L’elezione diretta dei giudici è incostituzionale. Oltre che una pessima idea.

La settimana scorsa Salvini ha aperto in diretta una lettera recapitatagli dalla Procura di Palermo. Il testo parlava di indagini a suo carico per sequestro di persona aggravato, relativo alla vicenda dei migranti trattenuti a bordo della nave Diciotti. “Sono indagato,” ha detto divertito, per poi tornare subito serio: “Mi vogliono fermare, ma io non mollo. Io sono stato eletto da voi, i giudici no.”

La questione dell’elezione diretta dei giudici da parte dei cittadini è un punto su cui Salvini insiste già da qualche anno. “Via le prefetture e i giudici siano eletti dal popolo,” aveva già detto in un’intervista del 2016, un concetto ribadito poi dal palco di Pontida un anno dopo. L’attuale ministro dell’Interno, però, non è il solo ad avere fatto sua l’idea di una votazione della magistratura. Nel 2009 Umberto Bossi auspicava un’investitura popolare per i magistrati, mentre qualche anno più tardi il senatore Roberto Mura scriveva: “La Lega Nord ha presentato un proprio disegno di legge delega per l’elezione diretta dei giudici di pace.” Insomma, un vero e proprio cavallo di battaglia per il partito, che a breve dovrebbe concretizzarsi, come promesso in campagna elettorale da Salvini. O forse no.

L’introduzione di un’elezione popolare dei giudici richiede infatti un iter molto lungo e complesso non tra le prerogative del governo, che su certi temi – tra cui il vincolo di mandato – sembra avere un rapporto conflittuale con la Carta. L’articolo 106 della Costituzione italiana stabilisce che “Le nomine dei magistrati hanno luogo per concorso”; nell’articolo 107 si sottolinea che “I magistrati sono inamovibili”; l’articolo 104 recita che “La magistratura è un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere e i giudici devono quindi essere liberi da ogni condizionamento politico,” mentre, infine, l’articolo 105 certifica che “Il controllo sull’operato dei giudici viene esercitato dal Consiglio superiore della magistratura.” Quello che fa la Costituzione italiana, dunque, è affermare l’indipendenza dei giudici; quello che non fa è lasciare anche solo un minimo spiraglio alla possibilità di una loro elezione diretta da parte della popolazione. L’unico modo per arrivare a questo, è modificare la Costituzione e il percorso da seguire è quindi quello che passa per le leggi costituzionali.

L’elezione diretta dei giudici non è una legge-lampo da approvare appena ottenuto l’incarico di governo, come racconta Salvini già da tempo immemore. Tutto il contrario. Richiederebbe una rivoluzione del sistema giudiziario italiano che necessiterebbe di anni prima di poter diventare effettivamente realtà. Il ministro dell’Interno l’ha fatta molto semplice, un po’ come quando dichiarava che una volta al governo avrebbe rimpatriato 500mila migranti in cinque anni, per poi fare marcia indietro pochi giorni fa e ammettere che per farlo ci vorranno almeno 80 anni.

Al di là delle difficoltà tecniche per portare a compimento il progetto leghista di una giustizia elettiva, altre problematiche sono quelle che emergono da un punto di vista etico e morale. In Mississippi, nel 1832 fu introdotta l’elezione popolare dei giudici federali e oggi in 39 stati americani l’assegnazione delle cariche giudiziarie statali avviene in questo modo. Il che vuole dire che l’87% dei giudici americani è eletto dal popolo. Questo crea un contesto per molti aspetti paradossale, tra feroci campagne elettorali, promesse irrealizzabili, finanziamenti privati e conflitti d’interessi.

Nel 2015, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che gli Stati americani possono vietare ai propri giudici statali la richiesta diretta di donazioni per le proprie campagne elettorali. La sentenza riguardava il caso di Lanelle Williams-Yulee, candidata per la Corte della Contea di Hillsborough nel 2009, che aveva fatto volantinaggio porta a porta e pubblicato una lettera online in cui, tra le altre cose, chiedeva contributi ai suoi elettori. Oggi, gran parte degli Stati americani vieta la richiesta esplicita di finanziamenti da parte dei giudici, ma questo non frena le donazioni: l’importante è che siano volontarie, non avvenute sotto richiesta dei candidati. Il Brennan Center for Justice ha rivelato che nel 2016 le campagne elettorali dei giudici hanno fatto segnare un record di spesa da parte di terzi di 20 milioni di dollari, un incremento del 44% rispetto al 2012.

