L’insopportabile moralismo ipocrita di Alessandro Di Battista

Dalle remote Americhe, tra una siesta su un’amaca messicana e una diretta Facebook dalla Silicon Valley, c’è un uomo che dimostra di possedere più immaginazione di tutti, Alessandro Di Battista. Forse, conoscendo il personaggio, doveva avere ragione Oscar Wilde quando diceva che la coerenza è il rifugio delle persone prive di immaginazione.

Dopo il 4 marzo, la vita di Di Battista è cambiata. La decisione di saltare una legislatura è stata letta da molti come un malizioso turnover per il vincolo grillino dei due mandati. La questione è pressoché irrilevante, quando subentrano i retropensieri. Contano i fatti: Di Battista, accompagnato dalla compagna Sahra e dal figlio Andrea, è partito verso il Nuovo continente, ufficialmente per realizzare reportage per Il Fatto Quotidiano e fare nuove esperienze insieme alla sua famiglia. Una partenza in pompa magna. L’ha comunicato sui social, tempestandoci di foto degli scatoloni, dei bagagli, dei saluti agli amici, degli ultimi momenti all’aeroporto. E ha fatto il giro delle sette chiese per farlo sapere a tutti italiani. Il suo volto da Stanis La Rochelle irradiava felicità, mentre raccontava alla Gruber i piani della sua epopea da novello Colombo.

Nel mentre, è nato il nuovo governo. Nulla in confronto alle fatiche di Dibba l’avventuriero. Eppure, a chilometri e chilometri di distanza, l’avvento del nuovo esecutivo ha trasformato il nostro eroe fin nelle viscere. La tenerissima foto del profilo su Facebook – lui e un bimbo africano che si guardano, occhi negli occhi – resiste imperterrita, ma appare sempre meno rappresentativa. Per capire il perché, è necessario analizzare nel dettaglio le esternazioni che il Dibba cuore e acciaio ci ha regalato negli ultimi mesi. “Il giorno in cui il M5S, ma non succederà mai, si dovesse alleare con i partiti responsabili della distruzione dell’Italia, io lascerei il Movimento.” Era il novembre del 2017, e Di Battista aveva le idee chiare. Oggi che l’alleato dei Cinque Stelle è la Lega, però, il camaleontico Dibba si è colorato di verde. Quando Salvini ha fatto il bullo nella vicenda Aquarius, facendo storcere il naso persino a qualche mosca bianca del M5S (Fico e Nogarin su tutti), Di Battista si è lanciato in una lunga e articolata invettiva su Facebook, non contro le scelte politiche del suo ex nemico o le ipocrisie di Macron, ma contro i manifestanti con le magliette rosse. L’iniziativa, lanciata da Legambiente, Arci, Anpi e da Libera di Don Ciotti, prende l’idea dal colore degli indumenti che le madri, prima di imbarcare i propri figli per la pericolosissima traversata, fanno indossare ai piccoli per renderli più visibili agli occhi dei soccorritori. È la stessa maglietta che indossava il piccolo Aylan, morto sulle coste della Turchia.

Di Battista, dal suo rifugio americano, convinto che fosse una manifestazione del Pd, di Bruxelles, dei poteri forti, del Bilderberg o degli Illuminati, ha scritto: “Ehi tu che indossi una maglietta rossa sei lo stesso lacchè di Napolitano, colui che convinse il governo a dare via libera ai bombardamenti in Libia, preludio di una delle crisi migratorie più gravi della storia?” Se l’inizio non è dei più confortanti, il proseguo si riconduce ancor di più al gorgo salviniano dell’imbarbarimento. “Tu che indossi la maglietta rossa, quando eri al governo del Paese non hai fatto nulla per contrastare l’ignobile business sulla pelle dei migranti.” Esatto, nel mondo fatato di Dibba, Don Ciotti, Legambiente e i vecchi partigiani dell’Anpi erano tutti al governo, in questi anni, e sono i responsabili dei lager libici e dei morti in mare. “C’è un mucchio di gente ipocrita che ha deciso di sposare quella solidarietà pelosa ottima alleata del sistema e della reiterazione delle ingiustizie. Quanto conformismo e quanta viltà si nasconde nella facile solidarietà.” Tralasciando l’immane curiosità di scoprire il significato dell’espressione “solidarietà pelosa”, c’è da constatare come questo sia stato l’unico post di Di Battista in cui ha ricevuto, tra i commenti, una valanga di critiche. Gente, tra cui Cecilia Strada, che gli ricordava il significato civile di quella manifestazione, che niente aveva a che vedere con i nemici immaginari dei Cinque Stelle. In molti gli hanno chiesto di rimuovere quella foto del profilo, quella dove un Dibba ancora con il codino giocava a fare il rivoluzionario a favore di fotocamera, a metà strada tra un Manuel Fantoni e il figlio della Roma fascista che attraversa la sua fase di ribellione.

