Il centrodestra deve condannare definitivamente il fascismo anche se questo significa perdere voti - THE VISION

Tra Asti e Alessandria c’è un grazioso paese che si chiama Grazzano Badoglio. A Filettino, nel Lazio, i bambini giocano nel parco Graziani. Pietro Badoglio e Rodolfo Graziani – comandanti fascisti autori di stragi di civili in Etiopia – furono definiti “criminali di guerra” dall’Onu, che lasciò però all’Italia il compito di giudicarli dal punto di vista penale. L’Italia non fece nulla, né nei loro confronti né in quelli di diversi altri gerarchi del Regime. Badoglio passò la vecchiaia nel paese che poi prese il suo nome e Graziani divenne presidente onorario del Movimento Sociale Italiano di Giorgio Almirante. Se quindi nel 2021 abbiamo neofascisti che assaltano sedi istituzionali è anche perché, in assenza di una Norimberga italiana, abbiamo lasciato in libertà tutti i vari Badoglio e Graziani, pagandone le conseguenze ideologiche, politiche e culturali a distanza di più di settant’anni.

L’assalto alla sede nazionale della Cgil e l’inchiesta di Fanpage hanno messo in luce ancora una volta un sottobosco nero che per troppi anni abbiamo tollerato o ignorato. Prestigiosi giornalisti hanno accettato il dialogo nella sede di CasaPound perché “in democrazia vanno ascoltate le voci di tutti”. Abbiamo taciuto quando Roberto Fiore – leader di Forza Nuova arrestato dopo la guerriglia di Roma dei giorni scorsi – è diventato europarlamentare sostituendo Alessandra Mussolini. Un turnover che avrebbe fatto rabbrividire qualsiasi Paese, ma non l’Italia. Al Parlamento di Bruxelles abbiamo mandato anche Carlo Fidanza, tra i fondatori di Fratelli d’Italia e adesso indagato per riciclaggio e finanziamento illecito, autore di saluti romani e motti fascisti durante le cene del partito di Giorgia Meloni. Abbiamo accettato politici che con orgoglio hanno rivendicato di possedere collezioni di busti del Duce, volti che orbitano in Parlamento da decenni. Forse è il momento di una riflessione più matura, per fare i conti con il nostro passato e con le sue conseguenze che ancora pesano sul nostro presente.

Roberto Fiore
Carlo Fidanza

I Dem, attraverso il deputato Emanuele Fiano, hanno presentato una mozione d’urgenza alla Camera per sciogliere Forza Nuova e tutti i gruppi collegati all’universo neofascista. Questo perché la voce “apologia del fascismo” viene elusa con facilità attraverso vizi di forma della legge e ambiguità di ogni tipo. È però ancora più inquietante che tutta la coalizione di centrodestra – ovvero Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia – si sia rifiutata di votare per la mozione. La vigliaccheria della destra emerge dalle dichiarazioni rilasciate dai leader per giustificare le motivazioni del “No” alla mozione. Matteo Salvini ha spiegato che va condannato ogni genere di violenza, perché “non è che quella dei centri sociali lo è meno”. Ancora una volta il trionfo del benaltrismo e della generalizzazione fuori contesto. Tra l’altro qualcuno dovrebbe spiegargli che CasaPound è tecnicamente proprio “un centro sociale”. Ma forse Salvini è troppo impegnato a indossare i loro marchi e a pubblicare biografie con la loro casa editrice per capire che si sta parlando di punire nello specifico i nuclei neofascisti – che per la nostra Costituzione non dovrebbero nemmeno esistere.

Matteo Salvini

Una simile arrampicata sugli specchi è stata messa in scena anche da Giorgia Meloni con un atteggiamento se possibile ancora più ipocrita, dato che queste ultime vicende la toccano da vicino. Nei giorni scorsi Meloni aveva dichiarato di non conoscere la matrice degli attacchi alla sede della Cgil, nonostante gli arresti dei neofascisti e i video inequivocabili. Prima ha detto di essere contraria a ogni forma di violenza e discriminazione – comunicandolo dalla Spagna, dove era ospite di Vox, partito che si nutre di xenofobia, omofobia, sessismo e nostalgie del dittatore Francisco Franco – poi ha indossato sui social i panni della vittima perché “vogliono sciogliere Fratelli d’Italia”, e infine ha dichiarato di essere contraria alla violenza dei fascisti – non ai fascisti, sia ben chiaro, ma alla loro violenza – e pure lei a quella dei centri sociali – tirati di nuovo in ballo senza un apparente motivo.

