Come tutelerà diritti civili, inclusione, immigrazione e parità di genere un governo con Lega e FI? - The Vision

Mario Draghi si avvia alla presidenza del Consiglio accompagnato dal sostegno della maggioranza degli italiani. Dall’ultimo sondaggio Demopolis due italiani su tre sembrano essere favorevoli alla nascita del nuovo governo, mentre il 34% si divide fra chi non si esprime e chi crede che forse sarebbe meglio tornare alle urne in primavera. In vista della formazione del nuovo Esecutivo, 7 italiani su 10 preferirebbero che ad affiancare Draghi fosse una squadra di ministri mista, composta da politici e tecnici. Meno di un quinto preferirebbe i soli tecnici. Si sta dunque delineando un’ipotesi di governo ibrido, che pone sin da subito importanti questioni di governabilità; su tutti i fronti e in particolare sulle tematiche più divisive. 

Mario Draghi

Ci si chiede infatti come farà questo governo, che avrà al suo interno forze così eterogenee e opposte, a gestire le questioni che riguardano per esempio, l’inclusività, la diversity, i diritti LGBTQ+ o i figli delle coppie omogenitoriali e tutta la tematica femminile. Sembra impossibile in questo scenario immaginare un governo che includa tutti i partiti, dalla Lega a Leu, e che al contempo affronti anche queste tematiche o quantomeno le includa nei piani di governo. Certo, si tratterà di un governo centrato sull’emergenza sanitaria e sull’uscita dalla crisi economica; lo scopo di Draghi è prima di tutto la stabilità economica e l’uscita dalla pandemia, ma non si può non tenere conto del fatto che per superarla c’è bisogno anche di innovazione e diritti. Se deve cominciare una nuova era, c’è bisogno di un governo che preservi i diritti civili e i passi in avanti fatti dalla comunità LGBTQ+, che abbia un’attenzione particolare alle questioni di genere e che ne faccia anche una strategia per la ripresa economica.

A giudicare da quanto emerso dai primi giri di consultazioni,sembrerebbe però che le premesse del governo Draghi da questo punto di vista non promettano nulla di buono. “La comunità LGBTQ+ per il momento è stata esclusa dal dialogo con le parti sociali” ha dichiarato Fabrizio Marrazzo, portavoce del Partito Gay per i diritti LGBTQ+, Solidale, Ambientalista, Liberale, che ha osservato come invece sono stati ascoltati i veti omofobi dell’Udc, che nell’ultima conferenza stampa ha precisato che uno dei nodi centrali a cui si lega la loro partecipazione al nuovo governo riguarda proprio la non approvazione della legge contro l’omotransfobia e il mantenimento della dicitura “Padre e Madre” nei documenti ufficiali. “Con Draghi che destino avrà la legge contro l’omobitransfobia?”, ha twittato qualche giorno fa Vladimir Luxuria. Proprio la legge Zan contro l’omobitransfobia, la misoginia e l’abilismo è sempre più in bilico. L’ex maggioranza era pronta ad approvarla così come era passata alla Camera, ma il passaggio al Senato sarebbe adesso complicato dalla nuova partecipazione all’esecutivo del centrodestra. Tra l’altro, i numeri erano già risicati a fine 2020 e lo saranno immancabilmente anche nel 2021, se la legge dovesse essere calendarizzata dal futuro eventuale Governo. Sarebbe auspicabile che le forze politiche che hanno finora sostenuto la legge Zan mantenessero questo impegno anche nel nuovo scenario, in vista dell’approvazione finale in Senato. Come ha spiegato lo stesso Alessandro Zan sulle pagine di gay.it, la legge contro l’omobitransfobia non è una legge proposta dal governo, ma dal Parlamento. E in quanto tale deve chiedere il sostegno di tutti i parlamentari, in modo trasversale. Dunque, non è legata al nuovo Premier, ma ai senatori oggi a Palazzo Madama. 

