Salmo non è mai stato solo un rapper. Per questo sta già lavorando alla sua eredità artistica.

Sono abbastanza grande da ricordare quella fase che coincide con la mia adolescenza, dunque una decina di anni fa, in cui la “battaglia” tra i generi più cool era tra indie rock e rap. La musica elettronica si è aggiunta a questo duello in una breve fase in cui ascoltare Four Tet e Burial era il biglietto da visita per chiunque volesse entrare nel giro dei giusti, ma la sostanza era che il pop, la musica mainstream da classifica di dischi di platino e concerti sulla Rai, era fatta di tutt’altro che questi generi, se non attraverso alcune loro rivisitazioni molto sbiadite ed edulcorate; tutto il resto era Laura Pausini e Coldplay. Se nel 2010 qualcuno mi avesse mostrato la classifica di metà anno 2020, oltre che non credere al fatto che questa sarebbe stata influenzata dalla presenza di una pandemia globale, non mi sarei mai aspettata di vedere che il rock è, in effetti, piuttosto morto, che l’indie è diventato il modo in cui si chiama la musica di Calcutta e Gazzelle e che il rap è definitivamente il genere dominante di qualsiasi hit parade italiana.

Tra i dischi più venduti dei primi sei mesi del 2020, infatti, al primo posto c’è Marracash, seguito dalla medaglia d’argento di Tha Supreme: niente Biagio Antonacci, niente Lady Gaga e Ariana Grande, ma due rappusi belli e buoni, forti del loro dominio sia in termini di popolarità che di massima diffusione di una cultura musicale hip hop, se così la vogliamo chiamare per darne una definizione molto ampia, che al momento tocca il suo vertice e che negli ultimi anni si è declinata particolarmente in modo trap.

C’è chi quando una cosa che si ritiene “di nicchia” diventa popolare si arrabbia, c’è chi è contento del fatto che sempre più persone possano avvicinarsi a qualcosa di diverso, ma il punto è che, volenti o nolenti, il concetto stesso di underground è piuttosto difficile da inquadrare nell’industria culturale occidentale. Salmo, il rapper sardo che in meno di un decennio si è costruito una carriera che il 14 giugno avrebbe dovuto portarlo al suo primo live a San Siro se non fosse stato per il coronavirus, è l’esempio più interessante nel panorama italiano di come si possa passare attraverso questi processi di mutazione sia di pubblico che di mercato, ma soprattutto di stili; e ora è pronto per lanciare una realtà che ancora non conosce simili nel nostro Paese e che potrebbe comportare un ulteriore scacco alla mutabilità iperattiva di questa era di consumismo culturale e mediatico, ossia la sua nuova etichetta ibrida tra musica, arte, cinema e multimediale, la Lebonski360.

Foto di Roberto Graziano Moro ©

Con la nascita di Lebonski360 Salmo non solo investe sulla sua dote di talent scout, creando una sezione apposita per i nuovi talenti – Tha Supreme, per esempio, è una delle scoperte della Machete Crew, co-fondata proprio da Salmo nel 2012 – e funzionale all’idea di potersi costruire una vera e propria eredità artistica, ma crea anche uno spazio per poter approfondire ancora di più un aspetto già abbastanza evidente della sua carriera, ossia la passione per l’audiovisivo. L’etichetta, infatti, avrà anche una parte dedicata a produzioni cinematografiche, una passione che già si intravede nella cura minuziosa che ha sempre avuto Salmo per i suoi videoclip in cui spesso recita, prodotti come fossero veri e propri cortometraggi, oltre che dei video musicali.

La creazione di questa label comporta quindi anche la nascita di una realtà multimediale e diversificata che punta a costruire un progetto duraturo nel tempo e improntato su un’idea precisa sia di stile che di intenti, specialmente con l’inclusione di nuove leve, come nel caso del primo artista lanciato dall’etichetta: DEIV. Anche nella presentazione fatta via social è evidente la centralità dello scouting portato avanti da Salmo, insieme alla sua capacità di vedere sempre un po’ più in là delle apparenze. “Non è un rapper! Classe ‘89, nato e cresciuto nella mia stessa città, Olbia. L’ultima volta che ci siamo visti faceva le piadine a Camden Town a Londra, dormiva sul divano del suo beat maker.” Deiv ha lanciato il suo primo singolo nella notte fra martedì e mercoledì, e si intitola proprio “TPS” (Tutto può succedere).

Da persona che ha vissuto gli anni della formazione musicale – quelli più accesi, in cui non ammetti a te stesso che possa piacerti un tormentone estivo o una banalissima canzone d’amore pop – con molto entusiasmo per tutto ciò che ruotava attorno al rock, suonando pure qualche strumento e mettendo su band con le amiche e gli amici, il rap mi è spesso sembrato un genere povero di spunti. O perlomeno, ne riconoscevo il valore, soprattutto sociale come nel caso di tutta la scena del rap delle posse, ma non mi sentivo mai realmente coinvolta da ciò che ascoltavo, per via del lato prettamente legato agli arrangiamenti.

Foto di Roberto Graziano Moro ©

Tutto ciò è cambiato quando, da profana del genere con una conoscenza limitata e spesso superficiale, mi sono ritrovata ad ascoltare uno dei singoli che hanno spianato la strada del successo di Salmo: si trattava del brano “Death USB” ed era un featuring con il duo bergamasco hardcore/elettronico Belzebass. A sentirlo in quel periodo, il 2012, quel pezzo suonava come una cosa completamente diversa da tutto ciò che ero solita etichettare come rap, sia da un punto di vista estetico – Salmo nel video indossava la sua famosa maschera un po’ satanica un po’ Tre Allegri Ragazzi Morti versione per adulti – che da un punto di vista contenutistico. Il mix di base e di testo, con la voce sporca e graffiata di Maurizio Pisciottu – così all’anagrafe – è un’accoppiata che fa la differenza per le orecchie di chi non è abituato ad ascoltare in modo approfondito rap, e allo stesso tempo è anche un mix interessante per chi invece è già navigato in quella formula musicale.

