Vale la pena abbandonare i valori progressisti pur di non far governare Salvini e Meloni?

Durante il G7 di Biarritz, Giuseppe Conte ha dichiarato di ritenere conclusa la stagione politica con la Lega, chiudendo di fatto ogni margine per un bis del governo “gialloverde”. Con la definitiva chiusura nei confronti del partito di Matteo Salvini, l’ipotesi di un’alleanza con il Pd prende sempre più corpo tra i Cinque Stelle. Inizialmente, la convergenza sulla nuova maggioranza sembrava supportata solo dall’ala renziana del partito. Il segretario del Pd Nicola Zingaretti, si era espresso contro tale idea, dichiarando di non voler formare un governo “pasticciato e di corto respiro”, ma di voler tornare alle urne, perché “Il Pd è pronto per andare alle elezioni e proporre un’idea diversa rispetto al Paese dell’odio”. Tuttavia, negli ultimi giorni la sua posizione sembra essersi ammorbidita: dopo il primo giro di consultazioni con Sergio Mattarella, Zingaretti si è detto disponibile a “verificare la formazione di una diversa maggioranza e l’avvio di una nuova fase”, per dare vita a un esecutivo “nel segno della discontinuità politica e programmatica” rispetto al precedente.

Anche in queste settimane, Matteo Renzi non ha perso l’occasione per riconfermarsi come il re Mida del trasformismo politico: per l’ex segretario del Pd non esistono avversari, ma soltanto opportunità. Durante le prime frasi della crisi di governo, Renzi era stato tra i primi a caldeggiare l’ipotesi di un governo “giallorosso”, sostenendo in un post su Facebook che “Andare a votare a ottobre con l’effetto di aumentare l’Iva al 25% è folle”.

Lo spettro dell’aumento dell’Iva, utilizzato a più riprese da Renzi per giustificare un’eventuale alleanza con il M5S, sembra più una mossa di facciata: l’ex segretario ha tutto l’interesse nel mantenere la composizione attuale del Parlamento, dove i suoi sostenitori rappresentano la stragrande maggioranza degli eletti tra le fila del Pd (circa il 60%). Se si andasse a elezioni, Zingaretti potrebbe inserire tra le liste i suoi fedelissimi, insidiando i seggi dell’ex sindaco di Firenze e ridimensionandone il peso all’interno del partito. Evitando il ritorno alle urne, Renzi avrebbe invece la possibilità di rinsaldare la propria posizione, guadagnare del tempo prezioso per preparare la (probabile) scissione e lanciare il suo nuovo soggetto politico “Azione Civile”.

A prescindere dalle ragioni di opportunità, in questo momento la necessità di un governo istituzionale potrebbe essere condivisibile: il Movimento e il Pd sono le due principali forze parlamentari espresse dalle elezioni e, contrariamente a quanto Matteo Salvini vuole far credere, una trattativa e un accordo tra i due rientrano nella consuetudine politica. Secondo la nostra Costituzione, i governi non variano in funzione dei sondaggi, ma nascono e muoiono in Parlamento in seguito alle elezioni. È innegabile, però, che seguire l’opzione del “governo giallorosso” aprirà l’ennesima lacerazione all’interno di un Pd che negli ultimi anni ha conosciuto un vero tracollo. Secondo uno studio condotto dal Dipartimento di Scienze Politiche della Luiss, il Pd ha perso quasi 6 milioni di voti in 10 anni, passando dal 33,2% del 2008 al 18,7 % del 2018.

Tra i principali responsabili dell’emorragia elettorale c’è proprio Matteo Renzi. La perdita di consenso del Pd ha avuto il suo culmine proprio all’indomani dello smacco del referendum costituzionale  del 2016, voluto dall’allora Presidente del Consiglio con la prospettiva di porre fine al bicameralismo perfetto e ottenere una conferma del suo gradimento da parte degli italiani. Personalizzando il referendum, Renzi lo ha trasformato in un voto sul governo, riuscendo nell’impresa di permettere a partiti come Lega, M5S e Fratelli d’Italia di ergersi in difesa dei valori costituzionali e a fargli rassegnare le dimissioni. La disfatta del referendum è stata soltanto l’ultimo di una lunga serie di abbagli: l’approvazione del Jobs Act e la conseguente abolizione di un simbolo come l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, l’adozione del ddl “Buona Scuola” e la costante ricerca dello scontro frontale con i sindacati (definiti come “la coperta di Linus della sinistra”), da sempre interlocutori privilegiati del Pd, hanno favorito la scissione e la nascita di una serie di soggetti politici “a sinistra del centrosinistra” (Articolo 1, Sinistra italiana, Possibile), che hanno sparpagliato ulteriormente i voti.