I candidati sono tenuti a firmare i report elettorali, al cui interno si trovano tutte le informazioni relative ai finanziamenti privati e ai loro mittenti. I giudici sanno dunque chi li ha appoggiati e questo rischia di avere ripercussioni in termini di indipendenza nel momento in cui dovessero essere eletti. Immaginiamo il caso di un’azienda chimica che appoggia con qualche decina di migliaia di dollari la candidatura un giudice. Quest’ultimo viene eletto, e nel corso del suo mandato si trova a dover affrontare una causa di un gruppo di cittadini contro l’azienda, accusata di scaricare rifiuti tossici nel fiume del Paese. Il giudice si troverà da una parte un gruppo di comuni cittadini, dall’altra uno dei principali finanziatori che hanno contribuito a fargli vincere la gara elettorale. Un palese conflitto d’interessi. Di norma, il giudice dovrebbe applicare la legge in modo indipendente e neutrale, ma nei fatti si verificherebbe una situazione paradossale, difficile da gestire.

Giudici della Corte suprema degli Stati Uniti d’America, Washington, 2017

In un contesto di nomina popolare dei giudici, questi ultimi sarebbero chiamati a rispondere all’investitura dei cittadini, in modo molto simile ai politici. I giudici non dovranno deludere i propri finanziatori, né soprattutto i propri elettori, pena la mancata rielezione. Ecco perché le statistiche americane raccontano di come l’avvicinarsi dell’appuntamento elettorale comporti un inasprimento delle pene, frutto di quell’approccio repressivo e securitario che tanto piace all’elettorato. Uno studio dell’Università di Berkeley ha rivelato che i giudici hanno condannato i criminali a una pena in media superiore del 10% quando stavano per essere rieletti. Un altro studio sottolinea invece che quelle campagne elettorali giudiziarie caratterizzate da un grande giro di finanziamenti si sono tradotte in mandati più repressivi.

Non è dunque un caso che in molti denuncino come una delle principali cause del sovraffollamento delle carceri americane vada ricercata proprio nell’elezione diretta dei giudici. “Diversi specialisti qui e all’estero hanno trovato una spiegazione sorprendente per l’alto tasso di incarcerazione negli Stati Uniti: la democrazia,” spiega il New York Times. “La maggior parte dei giudici e dei pubblici ministeri degli Stati Uniti sono eletti e sono quindi sensibili a un pubblico che, secondo i sondaggi di opinione, è generalmente favorevole a politiche di criminalità severe. Nel resto del mondo, invece, i professionisti della giustizia criminale tendono a essere dipendenti pubblici che sono isolati dalle richieste popolari di condanne dure.”

Immaginare uno scenario simile in Italia, con giudici eletti e chiamati a dare voce alla paranoia securitaria popolare, fa spavento. Pochi mesi fa l’Istat ha rivelato che in Italia un cittadino su tre ritiene di vivere in una zona ad alto rischio di criminalità, un dato in continuo aumento che stona con il fatto che i reati sono in calo, come dimostrano i dati. Pensiamo poi alla comunicazione fatta riguardo a temi come quello dei migranti o di un’invasione percepita che in realtà non esiste, visto gli sbarchi sono diminuiti dell’80% nel 2018 e gli immigrati sono solo l’8% della popolazione. Questi punti rischierebbero di sconfinare dalla politica per entrare nella sfera giudiziaria, allo stesso modo di altre questioni delicate di attualità, come la legalizzazione delle droghe leggere o la legittima difesa. Si creerebbe insomma un doppione della campagna elettorale politica, questa volta in ambito giudiziario, che rischierebbe di avere ripercussioni sull’indipendenza e la neutralità dei giudici. L’esito distopico potrebbe essere quello di una magistratura della percezione, data dalla necessità di rispondere all’investitura popolare.

Giudici e magistrati italiani in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, Roma

L’opinione pubblica e la percezione securitaria della popolazione già oggi influenzano il sistema giudiziario italiano. “Può accadere,” spiega Luciana Goisis, docente di criminologia e diritto penale all’Università degli studi di Sassari, “Che il giudice proietti nella valutazione di un fatto e nella scelta della pena relativa motivi inconsci, ingenerati ad esempio da un insuccesso, da un senso di inferiorità o da un sentimento di colpa; soprattutto accade che si lasci condizionare dalle spinte emozionali esercitate dall’opinione pubblica.” Nel caso degli stranieri, poi, il sociologo Marzio Barbagli sottolinea come da molti sia stata avanzata l’ipotesi che “Le forze dell’ordine e la magistratura operino selettivamente nei confronti degli immigrati o per dare una risposta alla domanda di sicurezza proveniente dall’opinione pubblica o perché in queste due istituzioni sarebbero diffusi forti pregiudizi contro le minoranze etniche.”

Come sottolinea l’Economist, “È un abuso di potere che un giudice possa promettere – o anche solo suggerire – di decidere i casi futuri su una qualsiasi base che sia diversa dai fatti e dalla legge. Candidarsi alle elezioni dà ai giudici un incentivo a sorridere alle persone che li votano e a essere duri con coloro che li contestano. E questa non è certo una ricetta per l’imparzialità.”

Ecco perché gli ostacoli costituzionali e procedurali all’elezione popolare dei giudici, più che un impedimento a una riforma che renderebbe la magistratura migliore, vanno considerati una fortuna. Anche questa volta.

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