L’ironia di Di Maio costretto ad allontanarsi dal M5S dopo la scelta più saggia della sua carriera - THE VISION

C’è una foto simbolica del Movimento Cinque Stelle che ritrae Alessandro Di Battista, Davide Casaleggio, Beppe Grillo e Luigi Di Maio. Gli ultimi due si abbracciano. Di quei quattro pilastri è rimasto soltanto Grillo, l’uno che vale più di uno in quanto demiurgo. Gli altri, per motivi diversi, sono usciti dalla sua orbita. L’ultimo in ordine di tempo, il ministro degli Esteri Di Maio, ha prima rischiato l’espulsione dopo una riunione d’emergenza del Consiglio Nazionale del Movimento, che ha optato per una sfiducia considerandolo “corpo estraneo”, per poi decidere autonomamente di abbandonare la nave e creare un gruppo parlamentare chiamato Insieme per il futuro. Nella conferenza d’addio, Di Maio ha chiuso il cerchio dichiarando che “uno non vale uno”.

Beppe Grillo

Il fatto curioso è che Di Maio non è stato criticato dalla base quando chiedeva l’impeachment per il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, quando voleva uscire dall’euro per tornare alla lira o coniava il termine “taxi del mare” in riferimento alle ong che salvavano persone nel Mediterraneo. Il suo elettorato non ha battuto ciglio nemmeno quando, da leader del M5S, Di Maio fece un governo con la Lega avallando tutte le leggi inumane di Salvini e portando l’Italia a un passo dal default economico. Lo stesso Giuseppe Conte, il suo successore alla leadership, ha governato con la destra, con la sinistra e poi in un’ammucchiata fianco a fianco con Berlusconi e con i tanti odiati burocrati di Bruxelles. Il pomo della discordia è stato invece Vladimir Putin e questo rimarca ancora una volta la natura ambigua dei grillini.

Tutto può essere rinnegato, ma non il rapporto con la Russia, così l’invasione dell’Ucraina ha creato un cortocircuito nei grillini. Per comprendere l’ascesa del M5S bisogna fare un passo indietro. Prima delle elezioni del 2018, un documento proveniente dal Cremlino e verificato dalle principali testate europee metteva in evidenza il sostegno del partito di Putin a diverse realtà sovraniste, populiste e di estrema destra, con l’intento di destabilizzare dall’interno l’Unione Europea. Tra questi partiti spiccavano Lega e M5S, che iniziarono a protestare contro le sanzioni alla Russia arrivate dopo l’invasione in Crimea e, in seguito, la violazione degli accordi di Minsk.

Giuseppe Conte

La “fabbrica dei troll” russi mise in piedi una campagna di appoggio ai due partiti su internet e non fu una sorpresa quando venne alla luce il governo Conte I: Lega e M5S erano figli della stessa propaganda. Erano i tempi dei viaggi di Alessandro Di Battista in Russia, dei contatti degli esponenti grillini con l’ambasciata russa a Mosca, delle relazioni sempre più fitte tra il blog di Grillo e testate come Russia Today e Sputnik. Oggi, nel 2022, con Salvini e Di Battista ancora desiderosi di organizzare viaggi in Russia, i grillini si ritrovano nell’imbarazzante situazione di far parte di un governo che sostiene la resistenza ucraina e al tempo stesso di non recidere definitivamente il cordone ombelicale che li lega a Putin.

Conte, tramite bizzarre giravolte lessicali, ha prima appoggiato le azioni del governo, poi ha chiesto di inviare meno armi all’Ucraina – della serie “aiutiamoli, ma non troppo” – per poi creare una vera e propria spaccatura con la tentazione del no totale all’invio di armi. Alla fine però ha ceduto, con il M5S che ha votato a fianco del governo al Senato per gli aiuti a Kiev, armi comprese. 219 voti favorevoli, 20 contrari e l’astensione di Fratelli d’Italia. Di Maio, accusato dal suo ex partito di essere un atlantista europeista – ovvero le posizioni ufficiali dell’Italia nello scacchiere geopolitico e non si capisce cosa si debba chiedere di diverso a un ministro degli Esteri – ha dichiarato: “Dovevamo scegliere da che parte stare della Storia. I dirigenti del Movimento hanno rischiato di indebolire l’Italia, di mettere in difficoltà il governo per ragioni legate alla propria crisi di consenso, per recuperare qualche punto percentuale. La guerra non è uno show mediatico, è da irresponsabili picconare il governo. Di fronte alle atrocità che sta commettendo Putin non potevamo mostrare incertezze”.

Luigi Di Maio

Il fatto ironico è che Di Maio sia stato costretto ad allontanarsi, proprio in seguito alle sue decisioni più sagge della carriera. Questo non lo pone di certo nella posizione di uno statista, e certamente anche le sue sono mosse di convenienza, capendo l’aria che tira nel M5S e sapendo di poter restare in politica, per via della regola del doppio mandato, solo fuori dall’universo grillino. In sostanza gli viene rimproverato il fatto di essere diventato un politico e di affrontare quelle responsabilità istituzionali che spesso portano malumori e impopolarità. Se si parla di tradimento il suo certamente lo è stato, perché ha rinnegato le istanze post ideologiche del Movimento. Adesso è pro Euro, pro Europa, anti Putin – è arrivato persino a definirlo “peggio di un animale” – e moderato. Sono strategie per restare a galla e non sparire dalla scena politica, certo, ma è anche quello che ci si attende da un ministro, mentre è facile fare i ribelli dall’esterno. È questo ciò che differenzia Di Maio da Di Battista.