Le ire di Meloni sono infatti scaturite in particolare da un post – probabilmente il più lucido e sensato di questi giorni da parte di un politico – scritto dal vicesegretario del Pd Giuseppe Provenzano. Le sue parole: “Ieri Meloni aveva un’occasione: tagliare i ponti con il mondo vicino al neofascismo, anche in FdI. Ma non l’ha fatto. Il luogo scelto (il palco neofranchista di Vox) e le parole usate sulla matrice perpetuano l’ambiguità che la pone fuori dall’arco democratico e repubblicano. In questo modo FdI si sta sottraendo all’unità delle forze democratiche e repubblicane contro i neofascisti che attaccano lo Stato. Un evidente passo indietro rispetto a Fiuggi”. Meloni l’ha interpretato come una richiesta di cancellare il suo partito, e Provenzano ha replicato dicendo che non chiedeva lo scioglimento di Fratelli d’Italia, ma una condanna senza ambiguità alla matrice fascista e l’appoggio del partito di Meloni nello scioglimento di Forza Nuova. Un’interpretazione che avevano capito tutti, e che Meloni non ha voluto cogliere, forse per la scelta di Provenzano di nominare Fiuggi.

Giorgia Meloni

Proprio la svolta di Fiuggi del 1995 ha dato il via all’equivoco di fondo che ha sempre accompagnato la destra italiana. Lo scioglimento del MSI e la nascita di Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini sembrava essere il tentativo di creare una destra defascistizzata e democratica. Un fine apprezzabile, ma morto sul nascere con l’ingresso nel nuovo partito di tutti i missini. Meloni stessa è di formazione missina, e il simbolo di Fratelli d’Italia conserva quella fiamma tricolore cara ad Almirante e al mondo nero. Poi i fascisti furono portati in Parlamento da Berlusconi e legittimati anche dai media, che all’epoca vedevano come unico argomento degno delle prime pagine solo Berlusconi e i suoi conflitti di interesse.

Gianfranco Fini, Roma (1993)

La triade di centrodestra dell’epoca era apparente simile a quella di adesso – con Forza Italia, Lega e An al posto di FdI – c’erano però delle differenze sostanziali. Bossi, infatti, dichiarò sempre la sua avversione per i fascisti e Fini fece realmente i conti con il suo passato definendo il fascismo “il male assoluto”. Oggi, invece, abbiamo una Lega del tutto diversa, che nel substrato neofascista ha trovato un importante punto di riferimento culturale e identitario. Quindi più patriottica – nell’accezione peggiore del termine – che federalista. C’è poi Meloni al posto di Fini e anche qui le differenze sono parecchie. Meloni infatti non è mai diretta nel condannare né i crimini del passato né del presente legati al fascismo. 

Umberto Bossi, Rocco Buttiglione, Silvio Berlusconi, Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini

L’Italia è una Repubblica antifascista e non possiamo accettare ritorni nostalgici totalitaristi. Se la destra persevera nel minimizzare certi fenomeni che andrebbero debellati con fermezza si dichiara complice e omertosa. Il periodo storico che stiamo vivendo mostra nubi difficili da dissipare, soprattutto quando si parla di patrioti e di muri da costruire, di fili spinati e di nemici da creare a tavolino per fingere una protezione tipica della muscolarità di ogni autoritarismo. Il post di Provenzano merita tutto l’appoggio di chi crede nella democrazia e nei suoi valori: la destra deve chiarire le sue intenzioni e scegliere da che parte stare, se all’interno o all’esterno dell’ambito definito dai valori sui cui si fonda la Repubblica italiana.

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