Perché la musica napoletana, capace di evolvere e integrare nuovi stili, è la più bella del mondo - THE VISION

Uno dei trend di internet più popolari di quest’anno è stato quello del “Povero gabbiano”, tanto virale e pop da essere utilizzata da Matteo Renzi per attaccare Giuseppe Conte durante l’ennesima crisi di governo estiva. Se teniamo conto anche della recente riscoperta di Kate Bush grazie alla serie Stranger Things e al fiume di contenuti generati su TikTok con il singolo “Running up that hill”, la rinascita della canzone del 1988 di Gianni Celeste, “Tu comm’a me”, rientra in un principio simile di popolarità imprevedibile e casuale: il web è una sorta di centrale di riciclaggio di immagini e suoni che sono stati prodotti nei decenni precedenti, e anche quelli più sommersi possono trovare nuova vita con un video virale. La cosa più interessante della canzone sul “Povero gabbiano” che, come canta Celeste e come ripetono tutti su qualsiasi social da mesi, “Ha perduto la compagna”, non è infatti il suo essere stata sdoganata al grande pubblico mainstream dopo ben trentaquattro anni dalla sua uscita. L’aspetto curioso del brano è che, sebbene sia stato scritto e interpretato in napoletano, l’artista in questione è nato e cresciuto a Catania. Si tratta infatti di una vera e propria hit del genere neomelodico, un settore della musica leggera che gode di un seguito enorme ma che tuttavia non si mescola quasi mai con le classifiche da radio. E come molto spesso succede, gli artisti che si prestano a comporlo e interpretarlo non sono né napoletani né lontanamente campani.

Il caso del neomelodico, per quanto interessante – e sommerso, per molti punti di vista, dato che per quanto enorme rimane pur sempre un fenomeno “underground” – è solo una delle molteplici occasioni in cui la forma dialettale napoletana e la forma musicale tradizionale associata diventano un mezzo di espressione che va oltre il confine regionale. Pensiamo, per esempio, a una delle canzoni più famose di un cantautore genovese, Fabrizio De Andrè: “Don Raffae’”, del 1990, è tutta in napoletano, tanto da essere stata incisa anche in un duetto tra De Andrè e Roberto Murolo, uno dei nomi più importanti della canzone partenopea. Pensiamo poi anche a Lucio Dalla, l’artista di Bologna, città ben distante dal capoluogo campano sia geograficamente che, soprattutto, linguisticamente, che nel 1986 scrive “Caruso”, una canzone che trasuda napoletanità, tanto da avere nel suo titolo un riferimento a Enrico Caruso, uno dei più grandi tenori di tutti i tempi, nonché uno dei più importanti artisti della tradizione canora napoletana. Sempre restando in tema, possiamo citare anche altri due nomi fondamentali della musica italiana, ossia Domenico Modugno, un uomo che potremmo forse definire il cantante italiano per eccellenza, colui che ha reso celebre “Nel blu dipinto di blu” a livello globale e che cantava regolarmente canzoni napoletane pur essendo nato e cresciuto in Puglia, e Luciano Pavarotti, la voce che tutti abbiamo in mente quando pensiamo a “‘O sole mio”, e scritta alla fine dell’Ottocento. Anche Pavarotti, così come Modugno, Dalla, De Andrè  e Gianni Celeste, non era napoletano. La domanda allora a questo punto non dovrebbe essere perché chi non è napoletano canta in napoletano, ma cos’ha di speciale la musica di questa città tanto da invogliare anche chi non parla il suo dialetto – e il dialetto è per eccellenza la forma più spontanea di linguaggio, ereditata in famiglia, oralmente – a usarlo per esprimersi non al Vomero o nel golfo di Sorrento, ma ovunque nel mondo.