Il buon Dibba in questi giorni viene definito “coerente” perché ha abbandonato il M5S quando quest’ultimo ha rinnegato i suoi principi. In realtà è una narrazione errata. Di Battista, pur senza ruoli nell’esecutivo, ha appoggiato con entusiasmo l’alleanza con Salvini, giustificando ogni malefatta o addirittura osannandola, come per la nomina di Marcello Foa alla presidenza della RAI. Iniziò ad attaccare Roberto Saviano e tutto il mondo antileghista usando un lessico preso in prestito da Pontida. Radical chic, comunisti col Rolex: ogni suo post trasudava salvinismo in ogni parola. Poi il M5S fece il governo con il PD e a Di Battista le alleanze non andarono più bene. Lasciò il Movimento dopo la nascita del governo Draghi, perché era insostenibile stare dalla stessa parte di Berlusconi (ma farsi pubblicare libri dalla sua casa editrice andava bene).

Alessandro Di Battista

Oggi, Di Battista scrive: “Un movimento nato per non governare con nessuno ha il diritto di evolversi e governare con qualcuno, non ha alcun diritto di governare con tutti per portare a casa comode poltrone”. Quindi con la Lega, compagna di alleanze putiniane, andava bene, con gli altri no. Nello stesso post, pubblicato su Facebook, scrive: “Sono preoccupatissimo per le violazioni costituzionali che vengono perpetrate con disinvoltura. L’invio di armi in Ucraina non è solo un drammatico errore strategico, è anche una vile profanazione dell’articolo 11 della nostra Carta costituzionale”. Ovviamente è un’affermazione infondata come spiegato da diversi costituzionalisti, l’invio delle armi a Kiev non va contro la Costituzione. Il punto è che Di Battista, al contrario di Di Maio, è rimasto fedele alla linea. Quella di Putin, che ha spinto il M5S al potere. Quindi un giorno prima dell’invasione scrisse: “La Russia non sta invadendo l’Ucraina”. Lungimirante come sempre. Per tutti i mesi successivi si è posizionato sulla riva degli orsiniani, con una spruzzata di benaltrismo che non fa mai male (“E allora l’Iraq?”, “Vogliamo parlare di Assange?”, “Americani sporchi e cattivi”). La nonchalance con cui si accetta che due partiti di punta del nostro Parlamento siano stati pompati da Putin per distruggere l’Europa è disarmante, così come la shitstorm piovuta su Di Maio, tra i pochi grillini a rifiutare, seppur in ritardo, le strategie moscovite. Questo non fa di lui un buon politico, e il suo passato non sarà cancellato, ma il fatto che venga esposto al pubblico ludibrio quando esibisce una posizione politicamente trasparente, motivata e razionale, mentre nei giorni delle sue peggiori performance era per i grillini il loro leader puro e immacolato, è quantomeno singolare.

L’esperienza del M5S, inutile girarci intorno, è ormai giunta al termine. La stagione dell’antipolitica, quella che ha portato nelle istituzioni personaggi come Cunial, Barillari, Paragone e altre macchiette che un tempo sarebbero state relegate al ruolo di urlatori nei gruppi Facebook, si concluderà con le prossime elezioni, quando i grillini verosimilmente raggiungeranno percentuali da prefisso telefonico. Si tratta in un movimento che nel 2018 ha portato in Parlamento 227 deputati e 111 senatori, più di tutti gli altri partiti. Già prima dell’affaire Ucraina era partita la diaspora, con oltre il 30% degli eletti finiti nel gruppo misto o in altri partiti. Adesso almeno una cinquantina di parlamentari seguirà Di Maio nel suo nuovo gruppo. Per un movimento che faceva pressioni sul vincolo di mandato, arrivare a fine legislatura con praticamente metà degli eletti dispersi altrove non è un bel segnale. 

Dare la colpa a Di Maio vuol dire chiudere gli occhi sui precedenti quattro anni di legislatura e su tutte le promesse tradite dal M5S. Di Maio è soltanto uno dei miracolati che con qualche centinaio di voti si è trovato in Parlamento e nel secondo mandato è stato vicepremier e a capo di due diversi ministeri. Ha agito da democristiano di ferro, traendo vantaggio dalle diatribe interne. Il paradosso è che un personaggio del genere, rispetto ai suoi ex compagni di partito, sembra quasi il più lucido dei politici, in tutta la sua furbizia. Almeno potrà raccontare di aver agito per il bene delle istituzioni, pur omettendo gli altri interessi personali. Gli altri, altrettanto trasformisti, ma seduti sul lato sbagliato della storia, non potranno trovare motivazioni valide quando calerà il sipario e il M5S resterà solo un brutto ricordo della nostra Repubblica.

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