Birthh è la cantautrice italiana che dalla sua stanza è arrivata in tutto il mondo

Si può fare uno sforzo e provare a non far ruotare tutta la propria vita attorno all’assurdità del momento che stiamo vivendo, ma riuscirci è davvero difficile. I giorni di quarantena in cui siamo immersi, chi più chi meno, sono un flusso di emozioni e stati d’animo contraddittori, mutevoli e inediti. Concentrarsi è difficile per molti, la pressione della produttività a tutti i costi è alta e tutto il mondo dei media, da internet alla televisione, sembra essersi trasformato nel laboratorio di un asilo nido pieno di maestre avide di lavoretti con la pasta di sale. Non c’è niente di male a sentirsi svogliati, apatici, rallentati e lontani da questo modo di vivere la vita che molti di noi, per fortuna, non avevano mai sperimentato. Ritrovarsi soli con i propri pensieri, le preoccupazioni, l’ansia per ciò che verrà dopo e per quello che può avvenire oggi stesso a noi, ai nostri cari, non è così piacevole e anche leggere un libro o guardare un film può diventare un’impresa. Per questo bisogna stare molto attenti a selezionare con cura quello che ascoltiamo, guardiamo e leggiamo, per non rischiare di incappare in uno stato d’animo ancora più pesante. Birthh, cantante e musicista toscana di ventitré anni che da poco ha pubblicato il suo secondo album, è un ottimo esempio di buona compagnia e di evasione in un momento in cui siamo chiamati a convivere con la responsabilità di fare ognuno il suo dovere.

Un aspetto interessante di questo stato di realtà sospesa è che per certi versi siamo entrati nelle stanze di persone che non conosciamo direttamente. Tutti i collegamenti televisivi, le dirette social, gli screen e il materiale fotografico che stiamo collezionando in questi strani giorni contengono l’intimità della camera da letto, del soggiorno o della cucina di chi la mette a disposizione per comunicare qualcosa. Invece del solito studio, di una cornice predisposta e pensata ad hoc come spazio condiviso della messa in scena, la casa è il set per definizione della misura restrittiva che stiamo adottando per sconfiggere questa pandemia. L’idea stessa di “cameretta” però, non è una novità del linguaggio moderno: per certi versi, potremmo far risalire al famoso saggio di Virginia Woolf Una stanza tutta per sé questo concetto di tana, rifugio e spazio personale che serve sia per stare soli con se stessi che per, eventualmente, creare qualcosa, come fosse un laboratorio.

Birthh, foto di Sha Ribeiro

Internet e la cultura della condivisione, dello “sharing”, hanno fatto sì che questo modo di concepire il proprio luogo di isolamento (fino ad ora non forzato) diventasse un vero e proprio genere di produzione artistica, rendendo appunto l’intimità della propria stanza, piccola o grande che sia, un’area delimitata alla quale però si può accedere dall’esterno grazie a una intersezione che tutti condividiamo, il web. Nella musica questo fenomeno ha un nome preciso, bedroom pop, ed è il risultato di un momento storico in cui non serve un’orchestra per registrare un album pieno di archi, così come non serve in effetti un’arena per avere davanti centomila spettatori: basta la tua stanza, il tuo strumento, un computer, una minima  conoscenza dei programmi per arrangiare e molta creatività. Un genere di cui si nutre, non a caso, la Generazione Y, quella dei nativi digitali, nati e cresciuti senza lo shock che spesso stimola scetticismo e astio in chi sostiene che non esiste musica se non dal vivo. Ironia della sorte, proprio in questo momento ci siamo trovati a constatare che non è così, o meglio, che non vediamo tutti l’ora di poter tornare a fare anche cose dal vivo, ma che se ne possono fare altrettante con un wi-fi, sperando non collassi.

Birthh, paradossalmente, non solo è l’artista italiana che per certi versi meglio incarna questa tendenza di bedroom pop, ma è anche una delle poche nel nostro panorama ad avere un pubblico internazionale – se con questo termine non indichiamo italiani all’estero. Come se, in un certo senso, fosse proprio la dimensione così raccolta della propria stanza a diffondere la musica che compone Alice Bisi – così si chiama all’anagrafe –  a molte più persone che potrebbero entrare in un qualsiasi club. È la magia di internet, con i suoi pro e i suoi contro, a veicolare il potenziale di una ragazza che comincia a suonare per sé, da sola, e che nel giro di pochi anni crea un progetto che sebbene parta dalla sua stanza, quasi come per rimanere confinata là, diventa invece parte di un insieme di condivisione e intimità. La circoscrizione dell’ambiente in cui nasce la “musica da cameretta” si combina con l’enorme potenziale di diffusione del mezzo con cui viene trasmessa, come se fossimo al contempo soli ma in compagnia di tante altre persone; cosa che, proprio oggi, stiamo imparando ad apprezzare più che mai viste le necessità. Un’esperienza musicale che sta a metà tra l’evento in sé e tutto ciò che ruota attorno a questo rituale – andare a un concerto, incontrare persone, conoscerne altre, vedere un chitarrista che sbaglia un accordo o uno che stona – e la fruizione in solitaria: chi compone questo tipo di musica, come nel caso di Birthh, si muove proprio in questa terra di mezzo.

