In una tv generalista con format vecchi o urlati, “Via dei Matti n°0” è un faro di speranza - THE VISION

Capisco perfettamente quando qualcuno mi dice che non guarda più la tv, che non ci trova nulla di interessante e che anzi, gli fa più ribrezzo che altro. Conosco molto bene il palinsesto attuale della televisione generalista italiana e so che, purtroppo, nella maggior parte dei casi, ciò che propone è un ammasso di contenuti inutili, stantii, vecchi di almeno vent’anni: talk show pieni di politici e personaggi di dubbia provenienza che si urlano addosso, fiction che parlano di preti e suore, programmi da prima serata noiosi e francamente anche un po’ pacchiani. Vista così, nel suo insieme, la tv è spesso un agglomerato informe – un Blob, come sottolinea lo storico programma geniale di Enrico Ghezzi che parodizza proprio la natura caotica e fagocitante dei mass media italiani – e un luogo che più che evolversi, sembra ancorato a un passato ormai sempre più privo di senso e obsoleto. Per questo, quando mi trovo a dover spiegare che non è solo così, le difficoltà che incontro sono molte, specialmente negli ultimi tempi, dopo che due eventi legati alla tv sono stati al centro di un dibattito ancora in atto, ossia l’ormai proverbiale monologo di Pio e Amedeo sulla libertà d’espressione e le vicende legate all’intervento di Fedez al concerto del Primo maggio.  

Pio e Amedeo

Di Pio e Amedeo, e di ciò che fa un’emittente privata come Canale 5, mi interessa poco, per quanto sia comunque una vicenda appassionante sotto molti punti di vista; della tv di Stato e di un episodio che ha portato a galla un suo enorme limite, invece, mi importa molto. Soprattutto perché a mio avviso il servizio pubblico è un bene essenziale per tutti, soprattutto quando riguarda prodotti generalisti che arrivano potenzialmente nella casa di chiunque, da Trento a Lampedusa. Senza entrare nel merito della questione, tra problemi di censura, scontro tra vecchi e nuovi media, libertà d’espressione e vicende giudiziarie, la cosa che più mi ha toccato degli eventi legati al Concertone è il fatto che sia successo sulla rete che nel panorama nazionale più si impegna a darci contenuti di alta qualità, oltre che di spessore culturale, Rai 3. Ed è proprio su Rai 3, il canale “verde” della tv di Stato ma che storicamente viene considerato rosso, il canale fondato da Angelo Guglielmi, un intellettuale illuminato che ha dato vita negli anni Ottanta a una realtà unica e incredibilmente prolifica, che va in onda un programma che consiglierei di guardare a tutti i delusi e orfani della tv italiana, Via dei Matti n°0 

Angelo Guglielmi (a sinistra)

Non è vero che la televisione è tutta spazzatura, non è vero che non ci sono cose interessanti da guardare e soprattutto persone preparate e motivate a farne di buona, è solo più difficile stanare quelle che vale davvero la pena di seguire. Posto che, per quanto estrema, anche la tv trash, entro una certa misura, ha il suo senso di esistere, i programmi che si impegnano a creare un contenuto culturalmente elevato ma allo stesso tempo anche comprensibile a tutti esistono ancora, sono solo una minoranza dovuta a ragioni legate come sempre alla rincorsa spasmodica del profitto in qualsiasi ambito e ai consumi. Via dei Matti n°0 però, a differenza di prodotti validi che purtroppo non ricevono l’attenzione che si sperava – sia perché il posizionamento può essere sbagliato, sia perché il pubblico è decisamente assuefatto a una qualità scadente –, ha avuto la capacità di farsi notare nel mare di trasmissioni oscene e verbalmente violente perché ha offerto qualcosa che evidentemente ci mancava: l’armonia, la grazia, la gentilezza. Il programma, condotto dal musicista Stefano Bollani e dall’attrice Valentina Cenni, è infatti un piccolo esperimento di eleganza, un tentativo perfettamente riuscito di portare in televisione un tema che ormai sembra quasi del tutto sparito, se non nelle sue forme più estreme – i talent, gli spettacoli di portata enorme come Sanremo –, la musica. La musica intesa come mezzo di comunicazione puro e astratto, legata in ogni puntata a temi diversi, e che diventa l’elemento di connessione tra l’intimità della stanza in cui si trovano i due presentatori, marito e moglie, e gli ospiti che passano da là. 

