Solo il 12% del “contratto di governo” è stato rispettato. La propaganda di Lega e M5S è vuota.

In un video della campagna elettorale per le elezioni politiche del 2018 Salvini, davanti a un cartellone dove con dei pennarelli neri aveva “cancellato” diverse accise sul carburante, sosteneva che “Dal 5 marzo, se mi date la fiducia. (…) almeno una parte di queste accise non ci sarà più”. Un anno dopo, le accise non solo non sono state tagliate, ma nella legge di Bilancio 2019 si è stabilito il loro aumento a partire dal 2020, da 350 milioni di euro a 400 milioni di euro. Una promessa più che disattesa, del tutto stravolta. Eppure non si tratta di un caso isolato. 

Il contratto per il governo del cambiamento contiene 317 promesse precise e verificabili. Pagella Politica le ha analizzate e ha creato Traccia il Contratto, un report sul loro status attuale. A oggi, il governo ha mantenuto la parola in modo definitivo in 37 occasioni, vale a dire per il 12% del totale. Su altri 129 punti del documento il governo ha iniziato a muoversi, tra piccoli provvedimenti e prime discussioni parlamentari, ma nella maggior parte dei casi gli impegni sono ancora lontani dall’essere mantenuti. Questi scarsi risultati si accompagnano al ricorso quasi esclusivo ai decreti legge, che tradisce la promessa di rafforzare lo spazio di discussione dedicato al Parlamento. Solo due anni fa, il 10 ottobre 2017, Luigi Di Maio definiva “un colpo mortale alla democrazia” e “un’emergenza democratica” la scelta del Pd di chiedere al Parlamento la fiducia sulla legge elettorale. Eppure, come riassume Openpolis, al 13 dicembre 2018 circa un terzo delle leggi (il 31,58%) erano state approvate con la fiducia. Nel governo Gentiloni erano state il 32,99%,  il 27,78% con Letta e il 26,72% con Renzi. Stessa storia per quanto riguarda i decreti-legge: nei primi sei mesi di governo dell’esecutivo gialloverde il 63,2% delle leggi approvate dal Parlamento sono state leggi di conversione dei decreti, molto più di quanto accaduto durante i primi sei mesi dei governi Gentiloni (16%), Renzi (30,4%) e Letta (50%). Oggi il M5S si è adeguato al modus operandi in linea con il decisionismo salviniano, ignorando ancora una volta quei principi che lo avevano portato al successo il 4 marzo dello scorso anno. 

Dall’analisi del contratto a guidare l’esecutivo infatti non è mai stato il tanto sbandierato cambiamento, ma esclusivamente l’impatto sull’elettorato delle proprie azioni. È sulla base di questi criteri che si è scelto cosa fare, cosa non fare e quali impegni tradire. Secondo il Promessometro, le promesse non mantenute dal governo in questo primo anno di mandato sono 143, quasi la metà dei 317 impegni presi con gli italiani. Alcuni macrotemi sono stati praticamente ignorati dall’esecutivo, come è quello della tutela ambientale, uno dei pilastri della piattaforma programmatica del M5S sin dalle sue origini, oggi del tutto dimenticato. La mappatura delle strutture a rischio amianto, l’introduzione di una filiera corta nella gestione dei rifiuti, l’aumento dei fondi per le imprese impegnate nel riciclo, la mobilitazione per ridurre lo spreco di suolo, l’impegno per la riqualificazione dell’Ilva di Taranto: sono tutti temi accantonati da un governo che si definiva verde per l’impronta pentastellata. Un caso di amnesia altrettanto grave è stato registrato relativamente alle riforme sul risparmio, dove a oggi il 70% delle promesse del contratto non è stato mantenuto. Nessun passo avanti è stato fatto rispetto alla tanto sbandierata intenzione di creare una banca italiana per gli investimenti, così come è stata dimenticata la revisione del sistema di bail-in definita un tempo come prioritaria. Anche di Monte dei Paschi e della rinegoziazione degli accordi di Basilea non si è più parlato. Stessa sorte è toccata al capitolo dedicato all’Unione europea, con 8 promesse su 11 del contratto di governo non rispettate, mentre nel capitolo dedicato all’Università e alla ricerca le “non mantenute” sono oltre l’80%. 

