Il film “La moglie giapponese” è l’idea dell’italiano medio sull’Oriente: ancora del tutto sbagliata - THE VISION

Nel 1968, verso la fine di uno degli anni più significativi per la nostra storia recente, simbolo per eccellenza di desiderio di libertà, uscì il film di Gian Luigi Polidoro Una moglie giapponese?, ma fu poi pubblicizzato annullando l’interrogativa col titolo: La moglie giapponese. Il film rappresenta una sorta di reportage narrativo, a metà tra il cinema di costume e il cinéma vérité, a cui Polidoro, insieme allo sceneggiatore Rodolfo Sonego, non era nuovo. Nel 1965, infatti, aveva già girato un film analogo intitolato La moglie americana. Come disse il sociologo francese Edgar Morin: “Si tratta di fare un cinema verità che superi l’opposizione fra cinema romanzesco e cinema documentaristico, bisogna fare un cinema di autenticità totale, vero come un documentario ma col contenuto di un film romanzesco, cioè col contenuto della vita soggettiva”. Con questo intento Polidoro sembra voler mettere in scena la presa di coscienza su un mondo ignoto di un italiano medio, che per cause di forza maggiore si trova a dover viaggiare tra Giappone, Cina e India, seguendo un itinerario precedentemente tracciato da un altro. In soli quattro giorni, il protagonista si renderà conto che il mondo è molto più grande di quello che la nostra abitudine ci porta a considerare, e soprattutto che il nostro Paese, nonostante la retorica, non ne è certo il suo “centro”, perché il concetto stesso di centro, all’alba della globalizzazione, non esiste più.

Franco Fabrizi, Ugo Tognazzi e Gian Luigi Polidoro (centro)
Rodolfo Sonego (destra)

L’onesto e morigerato ragioniere di Novara Taddei (interpretato da Gastone Moschin), impiegato in una ditta di importazioni, si trova a dover partire all’improvviso per quello che prima della globalizzazione veniva definito in maniera esotica l’Estremo Oriente. Deve infatti sostituire il suo collega Ferrante, ricoverato in ospedale per un attacco di appendicite. Seguendo l’itinerario programmato dall’altro, Taddei raggiunge in un primo momento Tokyo, dove deve riuscire a sbloccare una partita di pesce congelato al mercato ittico di Yokohama. Qui, nel dopo lavoro, scopre che il suo collega, coniugato in Italia, ha una compagna giapponese, con cui ha avuto un figlio. Taddei si sposta poi ad Hong Kong, allora protettorato britannico, dove si trova ad avere qualche problema con la polizia a causa di traffici illegali avviati da Ferrante, quindi tramite dei referenti viene fatto incontrare con delle giovani scappate dalla Cina comunista, e sfruttate come operaie nelle fabbriche tessili o costrette a prostituirsi. Dopo una sosta a Saigon, in quegli anni teatro della guerra del Vietnam, e in cui Ferrante ha altri traffici, Taddei arriva a Calcutta, dove resta sconvolto dalla povertà che pervade la metropoli bengalese. Quando dopo soli quattro giorni, fa rientro in Italia, si sentirà profondamente cambiato, a causa del turbamento generato dall’essere entrato in contatto con realtà tanto distanti dal nostro sistema di valori. I quattro giorni gli sembreranno lunghi come anni, tante saranno le impressioni raccolte. Al tempo stesso Taddei si fa però giudice dei suoi connazionali all’estero, diventando severo testimone di tradimenti, egoismo, avidità, corruzione e malavita, ma al tempo stesso l’effetto è satirico, proprio per la discrepanza tra il mondo e la visione pacifica, ingenua, quasi ottusa del  bonario protagonista.

Come si legge su un articolo della Stampa di Piero Zanotto uscito nel 1964, “[Il film] non avrà un soggetto vero e proprio. Si limiterà a scoprire per lo spettatore che forse mai potrà recarsi laggiù, con una vena di garbato divertimento. Gli aspetti curiosi […] di un Giappone filtrato attraverso la selezione che ne farà la sua sensibilità d’italiano”. Non deve stupire il focus sul punto di vista italiano e la lettura attraverso di esso tipica di questi anni – per forza di cose distorta e ben poco storicizzata e filologica, come se in quell’esperienza ci fosse sufficientemente autorità per poter dire qualcosa di vero. Era già stato il caso di Moravia, che nel 1961 partì mandato dal Corriere della Sera per fare un reportage dell’India, insieme alla moglie Elsa Morante e all’amico Pier Paolo Pasolini, che invece avrebbe scritto le sue impressioni per il Giorno. Sia le riflessioni di Moravia che quelle di Pasolini, pur molto diverse nello stile una dall’altra, oggi appaiono datate, fuori fuoco e lasciano il tempo che trovano, apparendo quella di Moravia un po’ paternalista e presuntuosa, quella di Pasolini (che segue un ragazzino per le strade di Agra come fosse al Pigneto) molto influenzata dalla sua prospettiva e dal suo vissuto.

