“La persona peggiore del mondo” non è la nuova Amélie ma il suo opposto, per questo devi vederlo - THE VISION

Sono passati esattamente vent’anni dall’uscita di uno dei film più famosi, citati e copiati del Ventunesimo secolo, Il favoloso mondo di Amélie. Come recita il celebre aforisma di attribuzione incerta, “Non ho niente contro Dio, è il suo fanclub che mi spaventa”, credo di poter dire dopo due decenni la stessa cosa di questa pellicola francese e della sua protagonista stralunata, goffa, carina in modo convenzionalmente anti-convenzionale e delle sue avventure in giro per una Parigi inesistente e più edulcorata che in una cartolina natalizia. Più che il film di Jean-Pierre Jeunet, innocuo di per sé, è l’onda d’urto che ha generato nei decenni successivi a risultarmi fastidiosa, perché perpetra l’ennesimo stereotipo femminile cinematografico a metà tra laManic Pixie Dream Girl” e la francese con i capelli a caschetto, una sorta di Audrey Hepburn del terzo millennio, fonte di ispirazione per una riproduzione di scarso livello dello stesso immaginario dozzinale.

Il favoloso mondo di Amélie (2001)

Quando allora ho visto il trailer di La persona peggiore del mondo – film che rappresenta la Norvegia agli Oscar e la cui protagonista, Renate Reinsve, ha vinto il premio come miglior attrice al festival di Cannes – e tra le recensioni c’era anche quella di Little White Lies che recita “Una Amélie senza filtri per le nuove generazioni”, non ho potuto trattenermi dal sospirare sconfitta per l’ennesima copia di un film che ne ha già decisamente troppe. Eccoci qua, mi sono detta, dopo vent’anni siamo ancora alla ricerca di un’altra Amélie Poulain che ci porti nel suo magico mondo a immergere le mani nei sacchi di legumi di Montmartre e a fotografare uno gnomo in giro per il mondo. Per fortuna, ciò che si vede nel trailer di questo film sembra molto più interessante di una descrizione non particolarmente azzeccata che, chiaramente, è stata riportata per invogliare le persone ad andare in sala illudendole di fare un nuovo viaggio nella fantasia parigina. Come quando, nel 2004, tante famiglie andarono al cinema a vedere Se mi lasci ti cancello aspettandosi una graziosa commedia in stile Se scappi ti sposo e si sono trovati davanti ben altro, anche nel caso della pellicola del regista svedese Joachim Trier il risultato è molto diverso dalla premessa che è stata usata per pubblicizzarlo.

Niente a che vedere con la goffaggine leziosa di Amélie né con scenari amorosi immaginari, il film di Joachim Trier rispecchia alla perfezione la tradizione cinematografica scandinava: ambienti asettici, circoscritti da una grande narrazione che affonda le radici nel dramma borghese di Ibsen e che mette a nudo l’introspezione psicologica ed emotiva dei personaggi nella sua forma più cristallina. E, difatti, il film si divide chirurgicamente in dodici capitoli, più un prologo e un epilogo – a riprova dell’innegabile influenza che il teatro ha avuto non solo su questo film ma su tutto il canone scandinavo in termini più ampi – all’interno dei quali seguiamo la storia di Julie, protagonista interpretata da Renate Reinsve.

Sin dal prologo, la storia di Julie ci presenta un ambiente e un modo di vivere la vita ben distanti da quelli a cui siamo abituati. La vita di una millennial norvegese intelligente e curiosa viene rappresentata con estrema fluidità nella molteplicità delle sue scelte: Julie prova a iscriversi a tante facoltà universitarie diverse, da medicina a psicologia, saltando da un interesse all’altro senza riuscire mai a trovarsi davvero a suo agio, ma senza per questo sprofondare nel baratro di fallimento in cui il mondo contemporaneo ci spinge una volta che perdiamo il certificato di “realizzazione personale”. In questa prima parte del film, una voce narrante – unica caratteristica formale che può indurre a un paragone con Il favoloso mondo di Amélie, esclusa la frangia che accomuna entrambe le protagoniste – ci spiega i dubbi e le incertezze di una ragazza a metà degli anni Dieci del Duemila, portandoci a spasso tra le sue turbe mentali e le sue mille possibilità esistenziali, in un’età in cui di solito si dà per scontato – almeno nel nostro Paese – che la scelta sia solo una e che l’obiettivo sia univoco e definitivo. La facilità con cui Julie passa da una strada all’altra, anche con lavori che da noi potrebbero essere percepiti come umili, ma che in un Paese come la Norvegia sono invece ben retribuiti e socialmente più che dignitosi, costituisce un tema centrale del film, che rende possibile un approfondimento emotivo e introspettivo che non deve fare i conti con la corsa verso il sostentamento, ma può concedere alla protagonista una certa libertà di indagine. Detto in parole povere: se La persona peggiore del mondo fosse stato ambientato a Roma o Milano, invece che a Oslo, questa neo-trentenne indecisa tra la fotografia, la scrittura e la psicologia sarebbe stata decisamente più impegnata a trovare un modo per pagare l’affitto che a trovare il suo posto nel mondo.

