L’Occidente non è di certo perfetto, ma disprezzarlo sempre a prescindere non è un buon segnale - THE VISION
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Che l’erba del vicino ci appaia sempre più verde non è un fatto straordinario. La questione diventa interessante quando, invece di curare la nostra, in modo da reggere il paragone, iniziamo a sporcarla, a lasciarla seccare o a coprirla di cemento, convinti che non sia nemmeno degna di essere chiamata erba. A quel punto smettiamo di guardarla, e soprattutto smettiamo di usarla come termine di confronto. Qualcosa di simile accade oggi nel dibattito politico che, soprattutto dopo l’invasione russa dell’Ucraina, sembra aver esasperato un crescente fastidio verso ciò che potremmo definire la nostra casa: la comunità a cui apparteniamo. L’effetto è meno evidente quando si parla d’Italia, dove nella maggior parte dei casi entrano comunque in gioco orgoglio e sciovinismo; ma quando il discorso si sposta sull’Unione Europea – o più in generale sull’Occidente – gli animi si infiammano. All’improvviso noi siamo “i cattivi”, mentre “gli altri” risultano migliori, apparentemente a prescindere. Chi siano esattamente questi “altri” resta spesso vago: i Paesi BRICS, un Oriente indistinto, la “Madre Patria” Russia. È una dinamica che ricorda la xenofilia, cioè la fascinazione per ciò che viene da fuori, per la cultura, la politica, il modo di fare di società diverse dalla nostra. Un fenomeno legittimo, finché non diventa una lente deformante. Si possono infatti ammirare altre realtà senza per forza denigrare i propri luoghi d’appartenenza. Quando invece subentra il disprezzo sistematico verso la comunità a cui si appartiene, fino a sfiorare l’autosabotaggio, è allora che possiamo parlare di oikofobia.

Il significato primario del termine oikofobia non è politico: in greco, “oikos” vuol dire casa e “phobos” paura. A livello psichiatrico è dunque associato alla paura del proprio ambiente domestico, a partire dagli oggetti al suo interno, l’arredamento, la disposizione dei mobili. Nell’Ottocento è stato il poeta Robert Southey il primo a utilizzare questa parola per indicare la necessità di abbandonare la casa, quasi di ripudiarla, per concedersi al viaggio, quindi a una fuga dalle quattro mura ormai divenute metaforiche nel pensiero di Southey. Nel terzo millennio è stato un altro britannico ad attribuire al termine un significato politico. Si tratta di Roger Scruton, filosofo che nel suo libro England and the Need for Nations, pubblicato nel 2004, ha parlato di oikofobia come di un atto politico teso a rinnegare la propria “casa” politica, sociale e culturale e a idealizzare le altre. 

Scruton era un conservatore, e molte delle sue teorie su questo termine miravano alla salvaguardia della propria cultura con un tradizionalismo certamente più di destra, per molti anche con tratti xenofobi. In realtà non è un fenomeno esclusivamente di destra, considerando che da decenni anche a sinistra c’è la tendenza a spregiare l’Europa e l’Occidente stesso – e, per la sinistra molto più della destra, anche l’Italia stessa – esaltando invece ciò che viene da fuori. A sinistra è storica l’idealizzazione dell’Unione Sovietica prima e della Russia adesso, così come di Cuba e persino della Cina. Trattandosi di Stati comunisti, anche se di certo la Russia di Putin non lo è, si arriva alla catarsi immaginando un socialismo in realtà mai applicato con tutti i crismi, trattandosi di vere e proprie dittature. Spesso si sfocia nel terzomondismo, e il punto in comune tra destra e sinistra è comunque l’odio per l’Occidente, il male assoluto per antonomasia.

È il collante tra conservatori e progressisti, probabilmente il più saldo in questo millennio. Spesso viene usato per giustificare o ammorbidire le nefandezze altrui. Se la Russia, per esempio, invade l’Ucraina o altri Paesi attorno a sé, subentra il benaltrismo che porta all’elenco dei difetti occidentali usati con l’arma dell’alibi. Quindi pazienza per gli ucraini: noi abbiamo invaso l’Iraq, l’Afghanistan e via discorrendo. Lo scudo riguarda anche i motivi delle azioni della Russia: siamo noi occidentali i colpevoli per averla provocata – non si sa come, ma è un dettaglio. Siamo noi europei a essere considerati guerrafondai perché vogliamo difendere l’Ucraina, non i russi che la bombardano. “Noi” siamo la culla del capitalismo e dell’imperialismo, “loro” i piccoli fiammiferai sottomessi dal gorgo occidentale. E pazienza se loro basano la propria economia sul capitalismo del gas e sono altrettanto, se non di più, imperialisti; ormai si è radicata in una fetta dell’Occidente l’idea che esista un altrove più illuminato, una casa che merita di essere abitata mentre la nostra deve essere demolita.

