Giorgia Meloni, la sedicente portavoce del popolo che è parte dei “poteri forti” - THE VISION

Giorgia Meloni ha costruito una carriera politica dipingendosi come la paladina contro i poteri forti, fiera oppositrice della dittatura del politicamente corretto e di un non meglio definito pensiero unico. Da anni i suoi elettori sono convinti che l’Europa sia una creatura mostruosa, gli avversari collusi con i tecnocrati e il popolo sovrano una vittima dei potenti del mondo. Meloni è però la stessa persona che dal 2021 fa parte della lista dei soci dell’Aspen Institute Italia.

L’Aspen Institute è uno dei principali think tank statunitensi, finanziato tra gli altri dalla famiglia Rockefeller, Ford e altri grandi corporazioni internazionali. La sede italiana è presieduta dall’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti e negli anni ha avuto tra i soci i più alti nomi della finanza e della politica: da Giuliano Amato a Gianni Letta, da Romano Prodi ad Alessandro Profumo. Ne fanno parte anche Daniele Franco, attuale ministro dell’Economia e delle Finanze nel governo Draghi, e Giancarlo Giorgetti, ministro dello Sviluppo economico.

Giulio Tremonti, Presidente dell’Aspen Institute Italia

Il 17 gennaio Meloni ha attaccato su Facebook il senatore a vita Mario Monti, accusandolo di voler “far fallire le partite Iva e la piccola impresa italiana” e aggiungendo che “tecnocrati e globalisti vogliono sfruttare l’epidemia per impiantare il loro modello economico: via la libera impresa e tutti dipendenti sottopagati di multinazionali e grandi agglomerati finanziari”. A un mese di distanza, Meloni fa parte della stessa associazione di Mario Monti, storico socio di Aspen Institute.

Il giudizio su Monti ha sempre rappresentato la contraddizione della politica di Meloni. Già nel 2012 dichiarava che “Monti accetta di guidare la lista dei poteri forti. Smascherato definitivamente il progetto oligarchico di cui è espressione”. Era l’anno del governo Monti e delle sue politiche incentrate sull’austerità, in cui la propaganda dei partiti anti sistema aveva gioco facile nel catalizzare la rabbia contro misure viste come impopolari da gran parte dei cittadini. Meloni votò però sia la fiducia al governo Monti che il decreto Salva Italia del dicembre 2011, contenente la legge Fornero. Intervistata da Lilli Gruber, nel 2019 ha giustificato questa scelta con una sorta di vincolo di mandato, dato che all’epoca faceva parte del Popolo delle Libertà di Silvio Berlusconi che sosteneva l’esecutivo Monti. 

Mario Monti

Quella dei poteri forti è per Meloni è un’ossessione, un mantra usato per attaccare l’avversario politico di turno. Così i militanti del M5S sono “servi sciocchi dei poteri forti”, Renzi è “un servo dei poteri forti”, Conte è “un burattino dei poteri forti”. Invettive in cui cambia solo il soggetto che hanno l’unico obiettivo di restituire e rafforzare l’immagine di Meloni unica portavoce del popolo sovrano, capace di comprendere le esigenze dei cittadini perché distante dai sotterfugi di palazzo e dall’oligarchia finanziaria che muove i fili del Pianeta. Per anni ha quindi criticato le riunioni del gruppo Bilderberg, incontri esclusivi non aperti al pubblico e ai media che si tengono dal 1954 per volere di David Rockefeller. Nel 2013 dichiarò che “Ormai in Italia per ricoprire determinati incarichi pare si debba per forza partecipare alle riunioni di Bilderberg”. L’anno prima, in veste di presidente dell’organizzazione giovanile del Pdl Giovane Italia, organizzò a Roma una manifestazione per contestare le riunioni Bilderberg, sostenendo in un comunicato che “Vogliamo sapere perché 130 personalità influenti si accordino per decidere le sorti degli Stati. Monti ha il dovere morale di riferire in Parlamento sugli esiti di questo incontro, perché è una vergogna che un premier partecipi a riunioni segrete nelle quali si influenzano i futuri dei popoli a guadagno della tecnocrazia e della finanza”. 

