"Utopia" è la serie che racconta perfettamente l’epoca spietata in cui viviamo. La devi vedere. - The Vision

C’è stato un momento preciso in cui le serie tv sono diventate ciò che tutti noi identifichiamo come un genere artistico di tutto rispetto. Non che prima non esistessero grandi opere riconducibili più al cinema d’autore che a un prodotto televisivo buono per la prima serata in compagnia della nonna – basti pensare a cult come Twin Peaks – ma la vera e propria seriemania è esplosa all’inizio degli anni Dieci, in particolare tra il 2013 e il 2014. In quei due anni, infatti, si sono concentrate un numero sorprendente di produzioni, che hanno fatto fare un balzo alla qualità di questo genere, diventando in alcuni casi ancora più interessante del cinema. Nel 2013, ad esempio, si concludeva Breaking Bad, caposaldo della categoria, usciva House of Cards e la terza – e probabilmente migliore – stagione di Game of Thrones. The Knick, True Detective e Fargo sono invece tutte serie uscite nel 2014. Il biennio dorato della serialità ha fatto sì che portali di streaming come Netflix diventassero una fonte di intrattenimento centrale nella vita degli spettatori, una piccola rivoluzione figlia del tempo in cui si è generata, una diretta conseguenza dell’espansione capillare di internet e che oggi è ormai la normalità.

Tra tutti questi capolavori del genere, però, ce n’è stato uno che mi ha colpita in modo particolare: Utopia. Trasmessa dal 2013 al 2014 dalla rete televisiva britannica Channel 4, negli anni è diventata un vero e proprio cult, nonostante avesse lasciato a bocca asciutta i suoi fan, interrompendosi dopo due stagioni senza una vera e propria conclusione. Ci ha pensato Amazon Prime a dare nuova luce a questa serie – un’operazione non facile visto la qualità del materiale di partenza – con un remake uscito da poco – con un tempismo quasi inquietante direi, data la piega che ha preso questo 2020.

Complottismo, vaccini, organizzazioni segrete, pandemie, eminenze grigie che controllano il genere umano attraverso il progresso scientifico, hamburger di finta carne sintetizzata chimicamente: tutti questi espedienti narrativi, fino a poco tempo fa erano riconducibili a un lavoro chiaramente di finzione, per non dire di fantascienza. Ma nel 2020 – anno in cui stiamo sperimentando sulla nostra pelle cosa significhi vivere in un’emergenza sanitaria globale, tanto da sembrare parte di un gigantesco episodio di Black Mirror – raccontare qualcosa che abbia a che fare con questi temi diventa realistico e molto più coinvolgente, per non dire inquietante. Specialmente, poi, se il mantra che si ripete per tutte e otto le puntate di Utopia è una frase che pronunciata oggi riecheggia in modo particolarmente minaccioso: “What have you done today to earn your place in this crowded world?” (“Cosa hai fatto oggi per guadagnarti il tuo posto in questo mondo tanto affollato?”). In un presente in cui gli ospedali collassano, le dosi di un vaccino si aspettano come fossero una salvezza definitiva – cosa che sarà, purtroppo, solo in modo graduale e parziale – e l’emergenza climatica avanza ogni secondo che passa, questa domanda non suona poi così strana. La grande intuizione di Utopia, dunque, non è tanto quella di raccontare in modo fumettistico e pulp – c’è chi lo ha definito “Tarantino che incontra Stranger Things” – un tema così delicato e per certi aspetti canonizzato, ma proprio quello di creare una sorta di sospensione del giudizio tra il bene e il male per come siamo stati abituati a conoscerli, dal momento che il bene comune comprende in modo inevitabile una gigantesca dose – letterale e metaforica – di male.

Di solito siamo abituati a leggere disclaimer all’inizio di un film quando il contenuto della storia è tanto aderente alla realtà che potrebbe sembrare reale; è interessante allora notare come anche in questo caso si sia reso necessario inserirne uno, dato che la serie, a partire dal titolo, ha una dichiarata aspirazione surreale. Pur trattandosi di una trama che ruota intorno a un fumetto in cui è contenuta la verità di un futuro distopico per l’essere umano, si è infatti dovuto precisare che gli avvenimenti contenuti nell’opera di finzione non sono in alcun modo reali. Tale avvertimento legale è servito a ovviare a eventuali interpretazioni fuorvianti della trama, data la sua rischiosa vicinanza a certi eventi del presente – come richiesto, in particolare, dai familiari delle vittime di alcuni tragici eventi rievocati nella serie. 

