I film Marvel “non sono cinema” come sostengono Scorsese e Coppola?

Non penso che qualcuno potrebbe mai sostenere che la Nutella è migliore di una crema di gianduia artigianale, perlomeno per quanto riguarda la qualità degli ingredienti. È superfluo argomentare che un prodotto preconfezionato da un’industria che distribuisce quintali di quella sostanza sempre perfettamente identica a sé stessa possa essere più sana di un barattolo preparato in una bottega da un cioccolataio esperto, ma questo non significa che la Nutella non sia buona. La Nutella, per quanto poco dietetica, è un cibo che costa poco, si trova ovunque – pure al ristorante cinese, fritta – e che dà un piacere immediato, senza bisogno di essere dei maître chocolatier con una conoscenza approfondita di tutte le tipologie di fave di cacao presenti sulla Terra. Lo stesso discorso si può fare quasi per qualsiasi cosa: ci sono oggetti, film, canzoni, vestiti di qualità non proprio eccelsa ma che riescono comunque a svolgere la loro funzione e poi ci sono oggetti, film, canzoni e vestiti che invece provengono da un’idea precisa di moda, alimentazione o cinema. Non è detto che la prima categoria non abbia dignità di esistere; la questione, piuttosto, è capire fino a che punto questa categoria non stia divorando ogni millimetro di spazio della realtà fino a fare scomparire la seconda, rendendo tutto un prodotto omologato.

Martin Scorsese

Non so se a Martin Scorsese piaccia la Nutella, ma è ormai nota la sua mancanza di stima per i film dell’universo Marvel: in occasione della recente uscita del suo nuovo film The Irishman, il regista di Taxi Driver ha dichiarato in un’intervista di non riuscire a reputare questo genere di pellicola degno di essere chiamato “cinema”. Più che guardare un film, secondo Scorsese, questo filone cinematografico da bidone di pop-corn e prima fila all’Uci Cinemas del centro commerciale più vicino richiama l’esperienza di un parco divertimenti a tema. “I tried, you know? But that’s not cinema”, ha dichiarato, alzando le spalle con fare da gran divo – quale è – aggiungendo che piuttosto che sorbirsi centottanta minuti di Thor che spacca teste e salva l’universo dal nemico di turno preferirebbe un giro sulle montagne russe di Disneyland. Sganciata la bomba su quell’industria da miliardi di dollari che è l’intera baracca Marvel, non è mancato l’appoggio di chi probabilmente teneva questo sassolino nella scarpa da fin troppo tempo: Francis Ford Coppola, altro regista statunitense tra i più importanti in vita e autore di lungometraggi come Apocalypse Now e Il Padrino, non si è risparmiato nulla contro gli Avengers.

Francis Ford Coppola

Coppola ha infatti dichiarato che Scorsese è stato fin troppo gentile a dire che con la Marvel non si parla di cinema, visto che per lui è proprio spazzatura. Dal cinema ci si aspetta di imparare qualcosa, di avere un’ispirazione, di acquisire della conoscenza – ha detto Coppola – cosa che invece non succede in alcun modo con un film dei supereroi. Se Martin Scorsese e Francis Ford Coppola non bastavano per dare manforte al partito anti-Marvel, si è aggiunto un altro regista simbolo di una generazione, Ken Loach, famoso per i suoi film tutt’altro che disimpegnati e pensati per il mero intrattenimento: il suo discorso, leggermente meno impulsivo di quello dei due colleghi e più strutturato su una critica argomentata, fa un’analisi della questione piuttosto lucida, chiamando questo genere di lungometraggi “commodities”. Così come “un hamburger”, parole sue, preso al volo in qualche catena di fast-food un film della Marvel, ben farcito di tutti quegli ingredienti di immediato gradimento ma con pessimi valori nutrizionali, ti fornisce quel senso di soddisfazione istantanea, omologata, dozzinale. Per Ken Loach, infatti, si tratta solo di operazioni di marketing per accrescere in modo ulteriore patrimoni di aziende enormi, niente di più di questo, che di certo non è proprio l’essenza del cinema né di qualsiasi forma d’arte.

Ken Loach

Come era prevedibile, una volta iniziata la campagna dei tre cavalieri della crociata anti-supereroi, alfieri del buon cinema, non sono mancate le risposte da parte di chi invece difende questa forma cinematografica. Il regista de I Guardiani della Galassia, James Gunn, per esempio, ha scritto un lungo post su Instagram in cui si dice non solo dispiaciuto per via delle parole forti da parte di alcuni dei suoi più grandi miti, ma anche deluso per il fatto che artisti del loro calibro siano caduti nella solita trappola generazionale: se cinquant’anni fa si faceva lo stesso discorso per i cowboy e i gangster, oggi si fa con i supereroi, etichettandoli come superficiale e dozzinale cinema di intrattenimento. Anche Natalie Portman, Samuel L.Jackson e Joss Whedon sono intervenuti in difesa dei supereroi e probabilmente molti altri si schiereranno dalla parte della Marvel; ma il punto non è tanto il solito duello tra vecchio e nuovo, come se si trattasse di uno scontro tra futuro del cinema e passato rosicone che non vuole fare largo ai giovani. Ci sono infatti molteplici esempi di come questo genere possa produrre anche film di tutto rispetto, oltre a contribuire in modo costruttivo al cinema contemporaneo, senza per forza rimanere confinati in uno scaffale di intrattenimento fine a sé stesso. Solo che, sebbene sia vero che ogni fase della storia porta con sé le sue diatribe su cosa possa essere considerato davvero arte e cosa no, oggi viviamo in una fase culturale dell’Occidente in cui la produzione di massa delle gigantesche corporation che gestiscono gran parte dei nostri beni di consumo è diventata quasi un monopolio: basti pensare al centro storico di qualsiasi città europea, dove non mancano mai un H&M e un Burger King a ogni angolo, conferendo agli spazi sia mentali che fisici del nostro presente un aspetto di omologazione e appiattimento sconfortante.