Birthh però, va aggiunto questo dettaglio fondamentale, non è un’artista adatta al tanto conteso e spesso tirato in ballo a sproposito “mercato internazionale” solo perché si inscrive in questo fenomeno. Già con il suo primo album, Born in the woods, nonché col suo primo progetto folk chitarra e voce che si chiamava “Oh! Alice”, la cantante fiorentina aveva deciso di impostare la sua musica utilizzando come lingua l’inglese, una scelta che, in effetti, quando si punta a comunicare a più persone, può tornare utile – ammesso lo si faccia bene. Il tema delle scrittura in inglese per chi non è madrelingua è piuttosto dibattuto da quando ho memoria, avendo anche l’esperienza personale di essere cresciuta da un padre musicista che suona in una band anglofona e che, proprio come Birthh, ha avuto molto più spazio per esibirsi e farsi conoscere all’estero che in Italia. Non credo che si tratti per forza di provincialismo o dall’ostinazione protezionista italica la tendenza che ci spinge a privilegiare la musica nella nostra lingua: sia che si canti in italiano che in inglese, l’importante a mio avviso è che si tratti di musica di qualità. Poi è normale che ogni lingua abbia i suoi suoni e le sue suggestioni – la musica napoletana ne è un esempio lampante. Detto ciò, sebbene ci siano molti artisti italiani contemporanei che scrivono i testi in italiano molti dei quali possono tranquillamente competere con colleghi stranieri in termini di qualità, è bello avere esempi di band o cantautori che possono partire da un’idea di diffusione globale senza intoppi semantici. In questo senso, mi viene in mente un’altra musicista e cantante degli ultimi anni che ha ben sfruttato questa sua adattabilità estera e che, come Birthh, è una giovane ragazza, ossia Any Other, altro esempio di “made in Italy” che può competere tranquillamente con artiste come Courtney Barnett.

Birthh, foto di Sha Ribeiro

Anche WHOA, dunque, il secondo album di Alice Bisi, racconta in inglese le impressioni e gli stati d’animo di questa ragazza cresciuta tra la musica – il padre è musicista, il nonno la faceva cantare al karaoke – che per caso, usando un giorno la chitarra elettrica per registrare dei brani invece di quella acustica, ha capito il potenziale che potevano avere la sua voce e le sue melodie mescolate all’elettronica. Questo nuovo album però, fa un passo in avanti: dalla sua cameretta, nella quale è stato composto in diversi mesi, è arrivato fino a New York, dove è stato ultimato da nomi importanti dell’ingegneria del suono, e al bedroom pop ha combinato quello che lei stessa ha definito per certi versi un “pop cosmico”. Cosmico perché ogni canzone è come un piccolo pianeta di un sistema, ognuno con la sua indipendenza ma insieme in armonia ed equilibrio: undici brani che si confrontano su generi diversi – pop, soul, elettronica, folk – e che si raccolgono sotto il segno di un’esclamazione di stupore, magari proprio quella che Birthh vorrebbe stimolare nell’intimità condivisa di un disco che, per usare una sinestesia, sembra fatto con degli acquerelli. Così per esempio Supermarkets, uno dei singoli dell’album, che esprime bene questo senso di dislocazione indotta che ti fa sentire al contempo accanto alla cantautrice ma anche vicino a un’idea contemporanea di musica leggera, “internazionale”, se vogliamo usare questo termine che significa ben poco ma che dà un senso di comunicazione universale. O Yello/Concrete, che potrebbe far da colonna sonora a un film indie e insieme essere quel brano che ti aspetteresti di sentire in un locale mentre bevi qualcosa con un amico.

Che la musica sia di grande aiuto in un momento in cui gli unici spostamenti che possiamo fare sono quelli dal divano al frigorifero, penso non ci sia bisogno di sottolinearlo. Se la musica riesce anche nella missione portentosa di farci sentire un po’ più lontani dalla brutta esperienza che stiamo vivendo tutti, e che purtroppo molti vivono in modo molto più serio di una semplice reclusione domestica, allora non c’è momento migliore per esplorare qualcosa di nuovo come l’album di una ragazza che è in grado di farci sentire vicini, intimi e raccolti, come siamo in questo momento, dando però anche la sensazione di un piccolo viaggio da qualche parte che non sia casa nostra. Magari è la cameretta di Birtth, magari è un live al SXSW, magari è solo un’amica che ci suona una sua canzone con la chitarra acustica.

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