Le Big Tech devono rispettare le regole e pagare le tasse. È una questione di giustizia sociale. - THE VISION

Da marzo, e cioè da quando è iniziata la pandemia, il capitale dei due fondatori di Google, Larry Page e Sergej Brin, è aumentato di più di un quarto. Quello del Ceo di Amazon Jeff Bezos è cresciuto quasi del 70%. Quello di Mark Zuckerberg, il boss di Facebook, più o meno dell’80%. Apple ha raggiunto un valore di mercato di 2 trilioni di dollari e il suo Ceo, Tim Cook, ha superato ad agosto la soglia del miliardo di dollari in patrimonio. I nomi delle persone citate sono a capo di 4 delle società più potenti del mondo, così potenti da meritare un acronimo tutto loro, Gafa: Google, Amazon, Facebook e Apple. Non sono le uniche ad aver moltiplicato i loro fatturati mentre nel resto del mondo un numero stimato di 340 milioni di persone perdeva il lavoro, ma sono le più emblematiche. Osservare la loro curva di crescita da quando sono entrate sul mercato fa capire molto della straordinarietà del fenomeno delle “big 4” dell’industria digitale.

Mark Zuckerberg
Jeff Bezos

A essere messo in dubbio, dal punto di vista economico, è prima di tutto un modello di mercato che ha permesso alle Gafa di ottenere il dominio assoluto del mercato digitale. Per questo la vicepresidente della commissione Affari economici Stéphanie Yon-Courtin ha recentemente richiesto la convocazione dei Ceo dei Gafa a Strasburgo, sull’esempio dell’incontro tenutosi al Congresso degli Stati Uniti a fine luglio. L’europarlamentare Irene Tinagli, in quanto  presidente della stessa commissione, ci ha riferito che si sta muovendo affinché questo incontro avvenga in tempi brevi e affinché sia il più trasparente ed efficace possibile. Diversamente rispetto all’audizione con Mark Zuckerberg che si è tenuta nel 2018, criticata proprio perché l’ampiezza dei contenuti trattati ha permesso al Ceo di Facebook di rispondere in maniera vaga, Tinagli punta a un incontro molto centrato sul tema della concorrenza e delle tasse. E mentre il Parlamento sfrutta gli strumenti a sua disposizione, la Commissione fa lo stesso con Margharet Vestager, la vicepresidente esecutiva dell’Ue, che si sta occupando di supervisionare la revisione del regolamento antitrust europeo, attraverso la creazione di nuovi strumenti che dovrebbero essere approvati entro fine anno. 

Il secondo punto riguarda il contributo di questi giganti al fisco dei Paesi in cui operano. Se il sistema di tassazione internazionale è stato già messo in crisi svariati decenni fa con la globalizzazione e le prime multinazionali, oggi le aziende digitali hanno reso il quadro ancora più complesso perché spesso non hanno nemmeno necessità di aprire una sede fisica nei Paesi in cui operano. Come spiega Nicholas Shaxson, autore del libro Poisoned Wells (Ricchezze avvelenate), l’attuale sistema di tassazione si basa su un principio vecchio di almeno un secolo, secondo cui le multinazionali appaiono semplicemente come una scatola in cui sono racchiuse diverse aziende, indipendenti ma connesse. In realtà, il vero potere di queste società risiede proprio nella loro natura unitaria, che permette di acquisire una posizione dominante, spazzare via la concorrenza, moltiplicare il valore in borsa e i profitti. Significa che il marchio Apple, ad esempio, ha un valore nettamente più alto rispetto a quello che risulta dalla somma del valore delle singole aziende in giro per il mondo che portano il marchio della mela, siano capannoni di produzione in Cina o uffici amministrativi in Regno Unito. Per le aziende digitali, che hanno pochissimi dipendenti e possono vendere il loro prodotto in tutto il mondo senza la necessità di una sede fisica, il paradosso è ancora più evidente. La domanda è: a chi tocca tassare questo valore aggiunto? Nell’attuale sistema fiscale, tocca a chi attrae l’azienda ad aprire la sede fiscale sul proprio territorio o chi ha un sistema bancario che garantisca la riservatezza necessaria. In un sistema più equo, invece, la tassazione dovrebbe essere proporzionata all’attività economica reale dell’azienda su un territorio. 

