L’opposizione italiana ha deciso di perdere anche queste elezioni

Gli ultimi sondaggi sulle elezioni europee si sono chiusi circa due settimane fa e hanno disegnato un quadro molto incerto: due elettori su tre hanno dichiarato di non aver ancora deciso per chi votare. Negli ultimi tempi il M5S sembra aver capito che, per farsi votare, bisogna stare all’opposizione sempre e comunque, se necessario persino all’opposizione di se stessi. Perciò, per risalire di qualche punto nelle classifiche di gradimento, ha iniziato un’apparente contesa con il proprio alleato di governo e ha di fatto bloccato l’iniziativa politica di quello che era già, in ogni caso, il governo più improduttivo nella storia della Repubblica Italiana: come spiega l’Osservatorio OpenPolis, infatti, il numero di leggi approvate in questa legislatura è quasi la metà rispetto alla media degli ultimi 10 anni.

In una situazione tale, con i partiti di governo impegnati a farsi la guerra fra loro, l’opposizione italiana avrebbe gioco facile a offrire all’elettorato il proprio discorso politico e a rivolgersi alla folta platea degli indecisi e degli astensionisti per proporre la sua idea di Europa: le prospettive generali per queste elezioni, per di più, non volgono a favore dei sovranisti e anche in Italia il sentimento europeista continua a essere piuttosto forte, nonostante il successo di formazioni sovraniste e antieuropeiste sul piano nazionale. Invece, questa campagna elettorale si è incentrata poco o nulla sulla visione dell’Europa in gioco, e molto sulla solita personalizzazione dello scontro fra individui. Se la figura prominente della politica italiana è a oggi indubbiamente quella di Matteo Salvini, il suo sfidante più temerario, attivo e vivace nell’opposizione è Carlo Calenda, che specialmente su Twitter possiede un seguito folto e fedele. In occasione della manifestazione della Lega in Piazza Duomo a Milano il 18 maggio, Calenda ha lanciato il guanto di sfida all’avversario, rispondendo alla solita campagna pubblicitaria “Lui non ci sarà” dicendo “Invece ci sarò”. 

Carlo Calenda

Calenda non ha preso affatto bene le critiche che gli sono state mosse da molte persone per questa sua scelta. A chi gli ha fatto notare che insiste a confrontarsi con i peggiori (lo ha fatto persino con Steve Bannon, anche in quel caso fra strette di mano e grandi sorrisi) ha risposto blastando come suo solito. Questa volta a essere sfidati sono stati i Wu Ming, il collettivo bolognese di scrittori molto attivo nel “movimento antifa”. Ne è nata un’interminabile querelle di contrapposti eserciti di follower, noiosa quasi quanto l’ultima stagione del Trono di spade, che tuttavia ha ottenuto l’effetto desiderato: spaccare in mille fazioni diverse e contrapposte la platea social di coloro che si oppongono a questo governo. Un gioco irresistibile all’odio intestino cui si sono aggregati via via altri scrittori e altri politici, finito come finiscono sempre questi giochi: facendo gara a chi ce l’ha più di sinistra.  Mentre molti avviliti pacificatori cercavano di far notare che, a pochi giorni dalle elezioni, dare dei “fascisti inconsapevoli” a Wu Ming o definire Calenda “il nemico” non è esattamente il genere di unità di cui l’opposizione avrebbe bisogno, la lite andava avanti.

L’aspetto più preoccupante di questa rissosità dai tratti settari è che, spostando l’asse della discussione sui quarti di nobiltà antifascista, sulle accuse identitarie e sulle categorizzazioni superficiali, si cade per intero nelle trappole tese da Salvini e dalla sua strategia mediatica. Salvini, infatti, non possiede altro argomento che se stesso, le lacerazioni sociali e l’odio intestino che è in grado di suscitare nella società. Basterebbe incentrare la discussione sui temi che uniscono i democratici, sugli interessi comuni che riguardano la presenza dell’Italia in Europa, e sul valore positivo dell’Europa nella vita dei cittadini italiani per privarlo degli argomenti di cui si nutre, ridurlo al silenzio e creare un campo di discussione proprio, autonomo, con molti aspetti interessanti e controversi su cui riflettere.