Matteo Renzi

Nella coalizione di centrodestra, Fratelli d’Italia ha ormai scavalcato Forza Italia ed è sempre più vicina nelle intenzioni di voto alla Lega di Matteo Salvini. Approfittando dell’appoggio di Salvini al governo Draghi, con i sovranisti più radicali che non hanno condiviso questa scelta, Meloni potrebbe avvantaggiarsene per aumentare ancora i suoi consensi. Ma l’ascesa nei sondaggi non è frutto soltanto delle recenti dinamiche interne del centrodestra, ma di una strategia che va oltre i confini nazionali. Nel marzo del 2019 Meloni ha partecipato a Washington al Conservative Political Action Conference, condividendo il palco con Donald Trump. Meloni in quell’occasione ha elogiato l’ex presidente degli Stati Uniti, dichiarando che avrebbe voluto portare in Italia la sua ricetta. La stessa che ha visto la sconfitta di Trump e del partito Repubblicano alla Camera, al Senato e alle Presidenziali, sfociando poi nello sfogo estremista dell’assalto del sei gennaio al Campidoglio di Washington. Meloni in quell’occasione è stata tra i pochi politici italiani a difendere a oltranza l’operato di Trump, facendo anche un parallelismo tra l’assalto al Parlamento statunitense e le proteste del movimento Black Lives Matter. 

Donald Trump

Gli endorsement di Meloni per Trump non sono però estemporanei, ma la conseguenza di un rapporto curato nel corso degli anni a opera di Steve Bannon, ideologo internazionale della destra sovranista. Amministratore delegato della prima campagna elettorale di Trump e capo stratega della Casa Bianca fino all’agosto 2017, Bannon è il punto di riferimento dell’estrema destra mondiale, da Trump a Meloni, da Bolsonaro a Orbán. Nel settembre 2018 ha ribadito il legame con Fratelli d’Italia partecipando alla festa del partito Atreju, dichiarando che la rivoluzione sovranista sarebbe partita proprio dall’Italia. Rivoluzione che nella sua visione non esclude il ricorso alla violenza, come ha dimostrato il fatto che nel novembre 2020 è stato bannato da Twitter per aver scritto che l’immunologo Anthony Fauci e il direttore dell’FBI Christopher Wray avrebbero dovuto essere decapitati. 

Steve Bannon

Nonostante il suo impegno in politica dal 1992 e l’incarico come ministra della Gioventù dal 2008 al 2011, Meloni continua a presentarsi ed essere considerata come “il nuovo che avanza”. Eppure dallo scorso settembre è il presidente del Partito dei conservatori e dei riformisti europei, euroscettico e antifederalista, ma con posizioni più moderate del Partito identità e democrazia che riunisce Lega, Alternative für Deutschland e il Rassemblement national di Marine Le Pen. Grazie a un’inchiesta dell’Espresso del dicembre 2019 è emerso che il partito anti establishment e poteri forti ha tra i suoi finanziatori il colosso energetico Exxon, quello cinese delle telecomunicazioni Huawei e British American Tobacco. Fratelli d’Italia ha ricevuto anche donazioni da parte di alcuni costruttori romani, tra i quali Luca Parnasi, coinvolto nel 2018 nelle indagini per il nuovo stadio della Roma. 

Viene dunque da chiedersi il motivo per cui Meloni ribadisca in ogni occasione la sua distanza dai poteri forti, quando buona parte del suo successo negli ultimi anni è dovuto a legami che in politica sono logici e necessari per mantenere la macchina comunicativa e del consenso tipica di ogni partito. Meloni dovrebbe iniziare ad ammettere, prima di tutto con i suoi elettori, che il pensiero unico adesso è lo stesso che condivide lei, e tra i poteri forti ci sguazza.

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