Matteo Renzi, atto terzo: come far crollare il governo durante una pandemia - The Vision

Nel 2017, ospite a Porta a Porta, Matteo Renzi prese la parola e, guardando un po’ Bruno Vespa e un po’ la telecamera, sentenziò: “Non è accettabile che nel 2017 ci siano ancora i piccoli partiti che mettono i veti”. Nel 2020, nel mezzo di una pandemia che in Italia in un anno ha causato oltre 66mila morti, un partito che nei sondaggi non è dato oltre il 3%, detta le regole rischiando di far crollare il governo durante un’emergenza nazionale. Quel partito si chiama Italia Viva.

Renzi ha ottenuto il potere di ricattare il governo più di due anni fa, prima delle elezioni nazionali del 2018. All’epoca militava ancora nel Pd, da cui molti dei suoi fedelissimi furono piazzati in cima alle liste elettorali del partito. La fotografia attuale del Parlamento risale a quel periodo, ma la politica è andata avanti. Il nuovo corso di Zingaretti si è ritrovato a dover gestire questa situazione, con un equilibrio parlamentare decisamente precario.  

Quando è uscito dal Pd, fondando Italia Viva, Renzi ha capitalizzato i numeri del 2018 e i diversi parlamentari pronti a seguirlo. Due di loro, Teresa Bellanova e Elena Bonetti, hanno ottenuto anche un ministero. Si potrebbe però dire che Renzi le usi come arma per minacciare il governo, come ha fatto qualche giorno fa durante una discussione sul Mes, dichiarando che “Le nostre ministre sono pronte a lasciare le poltrone”. Sono “le sue ministre”, così come il referendum costituzionale del 2016 è diventato il suo referendum, le riforme durante il periodo come presidente del Consiglio le sue riforme, e la nascita del governo Conte bis una sua creatura politica. L’attuale governo è il frutto di una strategia semplice: un ritorno alle urne avrebbe ucciso il suo partito, condannandolo all’oblio elettorale. Questo vale ancora ora e Renzi lo sa bene: la caduta del governo coincide con la sua.

In un’intervista al El Pais, il leader di Italia Viva ha proposto un parallelismo tra l’attuale decisionismo di Conte in materia del piano Next Generation Eu e Mes e la richiesta dei “pieni poteri” di Salvini quando era ministro dell’Interno, dichiarando di essere pronto a ritirare il sostegno all’esecutivo. Tra le sue critiche c’è quella contro la politica delle task force e delle cabine di regia per decidere come usare i fondi europei, considerate come un impoverimento della funzione del Parlamento. Non tutte le esternazioni di Renzi sono prive di fondamento: il ruolo del Parlamento è sempre più spesso messo in discussione, da prima dell’attuale esecutivo, e il Mes può essere uno strumento utile per le finanze pubbliche. È però l’atteggiamento di Renzi a essere distante dalla realtà e dalle esigenze degli italiani, che in questo momento non hanno di certo bisogno di una crisi di governo. 

Le sue non hanno però l’aspetto di battaglie sui principi, ma appaiono più come espedienti per mantenere una parte del potere. Fu così quando estromise Enrico Letta dalla carica di presidente del Consiglio per prenderne il posto nel 2014, così come quando si impegnò per evitare le elezioni dopo la caduta del primo governo Conte nell’estate del 2019. In questo modo è diventato il rottamatore di se stesso.

In questi giorni abbiamo assistito a vertici di governo saltati per gli impegni di Teresa Bellanova a Bruxelles, all’incontro Renzi Conte continuamente rinviato, all’ipotesi di “nuove maggioranze” che hanno colto di sorpresa anche il diretto interessato Salvini. Di certo dettare le regole e tenere il governo sulla graticola con il 3% è una buona mossa per occupare tutti i palinsesti mediatici. Non a caso Renzi sta ricevendo una visibilità spropositata rispetto al peso elettorale del suo partito, come dimostra la pubblicazione su Repubblica della sua lettera indirizzata al Presidente del Consiglio. Lettera ricca di frecciatine e ricatti velati. Il primo nome citato da Renzi è Mario Draghi, che per mesi è stato uno spauracchio per Conte come figura individuata dai media e opinionisti per la formazione di un governo tecnico. Il testo prosegue con frasi da campagna elettorale  (“Andiamo in Africa per creare sviluppo e cooperazione”) e rivendicazioni fuori tempo  su misure come il suo Jobs Act o le riforme portate avanti quando era presidente del Consiglio. 

Questa strategia comunicativa serve anche a gestire diverse minacce alla sua immagine, come la vicenda Alitalia – aereo di Stato portata a galla da Report, a cui Renzi ha reagito con frasi di scherno verso il giornalista della trasmissione, o l’inchiesta di Open della procura di Firenze che lo vede indagato con l’accusa finanziamento illecito ai partiti.

La natura di Renzi, ovvero un centrista più affine alla mentalità di Forza Italia che a quella di un partito di sinistra, è emersa dopo un’illusione collettiva durata anni. Se alle elezioni europee del 2014 ha ottenuto più del 40% dei voti come segretario del Pd, significa che gli elettori di centrosinistra credevano in lui e nel suo progetto di rinnovamento. In mezzo a quei voti non c’erano soltanto gli indecisi o i moderati pronti a cambiare preferenza a ogni tornata elettorale, ma anche la sinistra più ortodossa che ha accettato pur con qualche malumore la sua ascesa. L’euforia del 40% si è poi tramutata nella sua disfatta al referendum costituzionale del 2016, quando aveva promesso di ritirarsi dalla politica in caso di sconfitta. Quattro anni dopo, l’uscita di scena non è mai arrivata. Si è defilato più per volere degli elettori che per una sua scelta, ma questo non gli impedisce di tenere la scena politica. Il governo Conte ha commesso diversi errori, soprattutto nella seconda ondata del Covid, ma forse non merita la sudditanza verso un partito che nei sondaggi è superato anche da Azione di Carlo Calenda.

In questo momento l’Italia non ha bisogno di conflitti interni: se le frizioni tra maggioranza e opposizione fanno parte del gioco democratico, gli espedienti per rosicchiare consensi e conservare il peso politico sono una speculazione sulla condizione del Paese. Questo non vuol dire annullare il dialogo tra le parti, fondamentale anche e soprattutto nelle fasi di emergenza, ma le ripicche di Renzi suonano più come un tentativo di contare ancora qualcosa. In attesa delle prossime elezioni, dovremo continuare ad assistere al protagonismo di Renzi: sappiamo che le minacce continueranno, che le crisi di governo dovranno essere evitate con compromessi e contentini, in una narrazione molto lontana dalle priorità che interessano i cittadini italiani. Qualcuno dovrebbe avvertirlo che il suo tempo è ormai scaduto.

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