pandemia ha trovato sfogo nelle manifestazioni di piazza del 2 giugno. Anche in questo caso, è lecito manifestare per esprimere il proprio malcontento e per far sentire una voce diversa da quella governativa. È l’essenza della democrazia. È però da irresponsabili farlo in piena emergenza sanitaria senza alcun rispetto per il distanziamento, l’uso delle mascherine e tutte le norme che gli italiani sono tenuti a seguire da mesi. Salvini e Meloni hanno reagito alle critiche come se fossero stati rimproverati per la manifestazione in sé, parlando di fantomatici tentativi di censura contro l’opposizione. È un modo maldestro per sviare la questione, considerando che il problema non era la destra in piazza, ma i selfie senza mascherina e gli assembramenti di migliaia di persone. Hanno provato a replicare con il solito benaltrismo: “e allora la gente in piazza il 25 aprile?”. In quel caso si trattava di festeggiamenti spontanei (e ugualmente pericolosi) per la Liberazione, nessun partito ha organizzato raduni ufficiali e di certo non si sono visti Zingaretti o Bersani in mezzo alla folla in contraddizione con le indicazioni sanitarie degli ultimi quattro mesi. È una differenza che chiunque può capire, tranne chi è intenzionato ad avvelenare il dibattito politico e fomentare una parte dell’elettorato contro il nemico di turno.

La strategia dell’opposizione sembra chiara: opporsi a tutto e proporre nulla. Sia chiaro, gli slogan gridati da Meloni e Salvini non sono proposte, ma un vociare convulso e vuoto che rientra nell’astrattismo di chi mira esclusivamente al facile adescamento degli elettori: è comodo promettere una pioggia di soldi quando non sei tu a doverli far arrivare nelle tasche degli italiani cercando però di non distruggere le finanze statali. Non a caso Meloni ha proposto di immettere subito mille euro sul conto corrente degli italiani in difficoltà, evitando in tutti i modi di spiegare come farlo e dove trovare quei soldi. Salvini si è affidato ai suoi capisaldi con cui ciclicamente stuzzica il suo elettorato: condoni vari e pace fiscale, che van bene in tutte le stagioni. Da finanziare chiedendo un risarcimento ultra miliardario alla Cina, colpevole di aver diffuso il virus in tutto il mondo.

Secondo Karl Popper “Ogni opposizione ha la maggioranza che si merita”. In effetti anche chi è attualmente al governo ha compiuto in passato i suoi peccati quando si trovava all’opposizione. Il M5S era fedele alla linea della distruzione senza costruzione, dunque non può biasimare Lega e Fratelli d’Italia, visto che stanno seguendo gli stessi comportamenti che per cinque anni hanno caratterizzato le azioni dei grillini. Al contrario, il centrosinistra ha la colpa decennale di non aver mai creato una barriera reale contro il berlusconismo, dando vita a un’opposizione blanda e minata dalle frizioni interne, tra nuclei, frazioni e frazioncine, spaccature e anime diverse. Tutti i partiti hanno ceduto, chi prima chi dopo, all’ostruzionismo selvaggio: presentare migliaia di emendamenti e inutili ordini del giorno soltanto per bloccare l’attività parlamentare è sempre stato un vezzo di chi non governa, non solo in Italia. L’opposizione attuale ha però un tratto inedito, lo stesso che ha permesso al M5S di arrivare al potere: opporsi a qualcosa di astratto investendo sul potere virale delle fake news.

Per settimane Salvini e Meloni hanno fatto credere agli italiani che il governo avesse firmato il Mes, che il virus fosse nato in un laboratorio cinese, che Silvia Romano fosse una terrorista e tante altre bufale confezionate ad arte e diffuse in cattiva fede. Questo ha portato il leader leghista sul podio dei peggiori bufalari mondiali durante la pandemia, secondo la BBC. L’opposizione dovrebbe essere un pungolo per il governo, non una fucina di odio e falsità che ha il solo obiettivo di avvelenare il dibattito pubblico di un Paese. Dovrebbe avere come priorità il bene del Paese, e non l’ossessione per le percentuali nei sondaggi.

Anche se gli ultimi 40 anni di vita politica italiana ci hanno fatto dimenticare questa possibilità, se solo avessimo un’opposizione virtuosa, o per lo meno decente, ne sarebbe avvantaggiato anche il governo. Prevale invece il tifo da stadio, un rapporto maggioranza-opposizione inteso più come mors tua vita mea. Collaborare con la maggioranza non converrebbe alle forze di destra, che perderebbero la funzione di presunti paladini contro il governo ladro e ridarebbero una dignità di confronto a chi adesso si trova nell’esecutivo. Seguendo la religione dei sondaggi è invece più comodo trincerarsi nell’ostruzionismo a oltranza. Se il governo dice di chiudere, l’opposizione invoca l’apertura; se dice di aprire, chiede a gran voce la chiusura, e via all’infinito. È il paradosso di una politica che non si basa su quel che è giusto, ma su quello che conviene per aumentare il proprio consenso. E a rimetterci sono i cittadini, vittime collaterali di questo inutile fuoco incrociato.

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