Perché l’idea renziana del bonus cultura ha fallito

C’è stato un mattino, sul finire della primavera di quest’anno, in cui i nati nel 2000 e nel 2001 si sono svegliati con 500 euro in meno. È stato sabato scorso. Il Consiglio di Stato si era appena accorto che il governo Gentiloni non aveva lasciato scritto dove avrebbe preso i 200 milioni di copertura necessari e il neo-ministro Alberto Bonisoli, bocconiano di area Cinque Stelle, ha pensato bene di farsi conoscere dal grande pubblico con una dichiarazione decisa, quanto maldestra: “Meglio far venire la fame di cultura ai giovani, facendoli rinunciare a un paio di scarpe.” Ben fatto ministro, ora tutti immaginiamo i tuoi figli calzati con scarpe da 500 euro.

Persino in questa fase di luna di miele, in cui gli esponenti del nuovo governo raccolgono applausi anche quando suggeriscono schedature su base razziale, l’uscita di Bonisoli deve essere stata giudicata disastrosa, se nel giro di 48 ore è dovuto tornare sui suoi passi: da qualche parte i 200 milioni sono stati trovati, il bonus ci sarà anche nel 2019. In commissione cultura i senatori 5Stelle non hanno smesso di lamentarsi: è solo una mossa elettorale, se davvero si tratta di promuovere la cultura tra i giovani ci vorrebbe qualcosa di più strutturale. Sagge parole che non costano nulla. Si può fare senz’altro qualcosa di più “strutturale” che infilare 500 euro in tasca ai 18enni (con l’obbligo di spenderli in sei mesi), ma cosa?

Alberto Bonisoli, neo ministro dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo

Bisognerebbe fare un ragionamento più ampio sul concetto di cultura; ma servono idee, e serve tempo. Cinque anni fa Matteo Renzi non ne aveva, troppo impegnato a svecchiare l’immagine della sinistra e ampliare il suo bacino elettorale in tempi brevissimi. I bonus – un po’ a pioggia: ai giovani, ai docenti, agli impiegati – non erano una misura né strutturale né elegante, ma facevano notizia e all’inizio sembravano funzionare. Oggi il M5S, ancora impegnato in una delicata campagna per i ballottaggi, non si trova in una situazione così diversa: per gareggiare con le sparate quotidiane di Matteo Salvini, non può permettersi di scoprirsi su nessun fronte. Se la cultura giovanile non è la sua priorità, Luigi Di Maio non può nemmeno rischiare di passare per il politico che ha tolto ai diciottenni 500 euro di libri, o addirittura di scarpe. Maria Antonietta in confronto con la storia delle brioches fu una grande comunicatrice – che la storia sia vera o falsa è un altro discorso.

Quindi il bonus cultura/elettorale resta, e la discussione su cosa sia la cultura e su quale sia il modo migliore di promuoverla è rimandata a data da destinarsi. Però intanto possiamo iniziarla qui sotto, gratis. Partirei da un’osservazione empirica. Non so voi, ma a 18 anni non è che io in generale ne capissi molto. Insomma, ero un coglione. In altri Paesi europei mi avrebbero aiutato a uscire di casa o a trovare un lavoro, ma se mi avessero infilato in tasca 500 euro e mi avessero costretto a spenderli in “cultura”, non avrei saputo bene cosa farmene e probabilmente li avrei buttati in stronzate. Per fortuna nessuno era così disperato da farsi venire in mente un’idea del genere. Però quelli che “avevano fame di cultura”, qualsiasi cosa fosse, anche senza bisogno di spendere soldi, potevano andare in biblioteca. Nelle città in cui mi è capitato di vivere ce ne sono di meravigliose: le amministrazioni di sinistra in particolare ci hanno investito, aggiungendo al tradizionale prestito dei libri anche quello di CD e DVD originali – tutti con la loro brava scritta “Proibito il noleggio”. Ho una grande nostalgia per i miei pomeriggi di ozio in quegli ambienti tranquilli, ma mi domando se non rischio davvero di sembrare quel tipo di persona che cerca di infilare il gettone telefonico nell’iPhone, una volta Renzi le descriveva così. Che senso ha insistere su un luogo fisico, ancorché pubblico, oggi che la cultura tende a smaterializzarsi? Noleggiare CD e DVD nell’era di Spotify e Netflix? Un’app che produce voucher è meno scenografica di una biblioteca, ma è forse più adatta ai nostri tempi, così come uno smartphone è più comodo di una cabina telefonica.

Le biblioteche e il bonus18 hanno una cosa in comune: sembrano aperte a tutti, meravigliosamente interclassiste. Tutti possono entrare in biblioteca – e però certa gente non ci entrerà mai; tutti i 18enni hanno diritto al bonus – ma molti non l’hanno usato e forse non ci si aspettava nemmeno che lo usassero, visto che il governo uscente non ne aveva previsto la copertura. C’è una specie di selezione invisibile all’ingresso: per entrare in una biblioteca fisica devi sapere che esiste, che hai il diritto di entrarci e prendere in prestito i contenuti che preferisci senza pagarli, basta compilare un foglio con i tuoi dati e farti dare “la tessera della biblioteca”. Per usare il bonus18 devi sapere che ne hai il diritto, ti serve uno smartphone e devi sapere come si scarica e si usa l’app. Sembra di una semplicità imbarazzante, oggi lo smartphone ce l’hanno pure i migranti sui barconi, si sa. Eppure, a febbraio del 2017 ancora metà degli aventi diritto non si era registrata. Difficile immaginare che più di duecentomila diciottenni abbiano rinunciato a 500 euro per odio a Renzi e alle sue politiche culturali.