Cecilia Strada

Sì, è risaputa l’educazione familiare ricevuta da Di Battista. Lui stesso ha confermato la fede fascista del padre. Lo stesso padre che minacciava Mattarella: “Fai il tuo dovere o sarà presa della Bastiglia.” Il figlio, invece, si è presto smarcato da certe ideologie. Prima del 4 marzo, Diego Bianchi è andato a trovarlo a casa, per un’intervista confidenziale, trasmessa nel programma Propaganda live. Inquadrando la libreria, l’occhio poteva facilmente cadere su testi di Lenin e di Breznev. Bianchi ha subito colto la palla al balzo, chiedendo lumi sul no del M5S allo Ius Soli. Già allora le risposte sono state evasive, ma non poteva immaginare – Bianchi, e forse nemmeno Di Battista – quello che sarebbe accaduto soltanto qualche mese dopo, ovvero che il Movimento del cambiamento si sarebbe seduto al governo con la destra xenofoba, unendosi al coro dei loro mantra.

Diego Bianchi

Di Battista ha dichiarato che un tempo votava il centrosinistra. Non qualche partitino nostalgico dallo zero-virgola-niente: votava Pd. Erano gli anni delle sue esperienze in Africa e in Sud America. Cooperante in Guatemala, collaboratore per la Caritas, l’Unesco e diverse Ong, come ad esempio Amka Onlus. Adesso regge la fiaccola nera di chi le Ong vuole distruggerle. Il suo percorso di vita, subito dopo l’università, ha toccato anche Congo-Kinshasa, Bolivia, Perù, Ecuador, Colombia e tanti altri paesi del mondo in affanno. Azioni lodevoli, ma vagamente in contrasto con la retromarcia ideologica di questi mesi. Qualche mese fa, Di Battista ha realizzato un reportage a Tijuana, al confine tra la California e il Messico. Una descrizione del mondo perduto all’ombra del muro. Un lavoro che oggettivamente stona con la scelta del suo partito di rifocillare l’alleanza con Trump, a costo di mettersi contro tutta l’Europa. D’altronde, Di Battista non è più un parlamentare, e lui lo spiega bene in questo passaggio su Facebook: “Non essendo più un parlamentare decido io e soltanto io quando scrivere e se commentare o meno una questione.” Perché, prima lo decideva Casalino?

Tornando all’altra sua fonte di reddito fuori dalla politica, ovvero i reportage per Il Fatto Quotidiano, Di Battista si è recato in una comunità autonoma zapatista per realizzare un pezzo dai risvolti controversi. Lì i giornalisti non godono di molta fama, quindi lui è entrato nascondendo sia la sua intenzione di realizzare un articolo che il suo passato da parlamentare, definendosi un “volontario in Guatemala”. Inoltre, a parte ad aver taciuto la parte scomoda della verità – ovvero che nonostante non ricopra alcun ruolo ufficiale continui a fare politica per il M5S come e forse più di prima – il suo reportage sarebbe pure pieno zeppo di inesattezze.

