Stiamo finalmente prendendo sul serio il rap italiano?

Per capire come e quanto si sia evoluta con il tempo la percezione del rap in Italia, abbiamo bisogno di un punto di partenza. Come terminus post quem si può prendere il 2010: all’inizio del decennio, infatti, arrivavano al successo mainstream i Club Dogo, un gruppo storico di questo genere, già allora con dieci anni di carriera alle spalle. Appena un decennio fa, comparire in televisione era la prova dell’avercela fatta, dell’essere arrivati. Dopo l’uscita del disco Che bello essere noi, i Club Dogo – in realtà solo Jake La Furia e Guè Pequeno, senza il produttore del gruppo Don Joe – si presentano come ospiti a Le Invasioni Barbariche di Daria Bignardi. Doveva essere un’apparizione come tante altre che fanno gli artisti per promuovere le nuove uscite ma, dopo una partenza con i toni della farsa, si trasforma in un processo. L’ospitata esordisce con un “Ci si dà la mano anche tra rapper?” al momento della presentazione in studio, ma dopo pochi minuti si arriva a quello che, probabilmente, è il reale motivo per il quale i Dogo sono lì: stigmatizzare il loro modo di parlare di droga. La cocaina diventa l’unico argomento trattato durante l’intervista, come prova d’accusa da sbattere in faccia agli imputati, colpevoli di parlarne troppo. Non viene fatta nessuna domanda sulla loro musica (Don Joe non viene neanche nominato) o sulla lavorazione dell’album. Daria Bignardi è più interessata al numero di risse alle quali ha partecipato Jake La Furia, a sapere se lui e Guè si drogano e ai nomi delle soubrette frequentate da quest’ultimo. Si passa da trattarli come fenomeni da baraccone a dipingerli come l’incarnazione del male assoluto.

Quella particolare puntata de Le Invasioni Barbariche è un buon metro di paragone per capire quanto sia cambiata in Italia la percezione del rap negli ultimi 10 anni, almeno in apparenza. A ottobre, proprio Daria Bignardi ha ospitato durante tre puntate de L’Assedio, il suo nuovo programma sul Nove, Massimo Pericolo, Ketama126 e Speranza. Si tratta di tre rapper che, per comodità, possiamo definire emergenti e che hanno ottenuto un discreto successo nell’ultimo anno.

Nonostante la scelta sia anche dovuta al fatto che sia il programma che l’emittente sono agli esordi, è chiaro quanto sia cambiato l’approccio alle storie degli artisti e a loro come personaggi pubblici. Non si cerca continuamente di attaccarli, le loro vicende sono prese sul serio, anche se gravi e anche quando sfociano nell’illegalità: prima che da artisti, vengono trattati da persone e non come fenomeni da baraccone. La loro presenza in trasmissione, tenendo conto dello standard di apertura della televisione italiana verso il genere, è ancora più significativa rispetto a quella dei Club Dogo nove anni fa. Nel 2010 era quasi obbligatorio invitare i Dogo, visto il numero di dischi venduti; con Massimo Pericolo, Speranza e Ketama126 lo stesso ragionamento non vale. I tre hanno un successo recente e circoscritto all’ultimo anno e mezzo e non hanno ottenuto risultati – discograficamente parlando – così importanti da inserirli nello stesso discorso di vendite dei “giganti” del pop. Inoltre, i loro testi ed esperienze di vita, raccontano dei personaggi molto più estremi e “scandalosi” di quanto lo fossero i Club Dogo nel 2010. Eppure, sono stati rispettati.

Che piaccia o meno, adesso il rap è tra i generi che vendono di più, che vengono ascoltati di più (il primo tra gli under 24), e il suo seguito è sempre in crescita. Semplicisticamente si potrebbe dire che questa scalata è iniziata con la diffusione della trap anche da noi, ma sarebbe solo una delle cause. Si tratta di un sottogenere del rap nato ad Atlanta, arrivato in Italia sotto forma di basi più melodiche e testi semplificati, elementi che gli hanno permesso di prendere piede tra i giovanissimi. Sono proprio loro il pubblico più ricettivo alle novità del momento.

Il rap, però, è riuscito a diventare pop, inteso appunto come popolare, al di là di una questione anagrafica. Nel suo libro sulla storia del genere in Italia, Paola Zukar – storica manager di Marracash, Fabri Fibra, Clementino – fa notare come questa musica negli Stati Uniti si sia affermata tra le fasce meno benestanti della popolazione, tra gli abitanti delle periferie e dei quartieri popolari. In Italia questo non è successo, diventando la musica dei “borghesi”. Solo con il tempo questo genere, mutato in alcuni suoi aspetti, è riuscito a imporsi – soprattutto in lingua italiana, e non nella versione statunitense – anche negli ambienti popolari che descrive nei suoi testi, sostituendo i generi che prima dominavano.

