Di Maio, Di Battista e Taverna urlavano “onestà“. Ora hanno smesso.

L’onestà all’italiana è quel fenomeno per cui le azioni vengono passate nel tritacarne mediatico e, se ben giustificate e fatte percepire nel modo più innocuo e credibile, ottengono il bollino dell’”onestà flessibile”. Così si chiude un occhio, per esempio, su un lavoratore in nero, su un condono o su un contenzioso con il Fisco da 49 milioni di euro –  premessa necessaria è che queste “sviste” riguardino fazione politica per cui si fa il tifo. Sia chiaro, in Italia è così da decenni grazie al berlusconismo. Ma negli ultimi tempi questo articolato meccanismo di “onestà ad personam” è stato elevato a un livello che nella sua contraddittorietà è quasi affascinante. Benvenuti nell’era del Movimento Cinque Stelle.

Quando Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio hanno generato la loro creatura, le fondamenta dovevano reggersi sull’intestino del Paese, altrimenti l’idea non avrebbe attecchito. Fuori dai dibattiti ideologici, dai salotti e dagli sbadigli dell’intellighenzia bisognava carpire l’essenziale, prendere un motto della gente e spremerlo fino a ricavarne il succo. “Piove, governo ladro!” era un buon inizio. E infatti tutto cominciò con un eloquente Vaffanculo-Day.

La sindrome dell’accerchiamento e l’eco di un’eterna Tangentopoli hanno sempre rappresentato l’humus dei discorsi da bar. Il politico che ruba è un incubo e una consolazione, una rabbia che non vede l’ora di essere sprigionata. Grillo e Casaleggio hanno dunque afferrato quella stessa rabbia costruendo un movimento sull’approssimazione dell’onestà, come se il loro tacito slogan fosse: “Tranquilli, non rubiamo, siamo come voi”.

Quello che non avevano considerato – o forse sì, in un gioco di cinismo e perversione – è la valenza di quel “siamo come voi”. Perché, in proporzione, l’equivalente della tangente del politico è lo scontrino non rilasciato dal fruttivendolo, il canone Rai non pagato o il parcheggio in doppia fila. Si tratta di piccole azioni disoneste che la gente compie continuamente, e in qualche modo, continuamente assolve e giustifica: le tasse sono troppe, la Rai fa schifo, la macchina la sposto subito. Perché la classe politica italiana è sempre stata lo specchio del Paese. I Cinque Stelle si sono quindi rifugiati nell’indignazione dell’italiano medio, tergiversando di fronte all’evidenza: l’italiano medio, quando può, ruba.

Il panorama politico attuale non è altro che l’apoteosi di questa furberia. I grillini hanno dato battaglia mentre erano all’opposizione sdoganando la retorica del pauperismo, riallacciandosi a quello che la gente voleva sentire, non a quello di cui aveva realmente bisogno. Parallelamente è rimasta immacolata la narrazione dell’onestà, quel grido che faceva rima con “Rodotà” e che oggi è scomparso, frustrato anche dall’ingombrante presenza di un alleato che deve restituire allo Stato 49 milioni di euro. Ma fuori dalle strategie politiche è proprio la concretezza degli esempi sui singoli protagonisti a far calare il sipario su una post-ideologia nata sul “vaffanculo, ladri” e morta su “e allora il Pd?”.

Le prime avvisaglie sono state flebili, quasi come se fossero eccezioni a confermare la regola. Sono arrivate come un fulmine a ciel sereno le Rimborsopoli, ovvero la crepa sul principale orgoglio grillino.  Dai piani alti l’imperativo è stato chiaro: bisognava parlare di “mele marce”, di furbastri che ruotavano nell’orbita del M5S ma che non ne rispettavano i principi fondamentali. Era fondamentale non far passare il messaggio del “così fan tutti”. Dunque quei disonesti sono stati isolati, cacciati e marchiati. Ma una volta saliti al governo, il vaso di Pandora è stato rovesciato e a venir beccati non sono stati dei personaggi di secondo piano, bensì i vertici del movimento. Il tempo degli eroi senza macchia è finito.

Per primo toccò a Roberto Fico: una colf in nero. Dapprima gli elettori del M5S l’hanno difeso a spada tratta, essendo uno degli esponenti più in vista, nonché terza carica dello Stato. Col passare dei mesi la difesa si è fatta però sempre meno convinta, per un’unica ragione: Fico era diventato il meno amato tra i gialloverdi. Le sue posizioni sull’immigrazione, la sua allergia al sovranismo e i suoi dissidi con Salvini l’hanno reso facile preda degli hater da tastiera, facendolo diventare la versione grillina della Boldrini, ma senza la componente sessista. È probabile che se oggi beccassero Fico con una mazzetta sottobraccio, i gialloverdi (sia gli elettori che il governo) tirerebbero un bel sospiro di sollievo.