Quando la procedura burocratica passa per il sito del Miur o per Poste.it, non i due siti più user friendly dell’universo, come praticamente tutti i siti legati in qualche modo allo Stato, tutto diventa molto complicato, anche per i nativi digitali. A questo si aggiunge il problema del divario digitale tra i fruitori e il mondo che li circonda: i 500 euro saranno più facilmente percepiti dai giovani che vivono nei centri meglio connessi e serviti, chi vive in un piccolo paese in provincia, lontano da questi centri, non solo potrebbe avere più difficoltà a ottenerli – come il rapporto sulle credenziali SPID nella regione Toscana lascerebbe intuire – ma faticherà di più a trovare negozi che accettino i voucher. Non è così strano che tra gli articoli più venduti col bonus18 ci siano i manuali universitari, ma ecco: se si trattava di aiutare i giovani universitari, tanto valeva investire in borse di studio.

Anche nelle biblioteche, alla fine, trovi utenti diversi su piani diversi. C’è chi al terzo piano cerca documenti per una tesi di laurea e c’è chi alle postazioni internet a piano terra gioca a World of Warcraft. Il bonus18 per ora non contempla videogiochi e nemmeno tablet (qualcuno se ne lamenta), ma mantiene un’accezione molto vasta di cultura: concerti, mostre, qualsiasi tipo di libro (fumetti e saghe per young adult e coming of age sono i generi più apprezzati, subito dopo ai libri universitari), con qualche esclusione che sembra dettata dal capriccio e invece spesso dipende dalla scelta delle piattaforme: va bene qualsiasi DVD, ma Netflix no, non è convenzionata. Spotify invece sì. Del resto il bonus non serve soltanto a conquistare il cuore dei giovani: è anche una misura concreta di sostegno del mercato editoriale, che tuttora ringrazia. Più gli editori che i librai, non tutti pronti ad accettare l’innovazione dei voucher. Amazon, come sempre, è pronta ad approfittarne, anche e soprattutto in regioni “periferiche” come Sardegna, Basilicata e Abruzzo.

Nel bene e nel male, il bonus18 è una tipica invenzione del periodo renziano che ci dice molto sulla classe dirigente che lo ha ideato. È come se per il Pd di governo l’uguaglianza non fosse un progetto, ma un dato di fatto: tutti i giovani sono già uguali, indifferentemente dal reddito dei genitori, dalle scuole che possono permettersi di frequentare, dalle coordinate geografiche e sociali. Per Salvini tutti, ricchi e poveri, dovrebbero pagare la stessa aliquota; per Renzi tutti, ricchi e poveri, hanno diritto a 500 euro da spendere in libri e concerti. Io a 18 anni forse non avevo capito tante cose però mi ero accorto che la cultura letteraria è in assoluto la meno classista. I classici della letteratura sono una commodity, la qualità è inversamente proporzionale al prezzo di copertina, i romanzi di Marcel Proust costano meno dell’ultima saga fantasy con copertina rigida; con dieci euro ti porti a casa quindici pagine di avventure di supereroi a colori o tutte le opere di Franz Kafka – sempre se proprio non vuoi leggertele gratis in biblioteca o avere l’ansia della scadenza del prestito. I carmi non danno il pane, lo sapevano già i latini: in compenso te ne tolgono pochissimo, è la passione meno costosa che un giovane possa alimentare. Se molti optano per passioni economicamente più disastrose, non è sempre e solo per scarsa inclinazione, o per un pregiudizio anticulturale che pure esiste: c’è anche gente che non legge perché nessuno ha provato mai a mettergli davanti un libro, o perché si è convinta che sia una cosa difficile; o perché si annoia a sfogliare 50 sfumature di grigio e non sa che Ernest Hemingway le darebbe più soddisfazioni. Anche un buono da 500 euro non cambia più di tanto le cose, se nessuno ti sa suggerire come spenderlo.

Ernest Hemingway

Se invece di restare al piano terra della mia biblioteca io sono salito di piano in piano, se mi sono fatto una cultura, non è stato grazie alla mia estrazione sociale o ai soldi dei miei genitori (in libri ho speso abbastanza poco, alla fine). La prima volta che ci sono entrato sapevo già dove volevo andare. Avevo una mappa, non troppo complicata all’inizio, ma precisa. Non me l’ero fatta da solo, non me l’aveva data la mia famiglia. Me l’avevano data a scuola. Ancora oggi, però, se mi chiedessero come si fa a promuovere la cultura presso i giovani avrei un attimo di smarrimento. Non sono nemmeno sicuro di sapere cosa sia questa cultura di cui tutti parlano, e se sia opportuno promuoverla tutta, dai libri di Federico Moccia ai manuali di filatelia. Negli ultimi dieci anni, m’imbarazzo a dirlo, la maggior parte delle nozioni le ho imparate e ripassate su Wikipedia: forse allora il bonus dovremmo devolverlo alla Wiki Foundation e basta. Ma se ho imparato a orientarmi su Wikipedia, e in generale su Internet, e nelle biblioteche, e nel mondo, è perché sono andato a scuola, e a scuola ho letto buoni libri e ho avuto buoni insegnanti. Così, se mi chiedessero dove piazzare 200 milioni di euro per promuovere la cultura, io alla fine risponderei: usateli per rendere gratuiti i libri scolastici fino alla maturità, e se ne avanzano per la formazione per gli insegnanti. Ovvero,  dateli a me, che sono un insegnante. Ma certo, se fossi un politico avrei altre priorità, soprattutto se avessi una campagna elettorale ogni tre mesi.

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