Valentina Cenni e Stefano Bollani

Stefano Bollani non è nuovo a questo tipo di televisione: nella sua carriera da pianista, infatti, oltre alle tantissime esperienze musicali di alto livello in giro per il mondo, c’è sempre stata un’anima da performer che andava oltre all’esibizione concertistica. Ricordo addirittura la sua presenza in diversi numeri di Topolino, un po’ di anni fa, in cui la sua caricatura si mescolava alla perfezione con l’universo scherzoso e fumettistico Disney per spiegare ai bambini la musica jazz. Valentina Cenni con la tv ha avuto meno a che fare, essendo un’attrice che per anni ha lavorato molto più in teatro che in altri ambienti, e ha tutto l’aspetto di uno di quei ritratti di donna di Tamara de Lempicka: l’impostazione teatrale, sia della voce che del corpo che nel canto, che in certi contesti può sembrare esagerata ed enfatica, in questo programma televisivo trova invece una sua quadra perfetta. La stanza in cui ci accolgono Bollani e Cenni, infatti, sembra il salotto di casa loro, un luogo di intimità conviviale in cui, insieme agli amici, si possono vivere sia la musica che la cultura in generale non come prodotto di consumo individuale ma come scusa per stare insieme, come argomento di conversazione leggero che si rivela allo stesso tempo denso e interessante. In questa dimensione un po’ sospesa in cui si trova lo spettatore, in confidenza con i due conduttori che con grande scioltezza snocciolano temi e storie legati alle canzoni che suona Bollani – con una naturalezza invidiabile, quella del vero professionista – e che Cenni racconta e canta, si aggiungono anche gli ospiti che senza dire nulla entrano nel salotto della coppia, si siedono su uno sgabello e cominciano a cantare prima ancora di presentarsi. 

Gli ospiti variano in base alla tema della puntata: per esempio, con Claudio Baglioni si parla di musica e cantautorato, con Luigi Lo Cascio si parla di musica e corpo, con Thony di musica e cinema, con Rocco Papaleo di musica e teatro, con Francesco De Gregori musica e amore. Via dei Matti n°0 diventa così un luogo surreale, proprio come nel testo della canzone La casa di Sergio Endrigo, da cui prende il nome il programma, “Non c’è soffitto non c’è cucina”, ma nonostante non sia davvero la casa di Stefano e Valentina, lo studio riesce a creare per venticinque minuti un’atmosfera di sospensione tra ciò che c’è fuori e ciò che su quei tappeti e con quel pianoforte si può creare. La puntata che forse di più riesce a creare questo senso di astrazione e intimità è quella in cui come ospite c’è Frida, la figlia sedicenne di Stefano Bollani, che canta un classico come Halleluja di Leonard Cohen, suonando il pianoforte, con una grazia e un’eleganza che mettono in secondo piano un elemento centrale della vita di questa ragazza, ossia il fatto che è ipovedente sin dalla nascita: nel momento in cui da spettatrice ho capito che Frida non vede, la sua esibizione è diventata ancora più emozionante. E tutto ciò alle 20.30 di un martedì qualunque, con la tv accesa su un canale generalista. 

Frida Bollani

Perché è esattamente questo quello che dovrebbe fare la tv, il servizio pubblico, specialmente in un momento in cui il frastuono delle notizie, dei disastri che si accumulano, dei conflitti che si riaccendono a un passo da noi e delle urla di chi usa uno spazio come quello televisivo per dare vita a spettacoli orrendi di mitomani e urlatori, il suono delicato di un pianoforte e delle parole piene di storia, cultura e arte diventa quasi un atto rivoluzionario. La tv non è sempre stata e non è solo spazzatura, nonostante questa convinzione abbia spesso la legittimità di essere portata avanti, e dal momento che proprio la musica, in tutte le sue forme più elaborate e meno usa e getta ha perso la centralità che aveva un tempo nel dibattito culturale contemporaneo. Probabilmente questa cosa è una delle tante conseguenze della rivoluzione digitale che ha cambiato in modo radicale anche il modo in cui la ascoltiamo, dal momento che siamo molto più liberi ora di scegliere cosa vogliamo sentire e quando o abbiamo gli algoritmi a scegliere per noi senza farci scoprire quasi mai nulla di veramente nuovo: è bello allora affidarsi alla conoscenza di due professionisti che ci raccontano anche aspetti di questa arte che magari non conosciamo o che magari non siamo più abituati a ritenere centrali.

Via dei matti n°0 dà prova del fatto che tutto ciò è possibile, se fatto con il giusto equilibrio di contenuti, forma e professionalità, e che il messaggio finale arriva a destinazione con successo anche quando sembra che attorno i rumori possano sovrastarlo. La speranza che lasciano trasmissioni del genere – che non è l’unica, basta anche solo farsi un giro ogni tanto nel palinsesto di canali come Rai 5 che continuano a dare spazio anche a format di altissimo livello culturale ma allo stesso tempo fruibili per tutti come Nessun dorma, per esempio – è che il servizio pubblico inteso come strumento per fare arrivare in casa di ogni italiano non solo la peggior spazzatura infarcita di pubblicità e contenuti di basso livello possa ancora esistere e avere un senso.

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