Tim Cook

Il problema della tassazione delle multinazionali non è quindi nuovo, ma l’ingresso sul mercato dei Gafa e la loro ascesa a una condizione di sostanziale oligopolio è uno dei fattori che hanno reso più urgente una riforma del sistema del fisco internazionale. Uno degli ultimi appelli istituzionali a una simile misura è arrivato dall’allora presidente del Fondo monetario internazionale, oggi a capo della Banca centrale europea, Christine Lagarde, che ha invocato l’esigenza di un sistema che permetta di calcolare quale porzione del profitto vada tassata, dove e su che base, e che introduca una soglia minima di tassazione per le multinazionali in tutti i Paesi in cui operano. L’Oecd, che riunisce i 37 Paesi più ricchi dal punto di vista economico, si era data come termine il 2020 per l’approvazione di un accordo di riforma, ma la pandemia e l’incertezza riguardo l’esito delle elezioni negli Stati Uniti hanno fatto slittare le negoziazioni di almeno un anno. “Nonostante le difficoltà e i ritardi, raggiungere un accordo a livello internazionale rimane una priorità, dal momento che è il modo migliore per affrontare la questione,” ci spiega Gilles Boyer, europarlamentare francese a capo della delegazione Renew Europe. “Nel caso si riuscisse a superare questo traguardo entro la prima metà del 2021, la Commissione europea dovrebbe intervenire con una proposta di legge, ma non sarà facile. Anche all’interno dell’Ue ci sono grosse divisioni e dobbiamo ricordarci che su questo punto si decide all’unanimità”. 

Christine Lagarde

Il rischio è infatti quello di incontrare il veto dei Paesi a tassazione aggressiva, come Paesi Bassi, Lussemburgo, Malta, Ungheria, Cipro e Irlanda. Non è caso se tutte le Gafa hanno la sede fiscale e legale in uno di questi luoghi, che da questo punto di vista detengono un primato di elusione fiscale. Un’indagine di Mediobanca ha calcolato che in media nel 2019 le Web Soft (software and web companies) hanno versato in tasse solo il 16,4% del loro profitto, grazie ai Paesi che li invitano ad aprire la sede fiscale sul proprio territorio con la promessa di una tassazione agevolata. Per fare un paragone basti pensare che, come riporta uno studio dell’Osservatorio conti pubblici italiani, dell’Università Cattolica di Milano, a Cipro e in Irlanda l’aliquota di tassazione societaria è del 13%, in Ungheria del 9%, mentre in Italia è del 28%, in Francia del 34% e in Germania del 30%. Inoltre, per attrarre le aziende più grosse, i paradisi fiscali europei hanno stretto negli anni vari accordi bilaterali di tassazione speciale con le società più interessanti, come ad esempio ha fatto il Lussemburgo con Amazon. In Irlanda, in virtù di un simile patto, la Apple ha pagato solo lo 0,005% di tasse nel 2014. 

Ma così come esistono resistenze, all’interno della Ue sono in molti a pensare che questa situazione non sia più sostenibile. “Per la prima volta,” ci racconta Boyer, “il Parlamento europeo ha creato una sottocommissione permanente che si occupa di tassazione. Si tratta di un messaggio politico importante per assicurare che la frode fiscale, l’evasione e l’elusione rimangano in cima all’agenda politica europea”.  In un momento complicato come quello che stiamo vivendo, e che per molti ha dei risvolti economici drammatici, non è solo una questione economica, ma anche di giustizia sociale.

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