In teoria la soluzione dovrebbe essere semplice: sia l’oikofobia sia la xenofobia sono fenomeni dannosi per il tessuto politico di un Paese e per i singoli cittadini. Non vanno odiati “loro” e non dobbiamo martoriare “noi”. Non perché la nostra casa sia più virtuosa, ma perché la demonizzazione di ciò che siamo è un esercizio di retorica spesso viziato da ingerenze esterne. Per esempio l’ammirazione per Putin e l’odio per l’Europa viene da anni portato avanti da partiti politici – in Italia come in Europa – che Putin stesso ha usato come cavalli di Troia per destabilizzare la nostra comunità. Sono documentati i rapporti di Russia Unita con Lega e Movimento Cinque Stelle, come con Rassemblement National in Francia o con Alternative für Deutschland in Germania. Si tratta di partiti che in passato hanno chiesto di uscire dall’Euro, dall’Unione Europea, dalla Nato e che hanno votato al Parlamento Europeo sempre seguendo la linea di Putin, per esempio contro le sanzioni alla Russia. Sui loro canali hanno sempre aizzato la propria platea contro l’Occidente, e tuttora delegittimano la resistenza ucraina senza mai schierarsi apertamente contro Putin, se non con dichiarazioni di facciata che vengono annullate dai successivi attacchi ai nemici della Russia.

Vladimir Putin

Quando un paio di mesi fa ho visto Massimo D’Alema alla parata militare a Pechino accanto a Putin, Lukashenko, Kim Jong-un e altri dittatori, ho capito come l’oikofobia fosse ormai definitivamente allacciata anche alla sinistra. Anche perché D’Alema ha parlato di democrazia in un luogo dove non esiste, ha ritirato fuori la “crisi del vecchio ordine mondiale” e il “bisogno di costruirne uno nuovo” lodando quella Cina che “non ha una storia di aggressività”. Solo per restare in casa loro, lo chiedesse ai tibetani e agli uiguri. Discorso a parte per alcune fazioni a destra che riescono a essere contemporaneamente oikofobici e xenofobi, come la Lega che evidentemente teme le altre culture solo in base al colore della pelle – Putin va bene, gli africani no – e che allo stesso tempo alle sue origini voleva sfaldare la sua nazione, nel periodo secessionista di Bossi, e sotto Salvini considera l’Europa come la causa di tutti i mali, una casa inabitabile pur facendone tutti noi italiani parte.

Matteo Salvini

Non capisco quindi come si possa danneggiare ciò che siamo, o che aspiriamo a essere, prendendo come modelli di riferimento Paesi che non dobbiamo di certo “odiare”, ma almeno criticare per il loro bellicismo e per le dittature che rappresentano. Picconare la propria casa ci lascia senza un tetto, disperde le particelle di democrazia che dovremmo salvaguardare e ci espone agli spifferi esterni che, subodorando le nostre debolezze, possono essere particolarmente pericolosi. Questo non vuol dire fingere che l’Occidente sia l’Eden o nascondere i nostri difetti – che, per inciso sono ben visibili. Se però diventiamo i nostri primi nemici, e spesso stuzzicati dalla propaganda di potenze straniere, allora canalizziamo la rabbia in una direzione autodistruttiva. Forse l’essere umano ha per sua natura una sorta di rigetto quando si trova davanti a uno specchio, un riflesso pavloviano che porta a voler essere altro, qualsiasi “altro”, pur di non essere se stesso. Se dal singolo individuo si passa alla collettività, rischiamo di auto-ripudiarci danneggiando le strutture democratiche che abbiamo costruito con fatica e che qualcuno dall’esterno vuole demolire. Anche dall’interno, a quanto pare, e invece di riparare la casa ci si affretta a buttar giù gli ultimi mattoni con la speranza che altrove – lì dove l’erba è sempre più verde – ce ne sia una più grande e ospitale ad attenderci. Puro masochismo, senza girarci intorno, e se destra e sinistra convergono in uno sfratto ideologico delle nostre case della democrazia non è un buon segnale per nessuno.

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