Di Maio voleva uscire dall’Euro e ha insultato mezza Europa. Come fa a stare agli Esteri? - The Vision

Lo scorso anno, in occasione dell’undicesimo anniversario del Vaffa-Day, sul Blog delle Stelle è apparso un post in cui venivano ricordati i punti fermi del M5S per risollevare l’Italia. In mezzo a un oceano di demagogia, a spiccare era una frase chiara: “Questo è un Paese che ha distrutto la meritocrazia”. Tralasciando l’abuso del termine e alcune sue distorsioni nel quadro di un ideale sociale, e concentrandoci esclusivamente sul suo significato più puro, la battaglia sulla meritocrazia non può essere affrontata con un post su un blog, soprattutto se il suo autore è Luigi Di Maio, appena nominato ministro degli Esteri senza alcun tipo di competenza in materia.

Il lavoro alla Farnesina richiede doti notevoli quali diplomazia, capacità strategiche e rispetto istituzionale. Tutte caratteristiche che non rientrano di certo nell’arsenale di Di Maio. L’esempio più lampante riguarda il suo rapporto con i gilet gialli, movimento di protesta francese in chiaro conflitto con il presidente Emmanuel Macron. Dopo aver messo sottosopra la Francia per mesi con scontri con la polizia, blocchi stradali e atti di vandalismo contro opere pubbliche e beni privati, i gilet gialli hanno ricevuto l’inaspettato attestato di solidarietà del M5S. L’ex vicepremier è arrivato persino a dichiarare di considerarli “interlocutori politici del M5S” e, insieme ad Alessandro Di Battista, ha incontrato i rappresentanti della loro frangia più estremista, che parlava apertamente di un colpo di Stato in Francia. Il governo francese si è quindi trovato con una parte del governo dell’Italia, partner commerciale e storico alleato europeo, che appoggiava esplicitamente degli estremisti che progettavano un attacco alle istituzioni del Paese. Come risultato inevitabile, l’Eliseo il 7 febbraio ha richiamato il suo ambasciatore a Roma, Christian Masset, dando vita alla più grande frizione tra Francia e Italia dai tempi della seconda guerra mondiale.

Una crisi diplomatica risolta nove giorni più tardi grazie all’intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha ricevuto al Quirinale l’ambasciatore francese. In seguito, Di Maio si è cosparso il capo di cenere in diretta da Fabio Fazio, dichiarando di aver commesso un errore. Pura schizofrenia politica di chi ha incitato i gilets jaunes per mesi a continuare la loro protesta, auspicando addirittura un’alleanza in vista delle elezioni europee. Sarà divertente adesso capire con quale coraggio Di Maio incontrerà il ministro degli Esteri francese, dopo aver appoggiato i progetti di destabilizzazione di un Paese alleato. Per tentare di rimediare alla crisi diplomatica, il leader grillino ha anche scritto una lettera a tutti i francesi pubblicata sul quotidiano Le Monde dove ha lodato la “tradizione democratica millenaria” della Francia. Buone intenzioni, se non fosse che la Rivoluzione Francese è datata 1789.

La vicenda dei gilet gialli sintetizza in pieno la non-strategia del M5S: dirigersi dove porta la corrente, con la prontezza di rinnegare ogni decisione. Non a caso non si è mai capita la posizione ufficiale del M5S su temi come Europa, immigrazione o economia. Il loro programma è perpetua improvvisazione in base ai sondaggi e alle opportunità politiche. Fare il ministro degli Esteri, però, vuol dire assumersi delle responsabilità, e ora il modus operandi pilatesco di Di Maio dovrà subire per forza un’inversione di rotta. Sul suo tavolo ci sono già temi scottanti ai quali non potrà sottrarsi. Tra questi la guerra civile in Libia e il ruolo che ricoprirà l’Italia nelle strategie internazionali, tema strettamente collegato all’immigrazione.

