Aggretsuko è la serie che meglio racconta cosa significa essere una ragazza oggi

Nel 1974, la compagnia di cartoleria Sanrio lanciò il personaggio più iconico dell’animazione giapponese: Hello Kitty. Hello Kitty, la gatta bianca con il fiocco rosso che ha fatto impazzire generazioni, figlia di una cultura che ha cercato di colmare il senso di vuoto lasciato dalla seconda guerra mondiale con forme dolci. La cultura kawaii, come molti studiosi hanno osservato, è nata negli anni Settanta, proprio quando la rigidità culturale del Giappone iniziava a fare i conti con le dinamiche convulse del resto del mondo. Con il loro contorno nero, le icone kawaii sono spesso personaggi piatti, con i quali è difficile identificarsi: rappresentano piuttosto un ideale di semplicità e tenerezza in un mondo sempre più complesso. Hello Kitty, la più nota di queste icone, non ha nemmeno la bocca.

Sono passati quarant’anni, il Giappone è diventato la terza forza economica mondiale, la Sanrio si è trasformata da piccola azienda di oggettistica a multinazionale con un fatturato di 600 milioni di dollari. E Hello Kitty? Nel 2013 è stata sostituita da Gudetama, un uovo all’occhio di bue pigro, sconsolato e deluso dall’esistenza. “L’Hello Kitty dei millennials” ha avuto un successo immediato perché rappresenta la tendenza alla procrastinazione della Generazione Y. Gudetama non vuole lavorare 24 ore al giorno, si rigira nel letto e chiede “altri cinque minuti” di sonno. Nel 2016 in casa Sanrio è arrivata Retsuko, una femmina di panda, personaggio più complesso e tridimensionale dei precedenti, tanto da sembrare vero. “Sei così carina da sembrare un personaggio Sanrio,” dice uno spasimante alla rossa Retsuko, e con una sola battuta i confini tra mondo reale e ideale kawaii si confondono.

Retsuko è oggi la protagonista di Aggretsuko, la nuova serie in dieci puntate da 15 minuti, firmata Sanrio e prodotta da Netflix. Ha 25 anni e lavora al reparto contabilità di una grande compagnia nel centro di Tokyo: passa le sue giornate ad archiviare centinaia di faldoni e documenti, a pulire la scrivania di Ton – il suo capo, un maiale grasso e disgustoso, autoritario e misogino – e a preparargli il tè. Ma appena esce dall’ufficio, Retsuko può dedicarsi al suo hobby insospettabile: il karaoke death metal.

Ciò che rende Aggretsuko un’opera unica è la sua capacità di sfruttare i valori kawaii per lanciare un messaggio di resistenza e di riscatto che si colloca agli estremi dell’anti-capitalismo.

La protagonista è frustrata dalle proprie aspettative e da quelle della società: è carina ma non quanto vorrebbe,  è in gamba ma non è un genio, non ha particolari sogni e ambizioni. Ha fatto l’università per essere un membro attivo della società, lavora e si vuole sposare perché “lo fanno tutti”. Di fronte all’amica Puko, hipster mantenuta che può permettersi di girare il mondo senza lavorare, Retsuko vede concretizzarsi un sogno di libertà che si infrange all’istante. Aprire un emporio di merci importate, come le suggerisce Puko, non è tanto una questione di realizzazione personale, quanto un modo come un altro per scappare dalla realtà opprimente e alienante dell’ufficio.

Aggretsuko racconta in modo impeccabile la condizione di molte donne sul posto di lavoro nel mondo tardo-capitalista. Nonostante l’apparenza di un ambiente progressista e women friendly, la grande azienda è il luogo dove le donne devono sempre dimostrare di essere non solo professionali, ma anche servizievoli e dimesse. Retsuko si autocensura per mantenere l’immagine della brava ragazza anche quando il capo le urla in faccia di odiare le donne. La sua vera natura, quella di cantante death metal che grida maledizioni contro mezzo ufficio, si rivela solo nel tempio privato della sala da karaoke. La vera Retsuko non può esistere nella grande corporazione, o meglio, non può manifestarsi. Questa repressione si trasforma in un trauma più grande, in una collera sempre più incontrollabile man mano che che le contraddizioni del sistema si fanno più grosse ed evidenti.

