Le donne della Nazionale danno tutto per l’Italia. Ma l’Italia le tratta da Serie B.

Da qualche settimana a questa parte il mio feed di Facebook mi propone una pubblicità dei Mondiali di calcio. La prima volta che l’ho vista ero abbastanza confusa: gli ultimi non sono quelli in cui la Nazionale non si è qualificata? Magari sono gli europei, mi sono detta. Ma non sono ogni quattro anni? Perché non ne parlano tutti? Poi, guardando con più attenzione il post sponsorizzato, ho capito che si trattava sì dei campionati mondiali, ma di calcio femminile. Ecco perché ero nel target di quella pubblicità e, soprattutto, ecco perché non vedevo da nessun’altra parte quell’hype patriottico che si risveglia ogni quattro anni, tra tormentoni estivi nazionalistici di dubbio gusto e promozioni sulle tv in caso di vittoria degli Azzurri. 

I Mondiali di calcio femminile sono iniziati da qualche giorno e la vittoria dell’Italia contro l’Australia nella prima partita giocata dalla Nazionale ha senz’altro contribuito alla notorietà di questa competizione, solitamente ignorata anche nel nostro Paese. La Fifa quest’anno sembra aver organizzato le cose molto in grande, ma questo non ha impedito il ritiro dalla gara della norvegese Ada Hegerberg, calciatrice dell’Olympique Lione e vincitrice del Pallone d’oro nel 2018. Hegerberg aveva già lasciato la Nazionale norvegese nel 2017, dichiarando che sarebbe rientrata in squadra soltanto quando le discriminazioni tra calcio maschile e femminile nel suo Paese fossero cessate. Non si tratta però solo della Norvegia, il problema è diffuso praticamente in tutto il mondo: le donne giocano generalmente nella lega dilettanti (anche se vi dedicano lo stesso tempo e le stesse energie di un professionista), vengono pagate poco, non ricoprono ruoli dirigenziali (nemmeno nelle squadre femminili) e lo spazio dato loro dai media è minimo rispetto a quello riservato alle analoghe competizioni maschili. Tutte queste problematiche strutturali si sommano a quelle culturali che subiscono le donne in molti altri settori. Un esempio del modo in cui gran parte dell’opinione pubblica tratta le calciatrici è quanto subìto proprio da Hegerberg durante la cerimonia di ritiro del Pallone d’oro, quando il dj Martin Solveig che doveva consegnarle il premio le ha chiesto di twerkare. La classica domanda che viene posta anche a Cristiano Ronaldo, no?

Ada Hegerberg

In occasione dei Mondiali del 2010, la rivista accademica sudafricana di stampo femminista Agenda: Empowering Women for Gender Equity aveva dedicato un intero numero al rapporto tra donne e sport, in particolare donne e calcio. Come scrisse Lou Haysom nel suo editoriale, i mondiali sono un mega-evento costruito attorno all’immaginario e alla cultura degli uomini. Se le donne vi trovano uno spazio lo fanno come cheerleader, fidanzate o mogli dei calciatori o, addirittura, fornitrici di servizi sessuali per sportivi e turisti in visita. Il mondo dello sport in generale è retto da uomini per un pubblico di uomini, e risponde a sua volta a un immaginario maschile. Questo è particolarmente frequente negli sport di squadra, che dall’Ottocento in poi si sono imposti come un divertimento riservato soltanto ai maschi in quanto prova di forza, aggressività e occasione di contatto fisico, considerato non idoneo alle donne. Non che vada meglio con gli sport individuali, tradizionalmente più “femminili” e in cui le campionesse sono meglio valorizzate, come nel tennis, nel nuoto e nell’atletica. Quello che importa da un punto di vista mediatico non è tanto il successo dell’atleta o il lustro che porta alla nazione, quanto la sua bellezza o desiderabilità: basta cercare, ad esempio, “Federica Pellegrini” su Google per vedere che i primi risultati riportano la clamorosa notizia di un cambio di look, un articolo sulle sue abitudini in camera da letto, e una gallery di foto sexy

