Da “burattino” a fine statista. La parabola di Conte svela l’ipocrisia dell’Italia. - The Vision

Nell’ultimo mese Giuseppe Conte ha cambiato ministri, alleati e appoggi internazionali, ma più di tutto ha cambiato se stesso: è passato da “burattino” a “statista”, senza neanche darci il tempo di accorgerci della sua trasformazione.

Dopo il coupe de theatre del 20 agosto – quando è sembrato risvegliarsi da un letargo durato 14 mesi per accorgersi dello scempio eseguito per volere dell’ex alleato Salvini – la sua metamorfosi si è compiuta definitivamente con le reazioni al suo discorso alla Camera di lunedì 9 settembre: 85 minuti di intervento con cui il presidente del Consiglio ha esposto il programma del nuovo governo M5S Pd e ha chiesto e ottenuto la fiducia del Parlamento. Conte è passato dalle misure spot come l’azzeramento delle rette per gli asili nido ai progetti di riforme istituzionali come “l’autonomia differenziata” e soprattutto la promessa di un governo con un “lessico più consono, più rispettoso”.

Ha funzionato: l’avvocato originario di Volturara Appula è stato osannato dall’Italia e dal mondo come lo statista che ci ha riappacificato con l’Europa, il mediatore instancabile, il volto rassicurante della nuova Italia moderata. Il capogruppo del Pd al Senato Andrea Marcucci lo ha trovato un discorso “proiettato in avanti”, Maurizio Martina lo ha definito “ottimo”, Nicola Fratoianni “condivisibile”, Dario Franceschini “riformista”. In Europa la Presidente della Commissione Ursula Von Der Leyen e il suo predecessore Jean-Claude Juncker hanno espresso la loro vicinanza a Conte, mentre Emmanuel Macron ha fissato un incontro con lui a Roma per il 18 settembre. L’ex Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha detto che la migliore esperienza di lavoro a Bruxelles l’ha avuta con lui. Un tripudio.

Eppure Giuseppe Conte era comparso sulla scena nazionale e internazionale sotto un’altra luce: quella di un perfetto sconosciuto. Nato in provincia di Foggia, 55 anni, è un avvocato  del Foro di Roma. Elettore di sinistra, è entrato nell’orbita del M5S nel 2017, quando il collega Alfonso Bonafede lo ha presentato al leader Luigi Di Maio, rimasto impressionato dalla sua figura e dal suo carisma. Conte viene prima presentato come candidato al ministero della Pubblica amministrazione in caso di vittoria dei pentastellati alle elezioni del 2018. Poi, durante lo stallo che segue alle elezioni, viene proposto con successo come premier del nascente governo M5S Lega.

È allora che l’Italia e il mondo si interessano per la prima volta alla sua figura, troppo evanescente per una democrazia occidentale. Un perfetto sconosciuto nominato per una delle cariche politiche più importanti della Repubblica in virtù della sua apparente inconsistenza; un vice dei suoi vice; un professore con una carriera senza grandi picchi, anche accusato di aver gonfiato il suo curriculum. Al suo esordio la parola più utilizzata per descriverlo è quella di “burattino”. Eugenio Scalfari parla di “un gentile e ben rappresentato burattino”. A Strasburgo viene processato dall’intero Europarlamento: “La recessione è colpa del vostro governo”, lo attacca il leader del Ppe Manfred Weber. “State portando l’Italia all’isolamento politico ed economico”, accusa il capo dei socialdemocratici Udo Bullmann. “Per quanto tempo sarà ancora il burattino di Salvini e Di Maio?”, lo incalza il presidente del gruppo parlamentare dell’Alde Guy Verhofstadt, tra gli applausi della sala.

È il premier notaio, il premier mediatore, il premier cuscinetto tra i due partiti di governo. Per mesi Conte fatica a trovare la quadra tra i suoi due vice, sempre più spesso ai ferri corti. Firma ogni provvedimento che gli viene sottoposto, copre Matteo Salvini sul caso dei finanziamenti russi, appoggia la chiusura dei porti italiani e il blocco delle navi dei migranti in mezzo al mare. Ma fa tutto con voce monocorde, con fare rassicurante e quell’eleganza esteriore che viene quasi sempre scambiata per raffinatezza intellettuale piuttosto che per estrema prudenza.