Eppure qualcosa questo governo lo ha fatto. Dal reddito di cittadinanza che non è un vero reddito di cittadinanza, alla Quota 100 con tutte le perplessità che si porta dietro, passando per la nuova legge sulla legittima difesa che in realtà cambia di molto poco lo scenario normativo e lascia sempre alla magistratura l’ultima parola, fino alla stretta sugli sbarchi e alla battaglia sui porti chiusi che in realtà non lo sono e non possono esserlo – nel solo maggio 2019 sono sbarcate in Italia oltre 700 persone. Se nella maggior parte dei casi si è trattato di misure dall’ampio impatto mediatico, ma che nei fatti hanno solo parzialmente soddisfatto le promesse del contratto, in altri si è trattato di veri e propri inadempimenti, che vanno nella direzione opposta rispetto all’impegno preso. 

C’è per esempio il capitolo dell’Iva: nel contratto si prometteva di bloccare le clausole di salvaguardia, causa dell’aumento dell’Iva e delle accise. Come spiega Pagella Politica, “si tratta di uno strumento utilizzato dai governi per rispettare l’ordine del bilancio statale e gli impegni presi con l’Europa. Dall’ultimo governo Berlusconi in poi, ogni esecutivo ha promesso agli investitori che, se entro l’anno successivo non si fossero trovati maggiori entrate o minori spese in altro modo, l’Iva sarebbe aumentata automaticamente”. Nella legge di Bilancio 2019, da una parte si prevede la copertura di queste clausole e dall’altra si confermano per il prossimo biennio quelle di salvaguardia previste dai governi precedenti, introducendone anche di nuove. L’Iva ordinaria rischia di aumentare fino al 25,2% nel 2020 e al 26,5% nel 2021, mentre quella ridotta potrebbe passare dall’attuale 10 al 13% nel 2020. Mentre il governo, soprattutto nelle vesti di Salvini, conduceva la sua battaglia mediatica contro la pressione fiscale – anche in queste ultime settimane di campagna elettorale per le europee – nella realtà dei fatti apriva la strada al suo possibile aumento. A gennaio scorso il ministero dell’Economia e delle Finanze ha stimato una crescita dal 41,9 al 42,3% (+0,4%) della pressione fiscale durante lo scorso anno. Calcoli rivisti il mese scorso, con la stima che la pressione aumenterà fino al 42,7% nel 2020 e nel 2021. Le riforme in ambito fiscale, cavallo di battaglia prima e dopo l’insediamento del governo del primo giugno scorso, non si sono viste, mentre la pressione fiscale continuerà a crescere per stessa ammissione dell’esecutivo. 

Scorrendo il contratto per il governo del cambiamento siglato con il M5S, si legge che “è opportuno il ritiro delle sanzioni imposte alla Russia”, una delle fisse di Salvini. Eppure da quando il presidente del Consiglio Giuseppe Conte rappresenta l’Italia al Consiglio dell’Unione europea, le sanzioni sono state prorogate all’unanimità sei volte, l’ultima delle quali il 15 marzo 2019. In tema di sicurezza, poi, il governo si era impegnato nel contratto ad adeguarsi agli standard internazionali sulla protezione umanitaria, ma con il decreto sicurezza dell’autunno scorso ha eliminato i permessi di soggiorno umanitari, una delle tre forme di protezione previste per i richiedenti asilo. “L’Italia si è adeguata alla disciplina dei permessi di soggiorno degli altri Paesi europei”, ha affermato l’esecutivo senza nessun riscontro con la realtà: sono 25 i Paesi che oggi prevedono la concessione della protezione umanitaria, di cui 21 membri dell’Unione europea. Piuttosto che allinearsi all’Europa, l’Italia se ne è allontanata con una misura che ha sollevato diversi dubbi di incostituzionalità e che ha avuto l’effetto opposto rispetto a quello dichiarato, aumentando il numero degli irregolari presenti nel Paese con migliaia di persone costrette a vivere in strada. È scomparsa dalle priorità del governo anche la revisione in senso restrittivo delle norme che riguardano l’imputabilità, la determinazione e l’esecuzione della pena per il minorenne, che invece con il decreto legislativo 121/2018 sono state allentate, prevedendo un minor ricorso al carcere per gli under 18 e il ricorso più frequente a misure alternative – con un cambio di rotta reso necessario dalle polemiche che questo punto del contratto di governo aveva suscitato nell’opinione pubblica.