La cosa bella di questo film, dunque, è proprio la sua ambientazione così scarna e scorrevole, facilitata dalla neutralità in cui si trova la protagonista. Quando il problema principale dell’esistenza non è arrivare a trent’anni con uno stipendio sufficiente a pagare un monolocale di 30 metri quadri e mezza bolletta della luce, si possono analizzare con il microscopio i lati più introspettivi e astratti della trama, creando un universo di pensiero al contempo iper-soggettivo – ma non per questo inverosimile o surreale. Julie oltre alla ricerca di una posizione nella società, si trova alle prese con una situazione sia familiare che sentimentale piena di altrettanti dubbi e incertezze. Il suo compagno, un fumettista di successo che disegna vignette controverse di quindici anni più grande di lei, vorrebbe avere un figlio, mentre lei ancora no, ma non tanto perché non potrebbe a causa delle ragioni materiali più disparate – un mutuo, una professione instabile, una mancanza di prospettiva e di supporto statale. Julie si sente libera di scegliere perché è libera di potersi ancora cercare, non vuole diventare madre per soddisfare il desiderio di paternità di un uomo più grande. Da questo momento in poi, ossia dall’epifania della protagonista rispetto alla sostanziale differenza di posizione in cui si trovano lei e il suo partner, comincia la lunga sequela di capitoli che costruiscono le montagne russe narrative ed emozionali di Julie, una ricostruzione incredibilmente universale di ciò che lei sente e vive, interrotta da imprevisti e deviazioni che la mettono di fronte ogni volta a diversi scenari possibili.

Nei suoi dodici capitoli, Joachim Trier è stato capace di ritrarre talmente tanti aspetti dell’esistenza della sua protagonista – e di quella del mondo attorno a lei: l’ecologia, la malattia, il femminismo, persino il tema della cancel culture – da far passare lo spettatore dalle risate per i dettagli più stupidi – spesso cinici e volutamente ridicolizzanti – alle lacrime amare. Julie, che contrariamente ad Amélie non è affatto connotata da una narrazione leziosa e femminile in senso più stereotipato del termine, è tanto sfaccettata e profonda da riuscire a far immedesimare anche chi, per esempio, non sa come può sentirsi una donna rispetto al tema dell’aborto – trattato qui con un rispetto e una naturalezza di esposizione che raramente si riscontrano in altri racconti. Se durante un capitolo possiamo trovare Julie simpatica e tenera, in quello successivo può sembrarci insostenibile, odiosa ed egoista:  “Una stronza!”, come l’ha definita un signore sui sessant’anni che era seduto dietro di me al cinema durante una scena di litigio in cui era particolarmente spietata nei confronti del suo interlocutore. E lo stesso vale per gli altri personaggi – il compagno fumettista Aksel, il ragazzo che incontra per caso a una festa Eivind – che in ogni fotogramma appaiono arricchiti di un tratto in più, come se il regista aggiungesse pezzo dopo pezzo un nuovo punto di vista da cui guardarli fino a renderli tridimensionali.

Senza aggiungere altri dettagli della trama – che riesce a stare in piedi anche negli intrecci più complicati o nel lungo scorrere del tempo – La persona peggiore del mondo è un film che restituisce allo spettatore la bellezza di una scrittura profonda, intensa, che non strizza l’occhio a nessuno ma fornisce materiale sia per i “sognatori” che per i cinici, sia per i romantici che per i più disillusi, come del resto dovrebbe essere una trama bilanciata. Se un personaggio come Amélie Poulain voleva mettere in scena una favola, volutamente distaccata dalla realtà e ingenua fino all’estremo più snervante – o affascinante, dipende dai punti di vista – Julie porta la rappresentazione della giovinezza e della femminilità su un piano totalmente inedito, universale e al contempo diverso da qualsiasi tentativo di creare personaggi che sembrano macchiette. Julie non è buona, non è cattiva, non è una fallita ma nemmeno una vincente, non vive un sogno – sebbene nel film ci siano delle scene surreali e oniriche – ma non vive nemmeno nella realtà che vorrebbe: Julie è la persona peggiore del mondo, proprio come lo è ciascuno di noi.

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