Accanto a ciò, però, c’è stata anche l’affermazione di un diverso modo di distribuire e promuovere la musica, che ha reso obsoleti i media tradizionali – radio, televisione e giornali – per decretare il successo o meno di un artista. Gli stessi media che, in Italia, hanno spesso trascurato brani, dischi e artisti rap che avevano anche un successo notevole. Proprio i Dogo, all’inizio dell’intervista del 2010, fecero notare che la loro posizione in classifica non era certo merito di una promozione radio e televisiva pari allo zero. Guè Pequeno, allora, disse che evidentemente c’era tanta gente che seguiva i propri artisti di riferimento senza farsi guidare da radio e tv. Se questo accadeva nel 2010, ora questa tendenza, tra YouTube, social e servizi di streaming musicale, domina i gusti musicali degli under 25. I luoghi che danno realmente spazio a un artista sono quelli virtuali, dove i fan interagiscono con gli artisti che seguono e ne scoprono di nuovi. L’esempio più eclatante è quello di Lil Nas X, rapper americano autore di Old Town Road, la canzone che detiene il record per numero di settimane consecutive in cima alla classifica Hot 100 di Billboard. La sua ascesa non è iniziata in maniera tradizionale, ma si basa sulla popolarità guadagnata sul social TikTok. Questi artisti, prima esclusi dal circuito mediatico tradizionale, ora si sono creati un pubblico ampio e affezionato che li segue e che può portarli a un discreto successo in tempi molto brevi, come è accaduto per i tre ospiti di Bignardi. Il pubblico – soprattutto quello giovane – stanco degli schemi di sole, cuore e amore e ignorato dai media mainstream, riesce ora a trovare un’alternativa con una facilità impensabile solo 10 anni fa.

Si potrebbe dire, con un po’ di ingenuità, che questa musica è stata finalmente capita ed è arrivata alle masse e, di conseguenza, anche ai canali comunicativi tradizionali.  Compreso il potenziale del rap, si inizia a dare spazio ad artisti che propongono contenuti maturi o di cui vale la pena parlare. La risposta è vera, ma parziale. Qualcuno potrebbe obiettare che in realtà il rap non è stato affatto capito, visto l’approccio di un certo tipo di televisione – di cui il tribunale tipo inquisizione spagnola organizzato a Fuori dal coro di Mario Giordano è un ottimo esempio – che tratta ancora questo genere come se fosse la musica del demonio, adeguandosi a polemiche che negli Stati Uniti vengono riproposte ciclicamente dagli ambienti conservatori. Nulla di cui stupirsi, dato che questa identità è parte della sottocultura che ha permesso al rap di nascere; sarebbe più preoccupante se della musica con questa storia venisse percepito come normale e accettabile da personaggi come Giordano e Del Debbio.

Quello che è davvero cambiato è come il pubblico che orienta o influenza i media nella loro programmazione, si approccia questo genere. Ci sono sempre stati grandi musicisti rap, ma la disponibilità a dialogare con artisti prima bistrattati è frutto più del successo in cifre che sta conoscendo il rap, che di un autentico interesse. I media, perso il ruolo di fonti esclusive di intrattenimento e informazione, tentano così di recuperare spettatori che si sono già rivolti altrove. Il meccanismo segue la logica di dare al pubblico ciò che già apprezza e conosce, con una visione che ha portato al declino dell’intrattenimento nella televisione italiana.

Quella de L’Assedio,indipendentemente dai motivi, è stata una parentesi felice, un momento in cui si è finalmente valorizzato un genere musicale che fa della schiettezza la sua peculiarità. Il rap ha al suo interno contraddizioni evidenti – materialismo e denuncia sociale su tutte – e proprio per questo è adatto a raccontare un’epoca complessa, dove pensare in termini di bianco e nero è un lusso e anche un’illusione. Il rap si muove nelle sfumature; le stesse dei palazzi popolari delle periferie che in questi anni è riuscito a conquistare e che hanno aggiunto nuova linfa alla sua narrazione. Prendere sul serio questi artisti, spesso molto giovani, vuol dire farsi raccontare la società attuale da chi ci è cresciuto. Spesso non ne fornisce una critica, ma una semplice descrizione, che permette di capire le dinamiche che ci circondano, anche se non ci piacciono, anche se ci sembrano scorrette, anche se fanno a pugni con le immagini che la tv ha sempre proposto. Il rap, per l’immediatezza che lo contraddistingue e che permette a un ragazzo di scrivere un pezzo pur non avendo studiato canto, ma solo perché ha qualcosa da dire, si trova a metà strada tra musica e cronaca. Non voler ascoltare le sue storie significa chiudere le orecchie rispetto alla realtà che ci circonda, e non possiamo più permettercelo.

Tutte le foto sono di Sha Ribeiro © (@sha___ribeiro)

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