Questo avviene perché c’è un problema strutturale, come sottolineato nel rapporto La parità di genere nello sport di Eige (Istituto europeo per l’uguaglianza di genere). “Sebbene la partecipazione femminile allo sport stia gradualmente aumentando, le donne rimangono sottorappresentate negli organi decisionali delle istituzioni sportive, sia a livello locale e nazionale, sia a livello europeo e mondiale,” spiega il report. Le donne ricoprono soltanto il 14% delle posizioni decisionali nelle confederazioni continentali degli sport olimpici. Più si sale di grado, meno donne ci sono, fino ad arrivare alla Presidenza, carica riservata per il 96% a uomini. Lo stesso vale per lo staff tecnico: le allenatrici in Europa non superano il 20-30%, con picchi negli sport considerati più femminili (danza, nuoto sincronizzato, pattinaggio artistico ecc.). Questo squilibrio si riflette anche nel modo in cui le atlete vengono rappresentate dai media: secondo una ricerca dell’Università sportiva di Colonia e della Scuola di comunicazione Macromedia, meno del 10% degli articoli a tema sportivo riguarda le donne e nel 92% dei casi i giornalisti sportivi sono uomini.

La Nazionale italiana femminile di calcio esulta dopo la vittoria contro l’Australia nella FIFA Women’s World Cup, 2019

E così, anche una notizia rilevante come quella dei Mondiali di calcio femminile passa in sordina e, di conseguenza, pochi si interessano alla competizione. Confrontando il volume dei risultati delle, ricerche con keyword “calcio femminile” e “calcio”, senza connotazione di genere, su Google Trends, ci si può fare un’idea dell’abissale differenza di interesse per le due categorie tra gli amanti dello sport – persone che, in quanto tali, dovrebbero amarlo a prescindere da quello che gli atleti o le atlete hanno in mezzo alle gambe. Per tutto il 2018, le ricerche della parola “calcio” hanno oscillato da un picco di 100 (il valore che indica la maggiore frequenza di ricerca del termine) in concomitanza con i Mondiali in Russia, a un minimo di 39, con una media di 57 punti, mentre le ricerche per “calcio femminile” sono state talmente basse da risultare praticamente irrilevanti (<1), se non per un rialzo in quest’ultima settimana, appunto prima dei Mondiali, quando hanno raggiunto il valore di 1. La marginalità delle sportive nel discorso pubblico e la loro rappresentazione sessista e superficiale ha spinto l’associazione di giornaliste Giulia, proprio in occasione della World Cup, a firmare un Manifesto per la comunicazione non ostile dello sport, patrocinato dal Coni. 

Una cattiva comunicazione si accompagna a una più generale scarsa valorizzazione delle competizioni femminili. Sempre prendendo come esempio il calcio, le sportive giocano in campi inadeguati, con mezzi e risorse limitati, per non parlare degli stipendi. In Italia, la Legge n. 91 del 23 marzo 1981 sul professionismo sportivo sancisce che: “Sono sportivi professionisti gli atleti che esercitano l’attività sportiva nell’ambito delle discipline regolamentate dal Coni”. Tali discipline sono le quattro federazioni sportive nazionali di calcio, golf, pallacanestro e ciclismo, tutte riservate alla categoria maschile. Come spiegato da Roberta Decarli su Ultimo Uomo, “Pur essendo affiliate alla neonata Divisione calcio femminile, [le calciatrici di serie A e B] rientrano nel calderone che ospita anche tutte le giocatrici e i giocatori dei campionati organizzati dalla Lega nazionale dilettanti: sono dilettanti, o per meglio dire ‘non professionisti’”. Per questo non possono firmare contratti di lavoro con le società, perché per i tesserati Figc non professionisti è esclusa la possibilità di “ogni forma di lavoro autonomo e subordinato”. Quando, nel 2015, le calciatrici chiesero condizioni di lavoro migliori, l’ex presidente della Lega dilettanti Felice Belloli rispose: “Basta dare soldi a queste quattro lesbiche”. Una frase sessista che costò a Belloli una sanzione disciplinare di quattro mesi.

Felice Belloli

Nemmeno la nascita della Divisione calcio femminile – che ha portato comunque qualche miglioramento nelle condizioni lavorative delle calciatrici (ad esempio l’eliminazione del vincolo che le legava a una sola società fino al compimento dei 25 anni) – ha fatto molto per la questione stipendi: le giocatrici non possono guadagnare più di 30.658 euro lordi per stagione, uno stipendio da impiegato di medio livello. Anche senza arrivare ai casi limite di Cristiano Ronaldo, che riceve 31 milioni di euro a stagione, c’è una bella differenza dalla media di 800mila euro netti che ricevono i colleghi maschi. La nazionale di calcio femminile degli Stati Uniti è persino arrivata a denunciare la U.S. Soccer per la disparità di trattamento economico rispetto a quella maschile, che tra l’altro non ha mai vinto né i campionati mondiali né le Olimpiadi, a differenza delle calciatrici, che hanno conquistato la World Cup tre volte e l’oro olimpico quattro. 