Per giudicare l’operato dei primi dodici mesi dell’esecutivo gialloverde bisogna considerare l’impatto che aveva sull’opinione pubblica. È stato questo il parametro di base della sua azione legislativa e dei criteri nel decidere cosa fare, cosa non fare e quali impegni non rispettare. Il reddito di cittadinanza è la promessa che più di ogni altra ha garantito il successo del M5S alle politiche del 4 marzo. Tradirla sarebbe stato un suicidio politico, motivo per cui tutte le forze sono state concentrate sulla sua approvazione, ignorando le numerose problematiche emerse in questi mesi. Dal lato leghista si è visto un ragionamento simile su Quota 100, legittima difesa e stretta sull’immigrazione, che Salvini ha saputo sfruttare per garantirsi il successo alle elezioni europee.

Il primo anno del governo gialloverde è stato anche caratterizzato da promesse confuse, che lasciano ampio margine di azione. Pagella politica nella sua analisi del contratto ha sottolineato la vaghezza di diversi punti. In diverse occasioni si è assistito all’annuncio di misure poi subito ritirate, di fronte alla rabbia popolare. Dalla eco tassa sulle auto all’escamotage del rapporto deficit/Pil, passato dal 2,4% al 2,04%, secondo un modus operandi basato sulla necessità di fidelizzare l’elettorato, specialmente in termini di comunicazione. Questo spiega anche la quota così alta di promesse non mantenute nei primi dodici mesi di mandato, soprattutto su impegni che in molti casi avrebbero portato un costo per la cittadinanza e che si è preferito non affrontare. La quasi totale assenza di provvedimenti riguardanti la banca degli investimenti e del risparmio rientra probabilmente nella scelta di evitare provvedimenti impopolari. In altri casi lo stallo può essere stato strategico: in ambito europeo, ad esempio, soprattutto la componente leghista del governo ha più volte sottolineato la necessità di riformare il regolamento di Dublino sulla gestione dei flussi migratori. Eppure la stessa Lega non ha quasi mai presenziato alle discussioni sulla riforma, ostacolando la possibilità di un cambiamento nella direzione voluta. Il mantenimento del tanto criticato status quo è utile in campagna elettorale per fare propaganda contro un’Europa che lascia l’Italia sola nel gestire l’immigrazione. 

La sorte peggiore è toccata a tutte quelle misure considerate inutili a livello del ritorno di immagine, come quelle riguardanti la cultura o il turismo: dalla ricollocazione delle competenze turistiche dal MiBACT alla presidenza del Consiglio (assegnate al ministero delle Politiche agricole), all’introduzione di una web tax turistica per contrastare la concorrenza sleale delle agenzie di viaggio straniere, all’alleggerimento fiscale per le imprese turistiche che assumono i giovani, fino alla riduzione della tassa di soggiorno, la totalità delle promesse – a parte il wi-fi per tutti – sono state dimenticate. Un altro grande assente dal giorno successivo alle elezioni politiche è stato il conflitto di interessi, tanto caro all’elettorato di Luigi Di Maio, che doveva essere esteso al di là degli incarichi governativi. L’attivismo sul tema del M5S è scomparso nell’arco di poche settimane, forse anche a causa delle accuse di conflitto di interessi che da più parti vengono sollevate per il particolare rapporto tra il partito fondato da Grillo e la Casaleggio Associati.

Da questa fotografia emerge un primo anno di governo M5S-Lega dove solo i punti del contratto dalla forte eco mediatica sembrano esser stati ritenuti meritevoli di attenzione. L’inconsistenza di certe promesse ha di fatto affossato punti basilari del contratto di governo, mentre su altri si è scelto di soprassedere, lasciandosi aperta la possibilità di affrontarli se in futuro dovessero rivelarsi più redditizi in termini di consenso elettorale. L’unica certezza è la scarsa efficacia di un esecutivo che a oggi, in un anno, ha mantenuto appena il 12% delle sue promesse. Oggi quello gialloverde può essere definito il governo della gente, guidato esclusivamente dall’umore popolare: un esecutivo senza un’anima precisa e con la capacità di dire tutto e il contrario di tutto nel giro di poche ore, salvo poi decidere di non fare niente. Questa propaganda perenne ha pagato alle europee dove, senza fare praticamente nulla di concreto, la Lega ha raddoppiato i suoi voti. Il M5S ha invece pagato l’abbandono della sua natura originaria e la trasformazione nella stampella di Salvini e del suo partito. Ora che anche le percentuali di voto lo hanno consacrato come il vero leader in Italia, la sensazione è che non abbandonerà la sua strategia d’azione: fare poco o nulla, ma comunicarlo bene.

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