La rabbia è un sentimento complesso nell’universo femminile. Come ha raccontato Leslie Jamison sul New York Times, le donne tendono a nasconderla sotto la tristezza, un sentimento che nell’immaginario comune è considerato più riflessivo e razionale. Una donna arrabbiata mette le persone a disagio, una donna triste suscita empatia. L’iconografia dipinge la donna triste attraverso immagini di eleganza, nobiltà e delicatezza, mentre quella arrabbiata – rappresentata per esempio da Medusa, Giuditta, Salomè – è irrazionale e scomposta, se non completamente pazza. Così, Retsuko manifesta la sua rabbia solo tra le pareti della stanza del karaoke o nel bagno dell’ufficio.

Secondo il femminismo marxista le donne hanno un ruolo fondamentale nella sopravvivenza del capitalismo. Il loro lavoro non retribuito di cura domestica ha permesso alla società di andare avanti senza che gli uomini dovessero preoccuparsi di provvedere a vestiti puliti, piatti caldi e casa in ordine, e in parte è ancora così. Oggi le donne si affacciano al mondo del lavoro con la stessa preparazione dei colleghi maschi, se non maggiore, rinunciando volentieri alla vita casalinga e proponendosi come soggetti attivi del sistema produttivo. Ma questo sistema, in risposta, le schiaccia, le opprime e le spreme ulteriormente, perché per loro è separare la vita lavorativa da quella personale è più difficile. Ogni scelta della donna ha precise conseguenze sulla sua esistenza in un ufficio.

La galassia di personaggi di Aggretsuko spazia tra tutti i tipi da ufficio possibili: dalla cinica Fenneko, che passa le giornate a lurkare i profili social dei colleghi, alla civettuola Tsunoda, che come strategia di sopravvivenza suggerisce a Retsuko di leccare i piedi al capo. Ma ci sono anche Washimi e Gori, due inarrivabili e potenti colleghe senior che, anziché mettere i bastoni fra le ruote a Retsuko, la aiutano in tutti i modi possibili. Aggretsuko infatti trasmette un messaggio spesso trascurato dai media: quello della sorellanza. Washimi e Gori, che camminano per i corridoi dell’azienda con tacchi alti e piglio da modelle, donne in carriera con power suit di Armani, si rivelano vere amiche della junior Retsuko. L’individualismo sfrenato del capitalismo può portare allo scatto di carriera, ma anche alla distruzione del proprio equilibrio personale e delle proprie relazioni con gli altri. Sta a noi scegliere da che parte stare.

Le femministe degli anni Sessanta dicevano che il personale è politico, che ogni aspetto della vita privata di una donna può essere trasformato in uno strumento di lotta e resistenza sociale. Sarà solo quando Retsuko renderà pubblica la sua rabbia, trasformandola in un mezzo di protesta, che riuscirà a portare un cambiamento nella sua vita. E a quel punto non sarà sola, avrà delle amiche a sostenerla.

La chiave per resistere alle dinamiche dell’ufficio tardo-capitalista potrebbe essere la solidarietà femminile, capace di legittimare le questioni personali in questioni politiche. Nonostante molte donne continuino a ostacolare la carriera delle altre, combattere insieme anziché da sole sarebbe un modo per cambiare le cose. Nella ultramoderna Tokyo, ai piani altissimi di un enorme grattacielo, ci voleva un panda rosso kawaii con la passione per il death metal per urlare un sonoro vaffanculo al Capitale. E che a raccontarcelo sia una multinazionale come la Sanrio non è altro che la conferma del mondo assurdo in cui viviamo.

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