L’autonomia differenziata dividerà ancora di più Nord e Sud. E dobbiamo ringraziare la sinistra.

L’unità d’Italia sembra non essere mai andata a genio a molti dei nostri concittadini: sussulti di indipendenza hanno accompagnato i 160 anni che ci hanno visto condividere lo stesso Stato dalla Valle d’Aosta alla Sicilia. La nostra penisola è la dimora, poco gradita, di almeno una ventina tra gruppi indipendentisti, autonomisti e secessionisti e il dibattito in corso sulla cosiddetta “autonomia differenziata” sta alimentando un’insofferenza di cui la maggior parte dell’opinione pubblica sembra non aver compreso fino in fondo le reali implicazioni.

Con un giorno di anticipo rispetto al programma, il 14 febbraio, sono state presentate in Consiglio dei ministri le bozze di intesa tra lo Stato e le regioni Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, guidata dal governatore Pd Stefano Bonaccini, per l’ottenimento dell’autonomia differenziata: una conquista politica e amministrativa che probabilmente neanche Umberto Bossi, fondatore della Lega Nord e sostenitore del concetto di “residuo fiscale”, avrebbe mai sperato di ottenere. L’autonomia differenziata è uno strumento pienamente ammesso dalla nostra Carta Costituzionale all’articolo 116 comma III. Dal punto di vista sostanziale, la norma permette alle regioni a statuto ordinario di stipulare con il governo centrale un’intesa per acquisire particolari condizioni di autonomia. Nella Costituzione sono previste venti materie di competenza legislativa concorrente tra Stato e regioni e un numero limitato di materie di competenza esclusiva dello Stato, come l’istruzione, le casse di risparmio e i rapporti dello Stato con l’Unione europea. Dal punto di vista procedurale, l’accordo deve essere approvato da una legge rinforzata, varata dalle Camere a maggioranza assoluta. 

L’autonomia differenziata non è una decisione uscita dal cappello del governo Lega – M5S. L’articolo 116 che ha permesso di arrivare a questo punto è stato concepito nel 2001 con la riforma del titolo V della Costituzione approvata con una maggioranza di centrosinistra e confermata da un referendum. Negli anni tra il 2014 e il 2018, Veneto e Lombardia hanno iniziato a rivendicare, con l’appoggio trasversale di amministratori di Lega e Pd, il diritto sancito dalla normativa costituzionale e lo hanno fatto indicendo due referendum consultivi per rinforzare la loro posizione nelle trattative con il governo centrale. Il Partito democratico, ancora scosso per la batosta elettorale del referendum del 4 dicembre 2016, allora decise di non potersi permettere, soprattutto in due regioni importanti come la Lombardia e il Veneto, un’altra rovinosa sconfitta schierandosi contro l’approvazione dell’autonomia. Nel 2017 anche l’Emilia Romagna ha avviato una risoluzione per chiedere più autonomia. Dopo il successo delle consultazioni popolari, il governo di centrosinistra di Paolo Gentiloni, quattro giorni prima delle elezioni politiche del 4 marzo, ha siglato una pre-intesa con le tre regioni più ricche del nord Italia. 

Un anno dopo, altre sette regioni a statuto ordinario (Campania, Liguria, Lazio, Marche, Umbria, Toscana, Piemonte) hanno formalmente dato mandato ai loro governatori di intraprendere l’iter istituzionale previsto dall’art. 116 della Costituzione, mentre Basilicata, Calabria e Puglia hanno dimostrato il loro interesse a farlo nel prossimo futuro. Anche se il provvedimento ha viaggiato in sordina nei corridoi del parlamento, gli elettori e i quotidiani del Sud Italia sono furiosi con il M5S, colpevole di aver assecondato l’alleato leghista inserendo l’autonomia nel contratto di governo. La picchiata degli indici di gradimento del Movimento ha spinto i suoi esponenti a temporeggiare sulle autonomie durante il Consiglio dei ministri dello scorso 14 febbraio. Il M5S chiede che prima vengano definiti i cosiddetti “Lep”, i livelli essenziali di prestazione garantiti dall’art 117, comma II, lettera m della nostra Costituzione, che obbligano lo Stato a garantire a tutti i cittadini i “diritti civili e sociali”, come ad esempio, in materia di assistenza sanitaria, istruzione e sistema previdenziale dei lavoratori. Diritti che in certe regioni potrebbero venire a mancare se passasse la normativa voluta dalla Lega.

 Lo Stato ha il compito di garantire diritti civili e sociali in maniera omogenea su tutto il territorio nazionale, aiutando le regioni con meno risorse: nel caso dell’autonomia differenziata questo potrebbe non accadere. Il problema è che ad oggi il M5s è stato politicamente fagocitato dalla Lega di Salvini e se anche riuscisse a dilungare i tempi del dibattito parlamentare e a posticipare la decisione a dopo le elezioni europee, sembra difficile che il Movimento possa inventarsi qualcosa per bloccare un iter già avviato, rischiando per giunta la totale perdita dei suoi (già pochi) elettori del nord.

Il Partito democratico, con poca coerenza e molto rumore, dopo aver gettato le basi costituzionali dell’autonomia differenziata oggi non riesce a esprimere una posizione condivisa in materia. Alcuni dei suoi esponenti di spicco, come Matteo Renzi, si dichiarano apertamente contro, mentre altri, come il governatore del Piemonte Sergio Chiamparino e il governatore della Campania Vincenzo De Luca, hanno intrapreso l’iter per ottenerla. Ma è vero che concedere l’autonomia differenziata alle regioni più ricche svuoterebbe le casse di quelle più povere? Il rischio c’è. È possibile che la qualità di servizi essenziali come sanità e istruzione diminuisca nelle regioni dove il Pil pro-capite è più basso, e questo per il vecchio principio della “coperta corta”: il capitolo finanziario degli accordi preliminari prevede che la maggiore autonomia richiesta venga finanziata permettendo alle tre regioni del nord di trattenere una quota maggiore dell’Irpef o di altri tributi erariali, come l’Iva, generati sul territorio, sottraendoli, quindi, al resto della nazione. Lo Stato come potrà garantire la stessa qualità di servizi su tutto il territorio nazionale se i soldi che arriveranno nelle sue casse saranno molti di meno? L’economista Giuseppe Provenzano, in un’intervista rilasciata al programma Servizio Pubblico, avverte: “All’indomani dell’approvazione di questa intesa avremo 5 ragioni a statuto speciale, 3 regioni con intese ad autonomia differenziata su competenze diverse. Che rimarrebbe ai ministeri?  È la fine dello Stato-nazione. Lo Stato italiano rischia di rimanere una scatola vuota”.

A chi accusa il governo giallo-verde, a ragione, di voler abbandonare una parte del Paese con l’autonomia differenziata, va anche ricordato che non è l’unico colpevole di questa situazione. Se ci riferiamo solo al settore sanitario la regionalizzazione dei servizi è una storia vecchia cominciata con la legge 883 del 1978 e rafforzata dalla riforma del titolo V della Costituzione, che ha creato 21 diversi sistemi sanitari (19 regionali e due provinciali). Il risultato sono i 750mila malati che ogni anno devono lasciare la regione di residenza per ricevere cure adeguate. Salvini ha dichiarato di recente che l’autonomia differenziata non creerà cittadini di serie A e cittadini di serie B. È vero. Si limiterà a confermare una realtà inalterata da 160 anni, aumentando il divario interno di uno Stato dove un bambino che nasce in Campania ha un’aspettativa di vita di due anni più bassa rispetto alla media nazionale.  Perché ci impediscono di diventare italiani?

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