Dall’inizio degli anni Dieci, infatti, Salmo è diventato un punto di riferimento per una scena che si stava facendo sempre più strada nella musica italiana ed è riuscito a essere non solo un artista seguito e acclamato, ma anche un interessante punto di incontro tra diversi generi, quelli più vecchi che stavano sbiadendo e quelli più nuovi che si stavano invece imponendo. Se volessimo usare un termine che oggi va particolarmente di moda, potremmo dire che Salmo è il rapper che meglio incarna il concetto di “resilienza”, o forse basta solo usarne altri come crossover di stili, contaminazione di generi. Sta di fatto che, proprio in questa fase della storia dell’uomo in cui le mode si susseguono con incredibile rapidità, complice l’uso diffuso e iper-presente dei vari media, vecchi e nuovi, la sua musica rimane un punto fermo per il pubblico italiano.

Piacere alle masse e rimanere fedeli al proprio stile di partenza non è detto che sia impossibile, specialmente se si riesce a modificare quest’ultimo in modo intelligente ed evitando la deriva di compromesso più becero. In parole povere, quando Salmo nel 2020, a due anni dall’uscita del suo ultimo album Playlist si mette a duettare con Ghali, che di certo non è proprio quello che definiremmo un artista “di nicchia”, per partorire una hit come “Boogieman”, dimostra di saper adattare un punto di partenza originale e personale, come è sempre stato il suo stile ibrido, lo stile di chi ha evidentemente avuto molto a che fare anche con gli strumenti musicali oltre che con i programmi per fare musica, con un universo pop che dà un risultato che non saprei come altro definire se non “figo”.

Foto di Roberto Graziano Moro ©

Salmo, infatti, ha questa cifra di coolness che si porta addosso senza mancare di sfrontatezza, certo, ma che risulta estremamente affascinante quando applicata alla musica: un’attitudine che, nel rap, scavalca quell’ostentazione necessaria da bragging tipica del genere e diventa piuttosto una sfacciataggine da rock star che incontra un tipo di “violenza” verbale che negli altri stili musicali emerge in modo meno costante. In diverse occasioni Salmo ha sottolineato il fatto che la sua musica, a differenza di sotto-categorie del rap, che spesso sacrificano la parte più prettamente contenutistica per dare spazio a quella formale – la trap, per esempio, che più che testi sembrano filastrocche ipnotiche ipersimboliche – conserva un messaggio finale, anche schierato. Questa cosa si concretizza poi in una forma di comunicazione che, se paragonata a un altro genere performativo – che non ha niente a che vedere con la musica ma con le parole sì – a mio avviso ricorda un po’ realtà come quella della stand-up comedy. Come se, attraverso i suoi testi, Salmo costruisse un monologo che alterna momenti di innegabile brillantezza espressiva – battute, giochi di parole, rime incastrate come mattoni – a momenti di critica sociale, di costume, anche personale e intimista.

Ed è così per esempio in brani come “Stai zitto”, che canta insieme a Fabri Fibra, in cui si possono sentire frasi come “Pistole ad acqua nascoste nei giubbotti, la vita sì è infame ma è meglio di Brumotti”, accompagnate da una base oltremodo incalzante e da sonorità boom bap: proprio come un pezzo comico detto su un palco con un pubblico davanti, c’è il ritmo, ci sono le battute, c’è la critica, c’è la personalità di chi sta cantando, forte e chiara. O come in “90MIN”, dove dice “razzisti che ascoltano hip hop, qualcosa non torna”, ponendo l’attenzione su un punto piuttosto interessante del paradosso della contemporaneità: un genere musicale che nasce per antonomasia in un contesto tutt’altro che razzista, un ambiente black, per così dire, che essendo diventato ipercommerciale e commercializzato diventa anche il genere di riferimento per chi magari vota Salvini.

Playlist, l’album uscito nel 2018, da questo punto di vista è estremamente variegato, ci sono un sacco di generi e un sacco di temi trattati, anche più romantici e leggeri, ed è il quinto disco di Salmo; i quattro che lo precedono, per varietà e appeal sia pop che rap, che di tutti gli altri mix musicali che contiene, non sono affatto da meno. Così come non sono da meno i suoi pezzi per il famoso Machete Mixtape 4, tra i quali spicca per esempio “Ho paura di uscire” – feat. Lazza – che anche in questo caso, così come per molti altri dei suoi pezzi, sfrutta la commistione tra rap e techno, per dare vita a un brano che suona molto bene anche per chi magari non è del tutto avvezzo al genere.

Salmo, dunque, così come molti rapper oltreoceano, ha deciso che il lavoro svolto fino ad ora, sempre caratterizzato anche per una certa intolleranza nei confronti dei canali istituzionali di diffusione – ha rifiutato l’invito a Sanremo proprio pochi mesi fa, ma non è l’unica occasione in cui appare evidente questa insofferenza – ha bisogno di più spazio e di una realtà in cui chi è affine al suo stile, sia mentale che pratico, possa ritrovarsi. La speranza è che anche questo progetto futuro riesca, come ha sempre fatto Salmo fino a questo momento, a creare un modo di fare musica rap nel pop intelligente e insieme estremamente cool, perché una parola non esclude l’altra e nessuna delle due è necessariamente sinonimo di qualità.

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