Non deve essere facile, per Di Battista, portarsi dietro il fardello delle scelte che sta mettendo in atto il governo, nonostante lui sia estraneo all’esecutivo. Ha provato a smarcarsi dai ruggiti di Salvini, dichiarando: “Non si possono accettare frasi assurde quali la pacchia è finita,” ma al tempo stesso ha sempre avallato le scelte del Movimento, comprese quelle di un Toninelli sempre più vicino al Carroccio. Inoltre, ha preso le distanze da Fico: “Fico è un mio amico, ma non credo che l’accoglienza sia la risposta, non ci credo più.” Il suo pensiero riguardo l’immigrazione può essere riassunto nella frase: “I fratelli africani devono stare a casa loro, e per farli stare a casa loro devono avere risorse e sviluppo a casa loro.”

Roberto Fico

Il concetto, o la chimera pregna di faciloneria, che si nasconde dietro il motto “aiutiamoli a casa loro”, fa a pugni con la realtà. Nonostante gli accordi internazionali sottoscritti dall’Italia prevedano di destinare allo sviluppo lo 0,7% del Pil, nel 2017 abbiamo stanziato soltanto lo 0,2%, che comprende per giunta la cifra utile alla gestione del fenomeno migratorio sul territorio italiano. Di Battista ha la coscienza a posto, perché, parole sue: “Io mi sporco le mani facendo il reportage per Il Fatto o zappo la terra come volontario.” Per poi ribadire: “L’accoglienza oggi è assistenzialismo, Africa e Sud America hanno bisogno di sovranità, autonomia, indipendenza, non di assistenzialismo.”  Detto da chi ha fatto, e fa tuttora, campagna elettorale sulla promessa del reddito di cittadinanza suona alquanto ambiguo. Inoltre, nella terribile accoglienza rientrano anche profughi e rifugiati che scappano da guerre e persecuzioni. Anche questo è assistenzialismo?

Di Battista calca la mano dicendo che “Chi fugge da un villaggio congolese per mancanza di prospettive non è poi così diverso da chi fugge dall’Italia per provare a costruirsi un futuro altrove.”  In Congo le milizie jihadiste dell’Adf, in conflitto con l’esercito, incendiano i villaggi e massacrano le persone. Il tutto mentre l’ebola è in continua diffusione. Forse Di Battista ha citato la nazione africana sbagliata, a meno che, nei suoi numerosi viaggi, non abbia visto epidemie e guerre distruggere anche la nostra Penisola. E poi sembra quasi che quello in fuga sia lui, pronto a battersi per i diritti degli abitanti delle Americhe, ma disinteressato ai danni che i suoi colleghi stanno facendo in Italia.

Sostenere un governo del genere, anche se dall’esterno, equivale a porsi in una condizione di complicità, soprattutto quando vi è un ruolo di assoluto rilievo mediatico, come nel caso di Di Battista. Aiutare le comunità in Guatemala, o denunciare le problematiche al confine tra Messico e Stati Uniti, e allo stesso tempo restare sulla scia di tutti gli Orbán nostrani, equivale a demonizzare Bill Cosby avendo in camera il poster dei Robinson. Le nobili iniziative di Di Battista si svuotano di fronte all’amara realtà dei fatti, quando ci si trova di fronte a un Decreto Sicurezza imbarazzante per disumanità e incostituzionalità, beccandosi pure il  monito del presidente della Repubblica e le inevitabili richieste di modifica. Difendere gli ultimi in Guatemala, quando in Italia quegli stessi ultimi vengono usati come arma di ricatto o considerati alla stregua di fastidiosi corpi estranei da debellare, è il punto di non ritorno di tutti i paradossi incarnati dal Dibba.

Il suo problema non è da cercare sotto la voce “malafede”, e nemmeno in una presunta corruzione degli ideali. Lui è fatto così, è il prototipo del grillino medio, come Brunetta lo era del berlusconismo. Lo è quando definisce Saviano un “intellettuale falce e cachemire”, adeguandosi al lessico salviniano, e lo è quando trasforma innocentemente la sua vita in un reality show. Non è un ladro, non è una persona cattiva e nemmeno un pericoloso eversore. È solo il figlio della generazione-reality, dell’impulso primitivo impossibile da filtrare, di quella forma del populismo che è ancora più strisciante, e si chiama gentismo. È un bravo ragazzo, Di Battista. Ha solo troppa immaginazione, come diceva Wilde, ed è prigioniero della sua incoerenza.

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