Di Maio ha anticipato che “L’attenzione verso l’Africa, il tema delle migrazioni e le relazioni con le nuove economie emergenti saranno le linee guida su cui costruirò il mio lavoro”. Viene da chiedersi se l’attenzione verso l’Africa sarà la stessa dimostrata dal precedente governo gialloverde, che ha tagliato i fondi destinati allo sviluppo internazionale per 860 milioni di euro, diretti in gran parte nella aree sub sahariane. La discontinuità deve partire proprio da qui, e sull’Africa il ruolo di Di Maio sarà fondamentale a livello di mediazione e scelte cruciali che il nostro Paese non può più permettersi di rimandare. La Libia è destabilizzata da una guerra civile tra il governo riconosciuto a livello internazionale di Fayez al Serraj e le forze militari di Khalifa Haftar, sostenute da Egitto e Russia. Di Maio, fresco di nomina e senza nessuna esperienza in materia, andrà a inserirsi in un vespaio dove l’Onu e i suoi diversi inviati cercano da anni un soluzione per un accordo tra le parti.

Sempre in Africa si localizzano altri due dossier praticamente ignorati dal precedente esecutivo: Silvia Romano e Giulio Regeni. I genitori del cooperante italiano ucciso al Cairo tra il gennaio e il febbraio del 2016 si sono rivolti a Luigi di Maio perché faccia pressione sul governo del generale al Sisi per fare chiarezza sulla morte del figlio: “Ora che ha il potere e la responsabilità di porre in essere quelle conseguenze minacciate nei confronti del governo egiziano, confidiamo che il ministro vorrà come prima cosa richiamare il nostro ambasciatore e pretendere la verità fino ad oggi nascosta e negata”, hanno dichiarato Paola e Claudio Regeni. La Farnesina deve anche delle risposte alla famiglia di Silvia Romano, rapita in Kenya il 20 novembre del 2018, mentre lavorava come volontaria nel villaggio di Chakama, a un centinaio di chilometri da Malindi. Dopo 10 mesi di indagini dei Carabinieri del Ros e della polizia kenyota, la pista più probabile porta alla Somalia, dove Romano sarebbe ostaggio di uno dei centinaia di gruppi armati che combattono una guerra civile lunga trent’anni e il governo ufficiale controlla solo la capitale Mogadiscio.

Un altro tema che scotta sulla scrivania del neoministro è quello della battaglia dei dazi tra Cina e Stati Uniti, con ripercussioni enormi sui mercati globali. Con la Cina Di Maio ha già collaborato, intavolando le trattative sulle Nuove vie della Seta e la partecipazione italiana al progetto. La trasferta cinese dell’allora ministro del Lavoro, però, è ricordata soprattutto per la sua gaffe sul nome del presidente cinese, chiamato in più occasioni Ping, invece di Xi Jinping. Nulla di nuovo  per chi era convinto che Pinochet fosse un dittatore venezuelano. A Beijing, a quanto pare, non hanno preso bene la sua nomina. Xinhua News Agency, agenzia di stampa ufficiale della Repubblica Popolare Cinese, ha definito “inusuale” la scelta, scrivendo: “Non si è mai laureato all’università, ha delle conoscenze molto limitate sulle lingue straniere e nella sua vita pubblica non ha mai mostrato molto interesse nelle tematiche internazionali”. Queste parole sono poi sono state rimosse, ma sembra proprio che il nostro nuovo ministro degli Esteri non goda della stima del governo cinese..

Di Maio dovrà dialogare con la Cina e contemporaneamente rassicurare gli Stati Uniti, con Trump che non perde occasione per appoggiare “Giuseppi” Conte, ma che ha perso Salvini come suo uomo di fiducia nell’esecutivo italiano. Un buon inizio potrebbe essere evitare frasi come: “Non sarebbe meglio che gli americani sganciassero soldi sulla popolazione siriana, invece che bombe?”

Putin intanto osserva con scarsa preoccupazione le novità italiane. Sa che Di Maio non rappresenterà mai un pericolo per il suo Paese, dato che il neo titolare della Farnesina si è più volte schierato contro le sanzioni alla Russia, che ha definito “un interlocutore storico”. Questo, però, non significa che le sanzioni verranno rimosse: già nel settembre 2018 l’Italia ha votato in sede europea a favore di un loro rinnovo. Proprio Bruxelles sarà un tema scottante per il nuovo esecutivo, grazie a 14 mesi di provocazioni e attacchi da parte dell’ex ministro dell’Interno Salvini, che hanno allontanato l’Italia da una serie di partner storici per avvicinarla all’orbita dei Paesi del gruppo di Visegrad, guidati dall’Ungheria di Viktor Orbán .