Il problema ovviamente non riguarda soltanto il calcio. Se è vero che la Legge 91/81 penalizza tutti gli sport considerati dilettantistici, e di conseguenza tutti gli atleti a prescindere dal genere (che infatti si appoggiano ai corpi militari per garantirsi uno stipendio pubblico), la situazione si fa più grave per le donne che, come in tutti gli altri lavori, devono fronteggiare il problema della mancata tutela della maternità. Come denuncia Luisa Rizzitelli del sindacato delle sportive Assist, “Molte atlete sono costrette a sottoscrivere scritture private in cui si vieta esplicitamente di rimanere incinta, pena l’espulsione immediata dalla società e il rischio di non poter più tornare a gareggiare”. La pongista azzurra Nikoleta Stefanova, ad esempio, ha denunciato di essere stata esclusa dalle Olimpiadi di Rio del 2016 dopo la nascita del secondo figlio, che a detta della società aveva messo a repentaglio la sua carriera.

Nikoleta Stefanova (a sinistra)

Ogni Paese ha una legislazione diversa in materia, ma in generale si può dire che la situazione degli sport femminili sia simile ovunque: negli Stati Uniti, i campionati femminili degli sport più popolari (football, baseball e basket) non sono valorizzati, anche se a livello amministrativo i segnali sono incoraggianti. Sono donne l’executive director dell’Nba (Michele Roberts) e fino a dicembre anche la vicepresidente, ora in pensione, Pamela El. I Los Angeles Lakers hanno una presidente donna, Jeanie Buss, e anche il settore ultramaschile delle corse automobilistiche Nascar vede la presenza di una Ceo, Lesa France Kennedy. Adam Silver, il commissioner dell’Nba si è espresso sulla volontà di raggiungere il 50% di personale amministrativo femminile e di aprire anche alle donne la possibilità di allenare le squadre. 

Aumentare la presenza femminile ai “pianti alti” dello sport è l’unica via di uscita da questo circolo vizioso. Anche un’occasione come quella dei Mondiali, che quest’anno hanno scelto la strategia di marketing dell’empowerment, rischia di essere “soltanto” un evento se non sarà in grado di portare investimenti significativi nel calcio femminile. Il 99% degli sponsor è infatti indirizzato agli sport maschili, che a loro volta si rivolgono a un’audience maschile. Anche quando gli sport femminili riescono a penetrare accanto alle competizioni maschili su queste piattaforme, vengono percepite come un’appendice. Sarebbe sbagliato dire che a nessuno frega qualcosa di questi Mondiali femminili ma è prevedibile che, una volta finiti, tutta l’attenzione mediatica tornerà a concentrarsi sui soliti Higuain e Icardi. 

Solo se lo sport femminile verrà ben valorizzato e sarà in grado di attirare gli stessi investimenti delle gare maschili, si potrà innescare un circolo virtuoso che porterà maggiore interesse verso le competizioni femminili. Non c’è nulla infatti che renda le partite giocate dalle donne meno interessanti di quelle giocate dagli uomini, se non il fatto che, spesso, alle atlete venga negata la spettacolarizzazione riservata ai colleghi. C’è una bella differenza tra l’organizzazione, la copertura e lo spettacolo offerto da una qualsiasi partita di serie A rispetto a una di calcio femminile, giocata, quando va bene, nel campetto dell’oratorio. Come nella politica, non sarà una concessione dall’alto a garantire la partecipazione femminile, ma la possibilità di sviluppare il talento individuale di ciascuna, che sia fare un gol o dirigere il calciomercato.

Serena Williams

Qualcuno potrebbe obiettare dicendo che il successo di Serena Williams smentisce quanto detto finora. Si sappia che, nonostante sia l’atleta donna più pagata al mondo, Williams è l’unica donna nell’elenco dei 100 più pagati in assoluto.

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