L’inquietante sindrome di Stoccolma dei segretari del Pd: infatuati dei propri avversari - THE VISION

Intervistato da Massimo Leoni nella puntata del 29 maggio de L’Ospite  di Sky Tg24, il segretario del Pd Enrico Letta, dopo aver detto, tra le altre cose, che “I concetti di ‘destra’ e ‘sinistra’, ‘andare troppo a destra’, ‘andare troppo a sinistra’ in questo momento sono parte di un’archeologia di discorsi politici che hanno poco senso”, ha parlato di Matteo Salvini in modo accomodante, riconoscendo al leader della Lega un certo fair play. “In Salvini ho trovato un volto vero, tutt’altro che finto”, ha dichiarato; “In politica si incontrano tante maschere e pochi volti. Io ho avuto rapporti molto franchi con Salvini, sappiamo di essere diversi e di rappresentare due Italie alternative, ma sappiamo entrambi che abbiamo una responsabilità sulle spalle: aiutare l’Italia a uscire da questa crisi e far sì che le riforme che dobbiamo fare funzionino. Poi alle elezioni ci divideremo, ma credo che stiamo gestendo con responsabilità questa fase”. La necessità che il governo di coalizione regga per uscire dall’emergenza richiede sicuramente toni pacati e l’attacco personale, oltre a creare un clima da tifoseria da stadio, stona con la professionalità che Letta ha finora dimostrato nel suo agire politico.

Enrico Letta

Eppure un discorso simile sembra ignorare che si sta riferendo a un avversario politico che con i decreti sicurezza ha reso la rotta del Mediterraneo centrale sempre più mortale e che continua ad alimentare una cultura retrograda nei confronti delle donne e omotransfobica nel Paese. Sempre Salvini in Europa stringe alleanze con governi tutt’altro che democratici come quelli di Polonia e Ungheria e, prima di sostenere il governo Draghi, è arrivato a definire “assolutamente comprensibile” un eventuale referendum per uscire dall’Ue: è in questo contesto che la frase del segretario Pd risulta ambigua o quanto meno superficiale. Anche il suo predecessore Zingaretti aveva attirato critiche per il suo atteggiamento troppo aperto nei confronti del M5S e fatto discutere con il tweet di lodi per la televisione di Barbara D’Urso, definendola capace di portare “la voce della politica vicino alle persone”. Un modo di fare televisione che ha abituato una parte del pubblico a un intrattenimento che, lungi dal voler analizzare con approccio critico i problemi sociali, ha lo scopo di portare all’estremo il “live sentiment” dei telespettatori, dipingendo la realtà a tinte “o bianche o nere” e senza sfumature, facendo così da megafono al populismo a cui proprio il Pd cerca di opporsi. Il tweet più emblematico pubblicato in risposta all’allora leader Pd è stato forse quello del fumettista Francesco Artibani (“Salvini esci da questo corpo”), risultato particolarmente rappresentativo delle critiche all’approccio ambivalente di Zingaretti. Questo atteggiamento dei segretari dem finisce quindi per rispecchiare  – e allo stesso tempo alimentare – l’immagine del Pd di un partito debole e ambivalente, disposto a far prevalere la convenienza e la tattica politica di breve respiro sulle battaglie a sostegno dei diritti e dello stato sociale.

Nicola Zingaretti, Giuseppe Conte e Luigi Di Maio
Nicola Zingaretti

La crisi del Pd non è certo recente: fin dalla sua fondazione nel 2007 ha faticato a conciliare le sue anime diverse, risultato della fusione dei Democratici di Sinistra (Ds), eredi del Partito Comunista Italiano, poi Partito Democratico della Sinistra (PDS), e della Margherita, forza centrista discendente dal Partito Popolare Italiano. Negli anni il partito che avrebbe dovuto ripensare la sinistra a partire dall’eredità del Pci, e allo stesso tempo allargare la propria base elettorale con l’inclusione delle frange moderate, è rimasto vittima delle proprie divisioni interne. A lungo il Pd ha usato lo spirito antiberlusconiano come collante, invece di costruire un’identità a partire dalla tradizione della sinistra italiana e dalla necessità di rispondere alle esigenze di una società globalizzata. Si sono susseguiti 10 diversi segretari, scissioni, aspri conflitti interni e difficoltà nel far presa su un elettorato popolare che negli ultimi anni ha sempre più spesso preferito il M5S e la stessa Lega di Matteo Salvini. 

Matteo Salvini

La componente di sinistra più autentica si è gradualmente persa a favore di un approccio votato al liberalismo e all’indebolimento dello stato sociale. In questo senso, il punto di rottura decisivo si è avuto con le politiche del governo Renzi che, all’insegna della rottamazione e della lotta a “vecchie ideologie”, spesso ha voluto identificare a tutti i costi un nemico cui opporsi, anche laddove la sinistra avrebbe dovuto cercare potenziali alleati – come i sindacati nel caso del Jobs Act e gli insegnanti per quanto riguarda il piano relativo alla Buona Scuola –, senza invece impostare quelle riforme come un beneficio di tutta la collettività. Anche sull’immigrazione le parole pronunciate da Renzi nel 2017 rispetto agli sbarchi dal Mediterraneo – “Noi non abbiamo il dovere morale di accoglierli, ripetiamocelo. Ma abbiamo il potere di aiutarli. E di aiutarli davvero a casa loro” – risuonano vicine a quelle più volte pronunciate dal Matteo segretario della Lega Nord. Sempre su questo tema, il decreto Minniti-Orlando voluto dal governo Gentiloni ha ricalcato lo schema del binomio “immigrazione-sicurezza” tanto caro alle destre.