È stata poi la volta dei due veri leader del M5S, le anime candide che si scagliavano contro la disonestà armati di dirette Facebook e luoghi comuni: Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista. Dopo aver fatto le radiografie ai padri di Boschi e Renzi (usciti dai processi, per ora, immacolati), l’effetto boomerang li ha travolti in pieno. Le Iene hanno prima beccato il padre di Di Maio: lavoratori in nero, deposito incontrollato di rifiuti (e qui è entrata in gioco la procura di Nola, indagandolo) e debiti con l’Agenzia delle entrate per (176mila euro). Inoltre, nel 2017 ha dichiarato al Fisco soltanto 88 euro, una mossa da Reddito di Cittadinanza ad honorem. Ha quindi subito registrato un filmato da telenovela in cui ha chiesto scusa al figlio per i suoi errori, dicendo che Luigi era all’oscuro di tutto. Difficile da credere, considerando che il figlio è socio dell’azienda (che è stata chiusa proprio in seguito a queste inchieste), e che la proprietaria risulta la madre del vicepremier, una dipendente pubblica che per legge non può ricoprire incarichi privati.  L’arrampicata sugli specchi di Di Maio si è basata sulle difficoltà di un “piccolo imprenditore” alle prese con la crisi. Ma evadere vuol dire sottrarre liquidi alla collettività, farla franca, andare contro la legge: nel vocabolario italiano esiste una parola specifica per questo comportamento: disonestà.

Anche Di Battista si è detto ignaro di tutto quando al padre sono state mosse accuse simili – mai nemmeno smentite. Problemi con il fisco, lavoratori in nero e non pagati in un’azienda che anche in questo caso vede il figlio come socio. E, ancora una volta, le giustificazioni sono arrivate soltanto dopo essere stati colti in flagrante da Le Iene. Stavolta il videomessaggio col capo cosparso di cenere l’ha realizzato il figlio, non potendo di certo contare sulla diplomazia del genitore. Di Battista si è definito “incazzato con il padre”, come se gli affari della sua azienda non lo riguardassero. Una legge del contrappasso niente male per i grillini: rispettare la legge ma solo ogni tanto, dopo che per anni il giustizialismo è stato il loro timbro. Perché, in fondo, non ha senso dichiarare al mondo di viaggiare in seconda classe, quando nel privato vengono sottratti soldi allo Stato.

Per Paola Taverna il caso è ancora più eclatante, perché è in conflitto con la sua figura di politica-borgatara, donna del popolo che fugge dal mantello istituzionale per non macchiarsi – pur essendo vicepresidente del Senato. Sua madre è stata beccata a occupare un alloggio popolare abusivamente, ed è arrivato il mandato di sfratto. La figlia si è mostrata indignata, poi si è trincerata nel silenzio senza voler aggiungere una sillaba sulla vicenda. A parlare è stato un Tribunale e la madre dovrà fare le valigie.

L’epifania di questa doppia morale, del predicare benino e razzolare malissimo, è un caso poco noto mediaticamente. Fabrizio La Gaipa, candidato grillino in Sicilia nella lista di Giancarlo Cancelleri alle scorse regionali, ha seguito l’iter del M5S in ogni suo passaggio: dichiarazioni alla stampa in cui viene evidenziata la differenza tra loro, gli onesti, e tutti gli altri partiti, foto su Facebook con Di Maio e Di Battista, buoni propositi per il futuro della sua regione, e altri convenevoli del genere. Tutto ordinario, tranne l’inaspettato seguito della vicenda: La Gaipa è stato arrestato per tentata estorsione, la firma di false buste paga e gravi illeciti nelle dichiarazioni al Fisco. Non male per chi, poco prima dell’arresto, dichiarava: “Gli unici alleati del M5S sono i cittadini liberi e onesti”.

Il tema dell’onestà non riguarda soltanto i singoli esponenti del M5S, ma si collega alle scelte politiche compiute negli ultimi mesi. L’imbarazzante alleanza con chi ha rubato allo Stato 49 milioni di euro non è passata inosservata, così come il valzer delle giravolte sul caso Diciotti. In passato, i grillini salivano sul tetto di Montecitorio per protestare contro l’immunità parlamentare. Adesso si trovano a un bivio: piegarsi a Salvini, rinnegando la loro storia, oppure far processare il leader leghista, con il rischio di far crollare il governo. C’è chi parla addirittura di autodenuncia, con Conte che si prende le sue responsabilità e Toninelli che rivendica certe decisioni disumane. Di Battista ha cambiato idea dodici volte in due giorni, Di Maio si sta arrabattando per cercare una soluzione e uscirne con meno ferite possibili.

La verità è che sono lontani i tempi della verginità assoluta, sempre che sia mai esistita: il M5S si è riscoperto un vero e proprio partito politico. O semplicemente ha capito che in Italia funziona così. “L’occasione fa l’uomo ladro”, soprattutto quando non si hanno i mezzi per resistere alla tentazione. Quando la discontinuità e la trasparenza promesse vengono meno, bisognerebbe evitare quella prosopopea alla Robin Hood, mostrare le mani sporche di fango e tirare dritto.

Non sarà così. Continueremo a sentire le filippiche sui soldi restituiti, sulla castità politica e su certi valori che sono stati ampiamente calpestati. Riusciranno a trovare la narrazione giusta, come sempre. Che poi è semplice: “e allora il Pd?”

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