Domenico Modugno nel film di Pier Paolo Pasolini “Che cosa sono le nuvole”, 1967
Fabrizio De Andre
Lucio Dalla

Serve aprire prima di tutto un’enorme parentesi su cosa vuol dire produrre un immaginario basato su una sostanziale autarchia estetica, su una forma di endogamia culturale che però al contempo, nella sua identità forte e chiara, “ruba” da ciò che le sta intorno. Senza cadere nei cliché, ma senza neanche negare la quintessenza di un luogo che ha fatto della truffa un tratto folkloristico – cosa che, chiaramente, essendo una valutazione essenziale, contiene in sé tutti i limiti di questo approccio –, si può dire senza troppi giri di parole che a Napoli, per quanto riguarda la tradizione musicale, c’è sempre stata una commistione di radici e di generi unica, e in un certo senso si è sempre “rubato” da altre tradizioni. Partendo dalla canzone napoletana classica, che si ispira alle scale arabe, passando poi per tutta la fase del secondo dopoguerra fino ad arrivare a fenomeni contemporanei come il rap, Napoli, sia per indole che per struttura, è la quintessenza della mescolanza: non emula mai in modo asettico e preciso, al contrario, reinterpreta, trafuga, prende ciò che le serve e lo fa suo. L’estetica napoletana, che sia il cinema o la lingua, il teatro o la canzone popolare, parte da questo presupposto meticcio, incasinato come un porto di mare, immobile come una città che si basta da sola perché non ha bisogno di andare oltre i suoi confini, dal momento che sono gli altri a invadere i suoi.

La nascita della canzone napoletana nella forma che oggi definiamo “classica” risalgono all’Ottocento. È in quel periodo infatti che si sviluppano alcuni elementi tipici di questo genere, come la macchietta, ossia la rappresentazione caricaturale di personaggi sotto forma di canzone. Già dai suoi albori, il genere attrae a sé l’interesse non solo del popolo partenopeo, ma anche di poeti e di intellettuali da tutta Italia: basti pensare al fatto che Gabriele D’Annunzio si cimentò nella scrittura di un testo in napoletano. Sin dalle sue origini il canto napoletano incarna un’anima estremamente popolare, nel senso che, a differenza della lirica, ha molto più a che fare con la strada e le piazze piuttosto che con i teatri. Potremmo dire, in un certo senso, che è il nostro primo vero pop. C’è addirittura chi ipotizza che i Beatles si siano ispirati a delle melodie della musica napoletana classica per alcune loro canzoni come “Hey Jude” o “Yesterday”; non è importante stabilire se sia davvero così, ma è molto interessante notare invece quanto nella melodia del canto classico napoletano si trovino gli stilemi della musica leggera del Novecento. Nel ventesimo Secolo, infatti, il genere si dirama in una miriade di nuove sottocategorie, soprattutto per una ragione storica fondamentale, ossia la Seconda Guerra Mondiale, e per capire l’impatto della guerra sul capoluogo campano basti pensare a due canzoni simbolo di quel periodo, “Munasterio ‘e Santa Chiara” e “Tammuriata nera”. È da quel periodo in poi che si vede ancora di più l’essenza di un’attitudine all’ibridazione che rende Napoli una fucina di sperimentazione per gli anni a seguire.

Ischia, 1970

A cavallo tra il primo e il secondo conflitto mondiale, anche in Europa si diffonde un genere inedito. Arriva il jazz, importato a Napoli anche grazie alla massiccia presenza di truppe americane nella seconda metà del Novecento, che continua nel tempo con la diffusione di basi NATO e militari sul territorio. E grazie al talento geniale e avanguardista di Renato Carosone, viene mescolato agli stili tradizionali partenopei come la tarantella. Le sue canzoni si ispiravano infatti non solo al genere classico della macchietta, alla parodia di personaggi e situazioni improbabili, vera e propria satira di costume del tempo – basti pensare a un capolavoro autoironico sempre attuale come “Tu vo’ fa’ l’americano” – ma riuscivano anche musicalmente a creare una commistione senza precedenti di stili musicali. Grazie alla sua esperienza africana sia prima che durante la Seconda Guerra Mondiale, Carosone fu in grado di raccogliere ispirazioni dai repertori musicali più disparati, creando questa sintesi visionaria tra il futuro statunitense, il passato napoletano e la tradizione africana. La sua spinta verso le diversità, fomentata da un’ironia dissacrante tipica dell’umorismo partenopeo, ha aperto le porte per la sperimentazione dei decenni successivi: Napoli Centrale e James Senese, per quanto riguarda il jazz, Alan Sorrenti per il progressive e la disco, Pino Daniele con il blues e la world music, Tullio De Piscopo per le percussioni, Nuova Compagnia di Canto Popolare per le ricerche nell’ambito etnomusicologico. Questi nomi, che sono solo una piccola parte della scena musicale partenopea dagli anni Sessanta in poi, protagonisti delle fasi musicali successive a quelle del dopoguerra di Carosone, sono tra i più importanti non solo per la scena napoletana ma per la musica leggera del Novecento in generale. Con loro prosegue la strada dell’ibridazione, del “furto” dei generi stranieri che si mescolano creandone uno nuovo, mai copiato ma sempre reinterpretato, mescolato con un dialetto che, evidentemente, ha una componente musicale già nella sua struttura fonetica, qualcosa di inspiegabilmente orecchiabile – proprio come l’inglese.