Anthony e Joe Russo; Avengers: Endgame (2019)

Al di là delle polemiche da “92 minuti di applausi” fantozziani in cui il cinema impegnato e d’autore come quello della Corazzata Potemkin risulta difficile da digerire per un pubblico più generalista, i registi intervenuti contro la massificazione del cinema da parte della Marvel sono autori di film tutt’altro che catalogabili come difficili, incomprensibili o pretenziosi. La questione Marvel o non Marvel stimola una riflessione rispetto al cinema di larga diffusione e alla necessità di creare o meno un prodotto così ben spendibile, sempre uguale a sé stesso, in cui lo spettatore si riconosce non tanto per immedesimazione, ma per comodità interpretativa. Quando vai a vedere un film del genere, sai bene cosa ti aspetta e per quanto realizzato con grande tecnica non si tratta di niente di nuovo. Bisogna però riconoscere che dal punto di vista dell’innovazione tecnologica si tratta di opere che contribuiscono all’avanzamento di tecniche di effetti speciali e avanguardia digitale, ma c’è da chiedersi quanto l’innovazione fine a sé stessa, in un ambito artistico, sia funzionale per la creatività e quanto sia invece solo un esercizio di stile.

Dall’altro lato, anche cadere in una trappola reazionaria da sindrome dell’epoca d’oro rispetto a tutto ciò che è nuovo è un rischio concreto. Da lettrice occasionale di fumetti, non oserei mai lanciarmi in un dibattito su quanto siano fedeli o meno i cinecomics rispetto al materiale originale e quanto questi registi abbiano saputo rendere bene un universo come quello dei supereroi Marvel su pellicola, ma non credo serva una laurea in semiotica per rendersi conto che si tratta di due forme d’arte ben diverse, per quanto comunicanti. Detto ciò, ci sono esempi di ottima qualità che anche chi non è appassionato di fumetti può facilmente comprendere: Christopher Nolan, per esempio, ha dato vita a due Batman di tutto rispetto, ossia a due film – il terzo capitolo non lo ritengo alla pari – Batman Begins e The Dark Knight che penso nessuno potrebbe dire non appartengano alla categoria del “cinema”. L’esempio recente del successo del Joker di Todd Phillips che, anche se non si tratta puramente di cinecomics, parte da una matrice fumettistica. Per non parlare della questione di ciò che in ambito artistico è lecito chiamare in un modo e ciò che non lo è: quando il genere romanzo cominciò a diffondersi nel Regno Unito, intorno al Diciottesimo secolo, veniva considerato come materia per signorine e intrattenimento spicciolo. Stessa sorte è toccata anche al cinema degli esordi nei nickelodeon, considerato un intrattenimento di basso livello per le classi proletarie e gli operai delle fabbriche. Non credo dunque che la questione sia tanto la legittimità ontologica di un nuovo episodio degli Avengers.

Christopher Nolan; The Dark Knight (2008)

Le parole di Scorsese, Coppola e Loach, piuttosto, mi sembrano pertinenti rispetto all’idea di un cinema di massa che, data la sua piena dignità, risulta spesso come una replica costante e poco ispirata di un prodotto preconfezionato. Senza addentrarsi in questioni filosofiche che tirano in ballo la fine della storia di Francis Fukuyama, forse è la fine delle idee a incombere sulla nostra testa di testimoni del presente: questo perenne replicare universi già noti, personaggi già conosciuti, ambientazioni perfettamente riconoscibili, dialoghi e trame sempre lineari e coerenti con quelle precedenti, infiniti episodi di saghe che si diramano in spin-off per ogni singolo protagonista, remake su remake, è forse un inquietante appiattimento di ciò che invece dovrebbe essere – come dice Scorsese – un incentivo a produrre nuovi stimoli emotivi, riflessivi e interrogativi per l’essere umano. Perché, invece di rendere il cinema una fabbrica di oggetti identici tra loro, perfettamente costruiti ed etichettati proprio come una qualsiasi maglietta di H&M, non si investono tutti questi mezzi per fare sì che anche il cinema per il grande pubblico possa continuare ad avere qualcosa da dire, al di là degli effetti speciali?

Sono sicura che esistono appassionati veri di fumetti che avrebbero mille argomentazioni da mettermi davanti per giustificare il fatto che solo nel 2019 sono usciti ben tre nuovi capitoli della saga (Captain Marvel, Avengers: Endgame e Spider-Man: Far From Home) e nessuno vuole negare il diritto a un sano momento di puro intrattenimento liberatorio. Solo mi chiedo, c’è davvero bisogno di farne così tanti, di investire tutto questo denaro e di rendere il cinema per il pubblico meno “esigente” una catena di montaggio in serie? Cosa succederebbe, invece, se tutte queste energie si investissero anche in idee diverse, rischiose, che non attingano alla sicurezza narrativa di storie che sono già ben testate e pronte per sbancare di nuovo il botteghino. Io non sono Martin Scorsese né Francis Ford Coppola, e di certo non mi permetto di dire cosa è o cosa non è cinema – anche se mi associo al loro partito –, ma da spettatrice che vuole vestire consapevolmente il ruolo della naïve, l’unica cosa che mi preme notare è il fatto che sarebbe bello se nel mondo in cui vivo ci fossero meno operazioni di marketing e più opere d’arte. Poi, ogni tanto un panino con la Nutella si può anche mangiare, solo che non lo chiamo “pasticceria”.

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