La pratica quotidiana della cittadinanza europea oggi è infatti una realtà per la maggior parte degli italiani: non solo per quei 2 milioni e 700mila emigrati nei diversi Paesi del continente, ma anche per le decine di milioni che a loro sono direttamente collegati, per esempio, da relazioni familiari o di affetto. È una realtà perché è lo spazio concreto in cui ci muoviamo, in cui studiamo, lavoriamo, viaggiamo, visitiamo le persone che amiamo, è uno spazio con cui si confrontano le imprese, i ricercatori, le istituzioni. Su tutto questo, né Salvini né la Meloni, né i Cinque Stelle hanno niente da dire. Eppure, dettano loro l’ordine del discorso attraverso propagande identitarie tanto vuote quanto distruttive. E, di fronte a tutto questo, il Pd, a oltre un anno dal voto alle politiche, continua ad avere una fisionomia ectoplasmatica che non gli permette di costituire una rinnovata comunità: un po’ insegue la Lega sul suo razzismo, un po’ il M5S sul suo populismo; pretende di riunire dagli entusiasti che non rinnegano nulla del passato, come i renziani, agli indignati che rinnegano tutto, come i fuoriusciti di Liberi e Uguali oggi tornati all’ovile; mette insieme da Carlo Calenda e Marco Minniti, le cui posizioni e politiche in materia di migrazione sono non troppo diverse da quelle leghiste, al medico Pietro Bartolo eroe dell’accoglienza a Lampedusa.

Marco Minniti

È anche per questa indeterminatezza che il Partito democratico si presta a scontentare tutti, senza convincere fino in fondo nessuno. E a fare da contenitore a tutte le lamentele sociali possibili, riuscendo nell’impresa di essere considerato una forza di governo persino adesso che sta all’opposizione. Sono piuttosto significative, in tal senso, le argomentazioni presenti nell’appello firmato di recente da numerose decine di intellettuali, “Perché il 26 maggio votiamo La Sinistra”. Se oggi la Lega e i suoi compari sono diventati forti e con questi sono tornate ad alzare la testa le bande fasciste – si legge nell’appello – “è perché i più poveri si sono sentiti abbandonati dai governi che avrebbero dovuto proteggerli: quelli del Pd […]” Nel testo dell’appello non c’è una sola parola di condanna o di reprimenda nei confronti della destra sovranista, né nazionale né tantomeno internazionale. Al contrario, “recuperare la sovranità nazionale in questa situazione è illusorio”, si dice. I sovranisti sono insomma degli innocui illusi, ma quando si tratta di identificare i cattivi, quelli si trovano nel Partito democratico e nelle sue politiche neoliberiste. È l’unica formazione che, in questo testo, firmato da personalità come Rossana Rossanda, Fulvio Abbate, Vittorio Agnoletto, Franco Berardi Bifo e molte altre, viene nominata specificamente come responsabile dello stato di cose attuale.

La visione del rancore come rifugio dei traditi e dell’odio razzista come frutto delle politiche neoliberiste del Partito democratico è comune a diversi personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo. La litania sul fatto che il Pd debba abiurare il proprio passato e che, per rimediare al tradimento del popolo, debba predisporsi a una futura alleanza con il M5S è stata incessante in questa campagna elettorale: lo ha chiesto esplicitamente Massimo Cacciari, lo ripete da tempo Pierluigi Bersani, lo ha proposto addirittura Walter Veltroni. A dirla tutta, pur se arriva a conclusioni diverse, lo stesso Carlo Calenda nel suo libro Orizzonti selvaggi fa un’analisi pressoché identica a quella di chi vorrebbe l’alleanza con i M5S: gli italiani non sono razzisti, hanno votato l’estrema destra solo per paura della globalizzazione. E la colpa è del Pd, cioè anche sua (lui almeno qualche responsabilità se la prende) perché non ha protetto abbastanza i cittadini.

Franco “Bifo” Berardi

Tutte queste posizioni hanno in comune non solo una visione metafisica e astorica del Partito democratico ma, quel che è peggio, un’idea paternalistica dell’elettore o l’elettrice come coloro che vanno dove li costringe il Pd: lo Stato-Padre. Questa concezione auto-assolutoria e indulgente verso il razzismo, quindi indirettamente razzista a sua volta, è figlia del populismo che ha infettato la società e la politica nel suo insieme; solleva in un sol colpo i cittadini e le altre forze di opposizione dalle proprie responsabilità culturali, sociali e politiche. Anche l’insistenza sul neoliberismo come causa di tutti i mali sociali, che è per esempio un cavallo di battaglia ideologico dei Wu Ming, ha un sapore populista. Dovremmo chiederci perché, se quella italiana non è l’unica società che ha vissuto “il tradimento del popolo” da parte delle politiche neoliberiste, in Paesi colpiti dalle conseguenze sociali del neoliberismo in modo ben più drammatico rispetto a noi, per esempio in Grecia, Spagna, Portogallo o Irlanda, non si è verificato lo stesso fenomeno di incattivimento sociale dilagante. In questi luoghi le formazioni di estrema destra, pur presenti, sono state tenute in condizione di non dettare legge, da una società che ha reagito e da una politica di sinistra che ha saputo unirsi laddove necessario. Mentre in Europa si tende a prendere coscienza del pericolo che il sovranismo rappresenta a livello mondiale, in Italia l’opposizione insiste invece a darsi la colpa in famiglia, in base alle logiche che ci sono più consone: quelle provinciali. Alle urne, votando ognuno come ritiene meglio, sarà certamente utile ricordarci in che anno siamo, chi sta governando e come lo sta facendo.

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