Pino Daniele
Nuova Compagnia di Canto Popolare

E probabilmente non è un caso che anche nel ventunesimo Secolo, con l’avvento del rap, il napoletano sia rimasto una forma di espressione musicale privilegiata. Oltre alle esperienze dei 99Posse e di Meg – artista che ha sperimentato molto anche sul piano dell’elettronica, per esempio con il suo album Psychodelice del 2008 – il rap partenopeo e campano ha continuato ad espandersi anche nei primi vent’anni del Duemila, su più livelli, sia mainstream che underground, con nomi come Clementino, Rocco Hunt, Geolier, Luchè, Speranza. Ma parlando di strani mix che vengono fuori dalla scena napoletana, ovviamente non si può non citare il caso di Liberato e dell’esperimento sull’anonimato che, contro ogni previsione, continua a durare anche a distanza di cinque anni dall’uscita di “Nove maggio”. Liberato, e il collettivo alle sue spalle, hanno contribuito ad aggiungere un ennesimo tassello al prestigio culturale dell’immaginario partenopeo, utilizzando un’iconografia che rimanda a nuclei molto popolari della città – il calcio, i luoghi d’incontro dei ragazzi e delle ragazze napoletane, le immagini sacre – che diventano perfettamente contemporanei e universali grazie alla spinta urban del progetto. Oltre Liberato poi, sempre di recente è stato il lavoro collettivo di Famiglia Discocristiana, DNApoli, Nu Genea, Early Sound Recordings e Napoli Segreta a dare una seconda vita alla musica napoletana sommersa e dimenticata, quella degli anni ‘70 e ‘80 che andava nei club, il funky, la disco, anche un’avanguardia rap. Il progetto Napoli Segreta è una miniera di artisti e canzoni che negli anni sono stati completamente dimenticati, personaggi che non sono mai usciti da una bolla underground e che grazie a un lavoro di archeologia musicale sono tornati vivi e sorprendentemente attuali.

Clementino
Rocco Hunt
Speranza
Liberato
Nu Genea

Potrei andare avanti all’infinito nell’elenco di canzoni, artisti, album e sperimentazioni che hanno preso vita a Napoli negli ultimi duecento anni di storia della musica. Da Nino D’Angelo, napoletano dalla testa ai piedi, a Plácido Domingo, che non è neanche italiano, la musica napoletana è una lingua comune che prescinde il luogo in cui è nata, è una sorta di esperanto della creatività che è stata resa possibile da un solo elemento comune, l’apertura. Niente nell’arte è nuovo, tutto deriva da qualcosa che è esistito prima e dall’ambiente che ne determina lo sviluppo. Anche la cosa che ci appare più tradizionale deriva da un incontro e da una riformulazione di qualcos’altro che già c’era, o che era stato lontano fino a quel momento. La musica napoletana ci insegna un aspetto fondamentale della cultura, a qualsiasi livello: chiudersi nei confronti del diverso è un errore, tanto quanto copiare con sterilità e pigrizia; e dove c’è arte non esiste tradizione, esistono solo tanti furti, ognuno dei quali aggiunge qualcosa in più a ciò che è stato rubato.

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