Attivisti, neri, LGBTQ+: mai tanta inclusività al Congresso USA. È l’inizio di una nuova epoca. - The Vision

È passata soltanto una settimana dall’inizio delle elezioni americane più controverse della storia, eppure sembra un secolo, tanti sono stati i colpi di scena e le emozioni che si sono succeduti in questi giorni. Il candidato democratico Joe Biden è stato eletto formalmente come il 46º presidente degli Stati Uniti d’America, ma il Paese, negli ultimi cinquant’anni, non è mai stato così diviso come appare oggi. A fronteggiarsi due schieramenti opposti che percorrono strade divergenti: da una parte i progressisti, gli attivisti per i diritti sociali e civili, gli ecologisti, la comunità LGBTQ+, gli esponenti del movimento Black Live Matters, dall’altra gli estremisti di destra, i suprematisti bianchi, gli incel, i fanatici delle armi, i negazionisti e i complottisti.

Joe Biden

Questa forte polarizzazione si rispecchia fedelmente nella composizione del nuovo Congresso americano, che appare costituito da due anime fra loro inconciliabili. Le stesse camere resteranno di colori diversi: da una parte la Camera dei rappresentanti, che si conferma a maggioranza democratica, dall’altra il Senato, che resterà in mano ai repubblicani. Per non parlare della Corte Suprema, che dopo l’elezione di Amy Coney Barrett, nominata da Donald Trump, ha virato decisamente a destra (sei dei nove giudici sono infatti conservatori, contro i restanti tre progressisti), un’influenza che non tarderà a farsi sentire sul nuovo corso presidenziale.

La vera sorpresa di queste elezioni è però la grande quantità di attivisti, neri ed esponenti della comunità LGBTQ+ che sono riusciti a entrare o a essere rieletti al Congresso. Non solo la riconferma della cosiddetta “squadra progressista”, composta dalle quattro candidate democratiche Alexandria Ocasio-Cortez, Ilhan Omar, Ayanna Pressley e Rashida Tlaib, ma anche l’ingresso, per la prima volta nella storia USA, dei primi due deputati neri e dichiaratamente gay, Ritchie Torres e Mondaire Jones, entrambi originari dello Stato di New York. Le loro sono due storie esemplari di riscatto. Ritchie Torres ha 32 anni ed è nato nel Bronx da un padre di origini portoricane e una madre afrodiscendente, per questo si definisce un “afro-latino”. Già a 25 anni si era aggiudicato il titolo di consigliere comunale più giovane di New York, eppure il suo percorso è stato costellato anche di cadute e inficiato dalla dipendenza da stupefacenti e da una grave forma di depressione che lo ha portato più volte a contemplare il suicidio. A salvarlo è stata la sua grande passione per la politica e le battaglie a fianco della comunità afroamericana contro le violenze della polizia, che hanno ridato un senso alla sua esistenza. Anche Mondaire Jones, avvocato di 33 anni, è cresciuto a New York, nel quartiere popolare di Spring Valley, con una madre single che ha svolto diversi lavori per mantenere i figli. Fin da bambino, come ha scritto su Medium, “sognava in grande” e, a quanto pare, sembra essere davvero riuscito a trasformare i suoi sogni in realtà. Dopo una laurea alla Stanford University e un dottorato ad Harvard, Jones ha lavorato presso il Dipartimento di Giustizia nell’amministrazione Obama.

Rashida Tlaib, Ayanna Pressley, Ilhan Omar e Alexandria Ocasio-Cortez

“Crescendo povero, nero e gay, non avrei mai immaginato che uno come me potesse candidarsi per il Congresso, figuriamoci vincere”, ha detto dopo la vittoria schiacciante a una primaria a otto nel mese di luglio. Jones, che ha fatto coming out all’età di 24 anni, sa quanto sia difficile far accettare il proprio orientamento sessuale alla società statunitense e subire continui attacchi e discriminazioni, per questo si è da sempre battuto per l’affermazione dei diritti della comunità LGBTQ+.

Mondaire Jones

A fare la storia c’è anche la presbitera episcopaliana Kim Jackson, prima senatrice lesbica e afroamericana a essere eletta nel Senato federale della Georgia. Cresciuta in una città rurale del South Carolina, Jackson si è trasferita in Georgia da oltre un decennio e ora vive in una fattoria con la sua partner e i loro animali. È una sostenitrice dell’istruzione pubblica, della riforma della giustizia penale, dell’abolizione della pena di morte e, ovviamente, dell’uguaglianza LGBTQ+. Anche la rielezione di Sharice Davids in Kansas, prima nativa americana lesbica entrata nel Congresso nel 2018, è stata festeggiata dalla comunità LGBTQ+.