Marco Minniti
Matteo Renzi

Con la nomina a segretario di Zingaretti prima e di Letta poi, sembra ci sia la volontà di ripensare il Pd virando su politiche più in linea con valori e temi cari alla base del partito. Stupisce però che, quando Leoni fa notare a Letta che “C’è qualcuno all’interno del Pd che teme che lei porti il partito troppo a sinistra”, il segretario dipinga quello scenario come “abbastanza paradossale”. Il punto è che, mentre il centro-sinistra mira alla moderazione e Letta sostiene che destra e sinistra siano ormai concetti obsoleti, stiamo invece assistendo a una radicalizzazione della destra, forte della proposta di un’identità ben precisa e tutt’altro che moderata. Abbiamo di fronte un panorama politico italiano non più basato su un sistema sostanzialmente bipolare che vedeva, negli anni del  centro destra guidato da Berlusconi, la contrapposizione tra le coalizioni di centro-destra e centro-sinistra. Ora il Pd – appiattito verso il centro, privo di alleati forti a sinistra e legato a un M5S a propria volta in crisi d’identità – si trova a interfacciarsi con avversari come Salvini o Meloni. Leader di forze politiche che rappresentano una destra radicale, conservatrice e sovranista, che hanno come punto programmatico fondamentale il blocco dell’immigrazione, lo slogan del “prima gli italiani”, la lotta non “per” i diritti civili, ma “ai” diritti civili, come di recente testimoniato dall’ostruzionismo al Ddl Zan e alle proposte sul riconoscimento tanto dello ius soli quanto dello ius culturae. A tutto questo, specie per quanto riguarda Fratelli d’Italia, si aggiunge un’esasperazione del patriottismo e dell’identità della Nazione oltre a critiche feroci all’Unione europea, fino a paventare l’opportunità di una “Italexit”. Il Pd si trova, in particolare, a fare i conti con il recente sorpasso nei sondaggi sulle indicazioni di voto degli italiani da parte di Fratelli d’Italia, partito che sta sempre più pericolosamente incarnando l’eredità del neofascismo e che, insieme alla Lega Nord, sta capitalizzando la frustrazione causata da un anno e mezzo di pandemia e misure di contenimento sanitarie.

Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi

Per questo ascoltare i segretari Pd riferirsi così blandamente ad avversari di questo tipo preoccupa e restituisce l’immagine di un partito senza una direzione precisa da seguire, ipercritico e intransigente nei confronti delle correnti interne e troppo malleabile quando si tratta di confrontarsi con chi è spesso la negazione dei suoi valori fondativi. È indubbio che una polarizzazione politica esasperata tenda a ostacolare il funzionamento della democrazia, specie in un momento in cui risulta cruciale mantenere la stabilità necessaria per affrontare le ripercussioni sociali ed economiche della pandemia, eppure la debolezza del Pd sta forse proprio in un eccessivo “cerchiobottismo”. Così, pur di evitare una forte polarizzazione si lascia campo libero alle destre. Eppure la polarizzazione politica è spesso specchio di una società dove le disuguaglianze sono sempre più marcate: in questo modo l’approccio moderato del Pd risulta distante e disinteressato rispetto ai bisogni impellenti delle classi più vulnerabili a cui dovrebbe dare voce. I segretari del partito sembrano sempre più incapaci di lottare per loro, con il risultato di avere ormai il principale serbatoio di voti tra anziani, classi medie e medio alte, ottenendo i maggiori successi nelle grandi città e nelle aree più benestanti del Paese. A fronte di questo, invece, cresce il consenso per la Lega tra le classi più deboli e gli operai e si consolida quello da parte di lavoratori autonomi, commercianti e artigiani. 

Matteo Salvini

È vero che il Pd, per cercare di compensare il mancato raggiungimento degli obiettivi sul piano dei “diritti sociali” e della protezione dei lavoratori, ha cercato di appoggiare battaglie per la tutela di diritti civili con le riforme relative a biotestamento, divorzio breve, Codice Rosso, unioni civili. Si tratta di passi in avanti sul piano dei diritti dei singoli, ma che non si sono accompagnati ad altrettante battaglie sul piano collettivo. È invece necessario che si ritrovi una sinergia tra questi due aspetti dell’impegno politico per ricostruire l’identità di un partito che, se non si vuole condannare all’irrilevanza, deve trovare il coraggio di assumere posizioni nette, per ricostruire il tessuto sociale proprio partendo dalla tutela di chi oggi non si sente più rappresentato se non dalle destre sovraniste. “Usciamo dalla pandemia avendo visto la crescita di disuguaglianze come mai si era visto nella storia recente”, ha dichiarato Letta a Sky Tg24, “Ridurre queste disuguaglienze deve essere il mantra, la missione più importante. Mi dica lei se questo è di sinistra o di destra”. Forse è il momento di dire chiaramente che “questo è di sinistra”, ed essere in grado di sostenere le proprie posizioni senza tentennamenti, a parole e nei fatti.

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