In che modo adesso Di Maio rinnegherà più di un anno di politiche internazionali del suo stesso governo, non è dato sapersi. Anche per questo sarebbe stato più opportuno nominare alla Farnesina una figura istituzionale meno coinvolta negli attriti recenti, e non il capo politico di un partito che ha avallato gli affondi sovranisti di Salvini, cercando il braccio di ferro continuo con le istituzioni europee. Con una Brexit da gestire, l’Iran che ha ripreso il suo programma di arricchimento dell’uranio e una crisi in Venezuela sull’orlo della guerra civile, Di Maio deve per forza uscire dalla bolla fantapolitica in cui vivono molti rappresentanti M5S.

Ci si chiede in che modo potrà affrontare queste sfide, visto che la sua formazione non ha nessuna attinenza con il ruolo che andrà a ricoprire. Di Maio arriva alla Farnesina in seguito a un percorso quantomeno bizzarro. Dopo aver svolto lavori come webmaster e steward allo stadio San Paolo, e senza aver mai completato gli studi universitari dopo anni da fuoricorso, è stato candidato dal M5S alle elezioni del 2013 in seguito a una consultazione online in cui ha raccolto 189 voti. È entrato in Parlamento grazie a una manciata di preferenze dei parenti e di qualche amico, diventando il più giovane vicepresidente della Camera della storia repubblicana, a soli 26 anni. Cinque anni dopo, da capo politico del M5S, ha ricoperto nel governo gialloverde il triplice ruolo di Vicepremier, ministro del Lavoro e ministro dello Sviluppo economico. Adesso, nonostante i sei anni di esperienza in politica, la situazione è ancora più paradossale: per quale motivo viene scelto come ministro degli Esteri un politico che non sa nemmeno parlare in inglese e che si è contraddistinto per gli strafalcioni internazionali e per aver causato crisi diplomatiche con altri Paesi?

La questione della lingua non è da sottovalutare, e non può essere ridotta a qualche simpatico meme sul web. Di Maio dovrà rappresentare il nostro Paese nelle riunioni internazionali, sedendo al tavolo con colleghi che sfoggeranno un inglese fluente – e anche altre lingue – mentre lui sarà costretto a portarsi dietro un interprete ventiquattr’ore su ventiquattro. Imparerà, direbbe qualcuno, ma la politica non è una scuola: si presume che un ministro a contatto con gli ambienti internazionali abbia almeno le competenze basilari per poter svolgere quel ruolo.

Quando nel 2017 si è presentato ad Harvard per tenere una conferenza davanti a una platea di ricercatori, inizialmente Di Maio è stato presentato come il membro di un “partito populista di destra”, poi ha iniziato l’intervento leggendo da un foglio qualche parola in un inglese alla Rutelli, infine è stato tartassato dal pubblico. Gli è stato detto, in inglese, che non possono pretendere di governare senza avere competenze. Dopo aver ascoltato la traduzione, la sua risposta, svilendo il concetto stesso di competenza, è stata: “Abbiamo visto cosa hanno fatto gli esperti”. Risposta che ovviamente ha dato in italiano.

Viene dunque da chiedersi quale sia il motivo della nomina di Di Maio alla Farnesina. Il suo curriculum non è sicuramente un’argomentazione valida. Il ruolo di capo del M5S non può rappresentare una giustificazione, se non nella prospettiva del manuale Cencelli sulla spartizione delle poltrone con la logica delle correnti politiche che prevale sul merito. La scelta sa molto di Prima Repubblica, e l’impressione è proprio che il Conte bis sia un revival della Democrazia Cristiana. Inevitabile per evitare i “pieni poteri” di Salvini e le derive neofasciste, ma ugualmente stantio nelle intenzioni. Soprattutto per un partito come il M5S, sempre più a suo agio nel sistema, a tal punto da impararne i tatticismi e le strategie per non perdere poltrone e posizioni di potere, a costo di rimpasti e ministeri assegnati in modo del tutto casuale, almeno in apparenza.

Non si tratta di accanirsi contro Luigi Di Maio, ma di trovare nella sua parabola un vademecum in cui è riassunto tutto quel che c’è di sbagliato nella politica (o non-politica) a cinque stelle. Qualcuno deve giustificare la scelta di Di Maio per gli Esteri. E farlo, se possibile, senza tirare in causa il diploma della Fedeli o l’inglese di Renzi, perché il motto “E allora il Pd” è scaduto nel momento in cui si è creata un’alleanza di governo, e perché il benaltrismo non potrà essere usato in eterno come parafulmine per mascherare l’incompetenza.

Foto in copertina di Antonio Masiello

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