Nei mesi che seguono, inizia a giocare la sua partita su due fronti. Fuori dall’Italia lavora per guadagnare consenso con le cancellerie di Berlino, Bruxelles e Washington. In Italia, coadiuvato dal sempre occultamente presente Rocco Casalino, si concede una comunicazione più pop. Si fa fotografare tra ali di folla, viene paparazzato con la fidanzata giovanissima, viene lodato per i suoi abiti sartoriali e la pochette a quattro punte – il tutto ovviamente ripreso ed esaltato dai giornali italiani, con tanto di “guida alla pochette di Conte” –, tira fuori in diretta televisiva il santino di Padre Pio. Osa sempre di più anche sui social. Il 13 agosto, ad esempio, scrive su Facebook della sua visita in un centro anziani di Roma: “Ho conosciuto una signora che da tempo non riceve una visita dalle proprie figlie. Ho fatto con lei una foto e l’ho inviata alle figlie, scrivendo loro che se il presidente del Consiglio ha trovato il tempo per far visita alla loro mamma, anche loro potrebbero fare altrettanto”. Gli anziani, la mamma, il rimprovero affettuoso e paternalista ricordano la comunicazione del periodo d’oro di Berlusconi. Poco alla volta, forse esclusivamente grazie al suo stile più che ai suoi atti politici, il premier diventa il personaggio politico con il più alto gradimento popolare: 61%, contro il 48 di Salvini e il 41 di Di Maio.

La svolta più clamorosa arriva il 20 agosto. Chiamato a riferire in Senato sulla crisi di governo aperta da Matteo Salvini alla vigilia di Ferragosto, il premier tiene un durissimo discorso in cui attacca su tutti i fronti l’ormai ex alleato di governo. Il suo non è coraggio, ma disperazione: senza più niente da perdere e l’esecutivo con le ore contate, Giuseppe Conte si toglie tutti i sassolini dalla scarpa e per la prima volta dice tutto quello che non ha potuto né voluto dire nei 14 mesi precedenti. Definisce Salvini “pericoloso”, “autoritario” e “opportunista” e lo accusa di aver fomentato l’odio contro i migranti, di non aver riferito in Parlamento sulla vicenda dei fondi russi e addirittura di strumentalizzare la religione e i suoi simboli per misero tornaconto elettorale. La foto di Conte che gli poggia la mano sulla spalla, a metà strada tra il parroco che invita alla penitenza e il Mario Brega della mano che può essere “piuma o fero”, diventa virale sui social media.

Nei giorni successivi, complice l’apertura di Matteo Renzi a un governo tra M5S e Pd, Giuseppe Conte diventa tre cose insieme. Prima di tutto, diventa il volto del M5S con l’appoggio di Roberto Fico e Beppe Grillo, e di un riluttante Luigi Di Maio, ormai sfinito da più di un anno di battaglie con Matteo Salvini. Persino quell’Alessandro Di Battista pronto a lasciare il movimento in caso di un governo con i democratici per il momento ha scelto il silenzio.

Secondo, diventa il punto di riferimento governativo della sinistra italiana. Sembra un gigante, l’ex sconosciuto Conte, destinato a conservare questa immagine almeno per tutta la durata dell’esecutivo. Questo sembra dovuto più alla mancanza di concorrenti che a una sua effettiva statura. Non ha rivali tra i ministri Pd e non ne ha tra i dirigenti del partito. Il segretario Nicola Zingaretti è troppo occupato a evitare scissioni e combattere il nemico interno Matteo Renzi, mentre Dario Franceschini preferisce presentarsi come mediatore tra Pd e M5S, tanto da proporre un’alleanza strutturale anche per le prossime elezioni regionali.

Terzo, e più importante, Conte diventa uno statista e il volto dell’anti-salvinismo in Italia. Oggi viene portato in palmo di mano dagli stessi che fino a pochi mesi fa lo deridevano apertamente: il Corriere elogia la sua “solida credibilità politica e umana”, il suo stile fatto di “pazienza e spirito di sacrificio, competenza e autonomia”. La Stampa gli fa eco,  descrivendolo come “abile, furbo e mai divisivo”.

Il vero capolavoro dell’avvocato di Foggia è stato occultare se stesso. Chissà se anche questo è opera del Grande Fratello Casalino, ma Conte sembra aver capito qual è l’arma vincente dei politici italiani di razza: la totale mancanza di memoria degli italiani. Il presidente del Consiglio è stato capace di disegnare il proprio futuro e quello dell’Italia cancellando gli ultimi 14 mesi dalla memoria collettiva del Paese.  Ha invocato un “linguaggio mite”, facendoci dimenticare che è a Palazzo Chigi solo perché è stato scelto due anni fa dal partito del “Vaffa Day”. Ha promesso che sui migranti “saremo umani”, facendoci dimenticare la sua firma ai due decreti Sicurezza voluti dalla Lega. Si è augurato un “volto umano” per questa Repubblica, facendoci dimenticare di quando difendeva l’arresto di Carola Rackete sbeffeggiando Angela Merkel sulla vicenda dei manager Thyssen. È passato in meno di un mese dal rappresentare il governo più carico di odio della storia repubblicana all’essere il suo più grande oppositore. Si è trasformato da notaio dei leghisti a ultimo baluardo contro una loro presa di potere con il 40% delle preferenze. L’unica a non essere cambiata è l’Italia: eravamo sull’orlo del precipizio prima e lo siamo ancora. Oggi però con grande eleganza e con la pochette piegata bene.

 

Foto in copertina di Antonio Masiello.

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