Vladimir Luxuria

L’unico ad avere sollevato con forza l’impossibilità di collaborare con il nuovo governo a causa di divergenze irrimediabili è stato il segretario di Sinistra italiana Nicola Fratoianni, che si è detto aperto a una collaborazione con Draghi, ma solo senza Salvini e Meloni. Per il deputato di Leu è impossibile stare in un governo, sia pure di emergenza nazionale, con chi negli ultimi anni non solo ha espresso il peggio del nazionalismo e del sovranismo, ma che soprattutto si basa su un impianto programmatico e valoriale impregnato di cultura patriarcale, misogino e contrario alle libertà civili. A sorpresa, nella giornata di ieri è arrivato anche l’endorsement alla causa dei diritti LGBTQ+ da Barbara Masini, capogruppo di Forza Italia nella Commissione straordinaria Diritti umani, che ha dichiarato che se la ripresa economica è fondamentale per superare questo momento di difficoltà, è altrettanto vero che bisogna pensare al futuro e alle prossime generazioni impegnandosi attivamente a combattere le discriminazioni, la violenza sulle donne e l’omofobia, e a consolidare i diritti LGBTQ+ e la parità di genere, perché sono temi fondamentali da cui ripartire per costruire il Paese del futuro. Anche Benedetto della Vedova, segretario di +Europa, ha affermato che il suo partito continuerà a chiedere una gestione umana dell’immigrazione, diritti civili, avanzamento nei diritti della comunità LGBTQ+, legalizzazione della cannabis, e che sosterrà il nuovo governo senza rinunciare alle loro convinzioni.

Benedetto della Vedova
Giorgia Meloni, Silvio Berlusconi e Matteo Salvini

A ogni modo non si conoscono le posizioni di Draghi sul piano dei diritti LGBTQ+ perché pubblicamente non si è mai espresso su queste tematiche, ma dovrebbero essere importanti per i partiti di sinistra, come per esempio il Pd, che in un anno e mezzo al governo non è ancora riuscito a far approvare il ddl Zan. Il grande assente di questo dibattito è proprio il centrosinistra, non pervenuto oggi e non pervenuto ieri, dal momento che negli ultimi anni ha sconfinato sempre più spesso nel perimetro ideologico del centrodestra, prima sui temi del lavoro e dello stato sociale, poi su sicurezza e immigrazione; cominciando con Renzi che diceva che bisognava aiutare gli immigrati a casa loro, per arrivare al lavoro di Marco Minniti in veste di ministro dell’Interno fino agli ultimissimi accordi con la Libia. Al momento solo Leu ha posto la questione dei diritti LGBTQ+ e delle questioni di genere sul tavolo delle trattative del programma di governo. L’assenza pesa. 

Matteo Renzi

La crisi di governo sta facendo emergere sempre di più l’inconsistenza dello scenario politico attuale, diviso fra chi tutto d’un tratto è diventato europeista, e chi è partito con l’intenzione di aprire il Parlamento come una scatoletta di sardine, al grido di “mai alleanze”, e si è ritrovato a governare prima al fianco di Salvini, poi con il Pd e ora anche con Berlusconi.  Inoltre, il fatto di non avere un centrosinistra, di sinistra, compatto e unito, getta delle ombre su quello che potrebbe essere il futuro governo, che per sua costituzione, un po’ per volontà, un po’ per necessità, potrebbe finire per smantellare non solo ciò che resta del welfare per le fasce più deboli e disagiate della società, ma anche l’attenzione alla salvaguardia dei diritti della comunità LGBTQ+ e le libertà civili. 

Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista

Oltre a questo, come ha fatto notare Arcigay non si è ancora fatto cenno a tutte le coppie di gay e lesbiche con figli che vivono ancora oggi in Italia una condizione di invisibilità, che avranno ancora più difficoltà per la crisi economica e sociale in atto. È necessario che il nuovo governo faccia ogni sforzo per ripartire da una coscienza civica che ci consenta di essere veramente allineati all’Europa, quella dell’uguaglianza, dei diritti, che include le differenze e sostiene l’autodeterminazione di tutti.

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