Non solo, anche la comunità transgender vede finalmente riconosciuta la sua rappresentanza grazie all’elezione nel Delaware della trentenne Sarah McBride, la prima senatrice transgender della storia degli Stati Uniti, ma anche grazie a Taylor Small, prima persona trans eletta nella Camera del Vermont; a Stephanie Byers in Kansas; a Brianna Titone in Colorado e a Lisa Bunker nel New Hampshire, queste ultime due riconfermate in carica dopo il primo mandato. “A chiunque abbia paura che la sua verità e i suoi sogni si escludano a vicenda, sappia che il cambiamento è possibile. Sappiate che la vostra voce conta, sappiate che anche voi potete farlo”, ha scritto la neo-senatrice McBride su Twitter subito dopo aver votato.

Sharice Davids

Annise Parker, presidente del LGBTQ Victory Fund, ha definito la sua vittoria “una potente testimonianza della crescente influenza dei leader transgender nella nostra politica” e un segnale di speranza “per innumerevoli persone trans che cercano un futuro migliore”. Sarah McBride, poi, non è una politica alle prime armi: ha lavorato alla Casa Bianca durante la presidenza Obama e si è poi spesa in prima persona per favorire la legislazione del Delaware (Delaware General Assembly) che vieta la discriminazione sulla base dell’identità di genere in materia di occupazione, assicurazione e alloggi pubblici. La senatrice si era inoltre già fatta notare nel 2016 alla Convention nazionale dei democratici, diventando la prima persona apertamente transgender a calcare un palcoscenico politico così importante.

Quella che ha travolto il Congresso americano quest’anno è una vera e propria “ondata arcobaleno” che vuole finalmente dare spazio e voce a una comunità fortemente osteggiata da Donald Trump negli ultimi quattro anni. Nonostante i suoi timidi passi indietro e una più che sospetta apertura verso la comunità LGBTQ+ negli ultimi mesi di campagna elettorale, utile ad accaparrarsi voti, l’amministrazione Trump ha in realtà discriminato fortemente la comunità, in particolare quella transgender. Nel mese di giugno, infatti, il suo governo aveva ufficializzato un provvedimento che aboliva le tutele esplicite contro la discriminazione delle persone transgender in ambito sanitario, introdotte dall’Affordable Care Act, la riforma sanitaria promossa da Obama.

Sarah McBride

L’Obamacare proibiva la discriminazione sulla base di “razza, colore, origini, sesso, età o disabilità” rispetto all’accesso alle assicurazioni sanitarie. Nel 2016, alla fine del mandato di Obama, era stata introdotta una clausola che interpretava il divieto di discriminazione sulla base del sesso includendo anche quella basata sull’identità di genere, proprio quella tutela che l’amministrazione Trump ha deciso di rimuovere. Come se non bastasse, nel mese di luglio, il governo Trump ha pubblicato una nuova regola che consente ai luoghi di rifugio per senzatetto dello stesso sesso di escludere le persone transgender dalle strutture che corrispondono alla loro identità di genere. L’amministrazione ha inoltre vietato alle persone transgender di arruolarsi o prestare servizio nell’esercito e ha revocato la guida dell’era Obama che permetteva agli studenti transgender di usare indistintamente bagni maschili o femminili o di partecipare a sport corrispondenti alla loro identità di genere. Una lenta ma progressiva erosione di diritti che, dopo anni di dure battaglie e di discriminazioni, la comunità transgender aveva iniziato a vedersi riconosciuti, ma che, grazie al nuovo presidente Biden e a un Congresso sicuramente più LGBTQ+ friendly, potrebbe essere fermata, si spera, una volta per tutte.

Barack Obama

Certo, l’elezione di personaggi estremisti e radicali come il giovane repubblicano Madison Cawthorn, contrario all’aborto, favorevole alle armi e intollerante in tema di immigrazione, o la neo-deputata repubblicana Marijorie Taylor Green, aperta sostenitrice del movimento complottista QAnon, nonché orgogliosamente razzista, antisemita e anti-islamica, non renderanno sicuramente le cose semplici. Se a questi aggiungiamo il clima di rabbia e di tensione che sta alimentando in questi giorni lo stesso Trump, che continua a negare la vittoria del suo avversario e a sostenere di volersi appellare alla Corte Suprema, pur senza alcuno straccio di prova di frodi elettorali o di casi di corruzione, le sfide per il nuovo governo saranno davvero tante e complesse.

Al di là di tutto, il dato che emerge da queste elezioni è, forse per la prima volta, una grande eterogeneità dei nuovi rappresentanti eletti dagli americani, che sono sì lo specchio della profonda frattura interna al Paese, ma anche dei sogni, delle speranze e della voglia di cambiamento di milioni di cittadini. Non a caso il discorso di Biden seguito alla vittoria ha un tono completamente diverso da quello a cui ci aveva abituati Trump negli ultimi quattro anni. Le parole sono concilianti e inclusive. Il neo-presidente ha lanciato un appello bipartisan a lavorare tutti insieme, “democratici, repubblicani, indipendenti, progressisti, moderati, conservatori, giovani e vecchi, cittadini metropolitani e delle aree rurali o suburbane, gay, eterosessuali e transgender, bianchi, latinos, asiatici, nativi americani”, e si è proclamato il “presidente di tutti, un presidente che non cerca di dividere ma di unire”. Le premesse sembrano buone, non resta che scoprire se a queste seguiranno fatti concreti.

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