Per il Pd, l’alleanza con il M5S potrebbe diventare una scommessa pericolosa per il suo futuro elettorale: accordarsi con una forza politica che nel corso degli anni ha definito il Pd “impresentabile”, “punto di riferimento del crimine”, “partito preferito della camorra” e il più recente “Partito di Bibbiano”, non sarà facile da giustificare durante la prossima tornata elettorale.

La svolta in senso neoliberista e centrista del Pd ha cancellato i valori fondativi e tradizionali della sinistra italiana. La cosiddetta “terza via” di Tony Blair, assunta da Renzi come manifesto politico, non è altro che una versione edulcorata della destra: incentivando i licenziamenti, tagliando la spesa pubblica e stimolando l’iniziativa privata, rifiutando ogni prospettiva di dialogo con le associazioni e i corpi intermedi e riuscendo addirittura a sfoggiare, non ironicamente, lo slogan “aiutiamoli a casa loro”, negli ultimi anni il Pd si è trasformato nella perfetta caricatura di un partito di sinistra. Nel 2017 il suo segretario, intervistato da Quotidiano.net, è arrivato addirittura a dichiarare che “le elezioni si vincono al centro”, impartendo il colpo di grazia a quella “unità del centrosinistra” tanto sbandierata prima delle elezioni.

In un quadro politico delicato come quello attuale, dominato dai sovranismi e dalle tendenze euroscettiche, una sinistra compatta e in grado di esprimere una visione alternativa rispetto a quella portata avanti negli ultimi quattordici mesi dal “governo del cambiamento”, dovrebbe essere una priorità vitale. Il 2019 ha fornito diversi esempi in tutto il mondo di una “rinascita” possibile degli ideali di sinistra. La candidatura di Bernie Sanders alle primarie del partito democratico per le elezioni presidenziali del 2020 negli Stati Uniti e la crescita dei Democratici socialisti, l’exploit del Partido Socialista Obrero di Pedro Sánchez in Spagna, e la crescita esponenziale dei consensi di Jeremy Corbyn in Gran Bretagna sono esempi concreti di come la riscoperta del radicalismo possa costituire, per la sinistra, un’opportunità per ripartire e fermare l’avanzata del populismo.

Recuperare la fiducia di quegli attori sociali storicamente legati al centrosinistra, come insegnanti, studenti, impiegati pubblici e operai, che negli ultimi anni hanno individuato nel M5S un’alternativa più credibile per la difesa delle proprie istanze, dovrebbe costituire il principale obiettivo programmatico del Pd. La giustizia sociale, il diritto a un lavoro decentemente retribuito, la tolleranza e l’accoglienza dell’altro, la centralità delle politiche di welfare, l’importanza della diversità culturale, il riscatto degli sfruttati non devono essere percepiti come “ideali romantici” da sfoggiare per ricordare i tempi andati e poi rigettare nel dimenticatoio, ma come la base ideologica per ricostruire le proprie fondamenta, consentendo così a migliaia di elettori smarriti di ritrovare, finalmente, un punto di riferimento.

La riscoperta delle proprie radici storiche sembra ancora lontana per la sinistra del nostro Paese: durante i quattordici mesi di governo gialloverde, il Pd non è stato in grado di mostrarsi come una forza di opposizione unita e credibile all’operato dell’esecutivo, rinchiudendosi come altre volte in passato nelle beghe interne di partito. Distratto dagli scontri tra le sue varie correnti, azzoppato dai personalismi, dalle divisioni e segnato dalla solita mentalità autoreferenziale, il centrosinistra italiano non ha saputo cogliere nella disfatta subita con le elezioni politiche del 2018 l’occasione per ricompattarsi. A distanza di poco più di un anno, gli interessi di una corrente interna al Pd sembrano avere la precedenza rispetto alle speranze di tutti quegli elettori che, mai come ora, avrebbero bisogno di un centrosinistra unito a rappresentarli, capace di ritrovare l’identità persa negli anni del renzismo.

Foto in copertina di Antonio Masiello

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