Tutto parte dalla mente di uno scienziato, dalla sua ricerca spasmodica di un mondo perfetto, un’utopia appunto, in cui il genere umano possa continuare la sua evoluzione senza dover fare i conti con l’enorme problema della sovrappopolazione. Siamo troppi, consumiamo troppo, inquiniamo troppo: i primi a patire le conseguenze di questa realtà sono i Paesi più poveri, il mondo è solo lo scenario di un domino che si è già innescato. La domanda, però, è quanto ci si possa spingere in là con le considerazioni salvifiche del genere umano se questo comporta sterminare, sacrificare e sperimentare. E qui entra in gioco un fumetto, capitato tra le mani di un gruppo di nerd conosciuti in chat, consapevoli, chi più chi meno, che quel prezioso ammasso di strani disegni non è solo una graphic novel, ma una sorta di profezia su tutte le prossime pandemie che si abbatteranno sul nostro pianeta, un conglomerato di indizi, messaggi in codice e simboli che messi insieme costruiscono la storia di Utopia, ma soprattutto di Jessica Hyde, figura femminile centrale del racconto.

La versione anglosassone di Utopia, insuperabile a mio avviso da qualsiasi punto di vista, dalle colonne sonore all’atmosfera dark e violenta che, bisogna ammetterlo, solo gli inglesi riescono a rendere così bene, si concentra meno sul fumetto e più sulla vita dello scienziato, sul suo progetto di eugenetica, sulla modifica che vuole apportare al DNA di chi, per sfuggire alla morte, si presterà a iniettarsi una dose del suo vaccino. La versione originale di Utopia è molto più ironica e cinica di quella diretta dalla scrittrice e sceneggiatrice di un capolavoro recente come Gone Girl, ossia Gillian Flynn, che nel suo riadattamento ha deciso in modo piuttosto evidente di tralasciare tutti gli elementi legati al passato – cosa invece fondamentale per la prima versione – per concentrarsi esclusivamente sul presente. Utopia è ora, è una ricerca che rimanda in diversi punti ad Alice nel Paese delle Meraviglie, è un puzzle che si basa sulla lotta tra chi ha capito come disinnescare un progetto crudele su scala mondiale e chi, nella follia delle proprie credenze, partendo da un concetto innegabile come quello della sovrappopolazione, è disposto a fare di tutto pur di portarlo a termine. John Cusack – che in questa serie è talmente bravo da avermi ricordato spesso Kevin Spacey, per l’intensità spaventosa e ammaliante con cui interpreta il supercattivo – è il capo di un’enorme multinazionale che si occupa di reinventare il futuro alimentare del pianeta, producendo carne sintetica. Il suo personaggio è un perfetto mix di tutti gli elementi contemporanei di ciò che intendiamo come innovazione, progresso, sviluppo sostenibile: tutto di lui e della sua azienda è verde, riciclabile, attento alla natura. Ma l’aspetto green e amichevole – proprio come succede con le grandi catene di fast food che si ridisegnano ecologiste dopo aver passato decenni a inquinare il pianeta – è uno specchietto per le allodole. 

Ed è forse questo l’aspetto più interessante di tutta la serie: nell’assurdità di teorie complottiste evidentemente utilizzate come elementi di una trama surreale – ciò che appunto non ci dovrebbe essere bisogno di specificare con disclaimer iniziali – e di gruppi di nerd che diventano una squadra per rimettere insieme i pezzi di Utopia e venire a capo di questo grande enigma, c’è un aspetto che non può lasciarci indifferenti. La pandemia ci ha dimostrato in modo chiaro che il modello economico e produttivo su cui ci siamo basati fino ad adesso non è compatibile con un progresso civile e sostenibile del genere umano. Nella storia di Utopia, un’idea di mondo perfetto coincide anche con un’idea spietata e disumana di selezione, ma c’è un sentimento strisciante che ti fa pensare una cosa strana, insolita: e se avessero ragione i cattivi?

Vedere il complottismo rappresentato sullo schermo fa più paura oggi di ieri perché ora è una realtà molto più forte e tangibile di quanto non lo sia mai stata, nonostante sia sempre esistita, e renderlo parte di una narrazione può servire a depotenziarlo, dal momento in quel modo può essere tematizzato, dato che assume un aspetto ancora più caricaturale e fantasioso. Utopia non è un elogio alle teorie del complotto, non ci vuole raccontare che le pandemie sono programmate, o che i vaccini sono un modo per controllarci: il senso della serie, al contrario, sta proprio nel riportare su un piano reale e concreto il soggetto di una crisi come quella che stiamo vivendo a livello globale, su diversi fronti, da quello climatico a quello sanitario, fino poi ovviamente a quello sociale ed economico. Utopia ci dimostra, attraverso la finzione caricata e parodistica di una serie di topoi narrativi del presente, che una sola cosa ci deve allarmare e che quella cosa siamo noi, gli esseri umani, troppo spesso incapaci di avere prospettive lungimiranti, egoisti, con l’idea radicata che il profitto venga prima di tutto. Non è così. Il pianeta su cui siamo e il bene della nostra specie, tutta, sia presente che futura, deve essere la nostra priorità.

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