Eppure l’incipit del libro di Moravia, Un’idea dell’India, è particolarmente esplicativo dell’attitudine che negli anni Sessanta l’intelligenza italiana riservava al cosiddetto Oriente. “Allora sei stato in India. Ti sei divertito? No. Ti sei annoiato? Neppure. Che ti è accaduto in India? Ho fatto un’esperienza. Quale esperienza? L’esperienza dell’India. E in che cosa consiste fare l’esperienza dell’India? Consiste nel fare l’esperienza di ciò che è l’India. E che cos’è l’India! Come faccio a dirtelo? L’India è l’India. Ma poniamo che io non sappia affatto che cos’è l’India. Dimmi tu che cos’è? Neppure io so veramente cosa sia l’India. La sento, ecco tutto. Anche tu dovresti sentirla. Cosa vuoi dire? Voglio dire che dovresti sentire l’India come si sente, al buio, la presenza di qualcuno che non si vede, che tace, eppure c’è. Non ti capisco. Dovresti sentirla, laggiù, a oriente, al di là del Mediterraneo, dell’Asia minore, dell’Arabia, della Persia, dell’Afghanistan, laggiù, tra il Mare Arabico e l’Oceano Indiano, che c’è e ti aspetta”. In realtà l’India, così come la Cina, il Giappone, l’Afghanistan, il Tibet o il Vietnam non aspettavano di certo noi o i nostri illustri scrittori.

Capodanno a Goa, 1979, foto courtesy Sunny Schneider

È chiaro, però, come all’epoca ci apparissero ancora come un luogo altro, all’estremo di un tensore esistenziale e geografico – anche se poi il peso della nostra cultura e del nostro sguardo finiva per inglobarli, tentando in ogni modo (ma senza riuscirci) di annullarne l’alterità. L’Oriente è per gli intellettuali italiani dell’epoca – ma ancora per tanti oggi – qualcosa di cui si può fare esperienza ma che non si può dire, spiegare, comprendere linguisticamente. Una sorta di esperienza mistica, che trascende il logos, ma non per chissà quale potenza spirituale, ma a causa della nostra mancanza di strumenti analitici con cui maneggiarla. Si compie così una rottura, che volenti o nolenti ci costringe a un cambiamento. Non a caso se Moravia tenta, per poi desistere, di dare un’idea dell’India, Pasolini si sofferma sul suo farne esperienza, senza nemmeno tentare, a differenza di quanto faceva in patria, di ricavarne dopo un solo viaggio un’idea, e non a caso intitola la sua raccolta L’odore dell’India.

Pier Paolo Pasolini e Alberto Moravia, Roma, 1962

Per Moravia, l’India è ancora più distante rispetto alla nostra cultura del Giappone e della Cina, e non a caso è nel subcontinente che termina anche il viaggio di Taddei messo in scena da Polidoro. L’Oriente appare come uno specchio della propria identità, una sorta di non luogo a cui per sopravvivere senza esserne annichiliti ci si ritira al proprio interno. Suscita così, per alcuni, un’involontaria presa di coscienza intima. L’India, agli occhi degli Europei dell’epoca, appare come una sorta di punto di non ritorno, che segue leggi incomprensibili, apparentemente caotiche e irragionevoli, a metà tra il sortilegio e la truffa, che non a caso il poeta Guido Gozzano chiamava “la cuna del mondo”. E paradossalmente la narrazione che più di tutte si avvicina a una verità – senza pretese di analisi storiche, socio-politiche, giornalistiche – è proprio quella di Gozzano, fatta nel 1912, per la maggior parte frutto di invenzione letteraria.

A proposito di narrazione di viaggio, del ruolo che ha nel tracciare i contorni della nostra esperienza e della nostra memoria, una delle cose più interessanti di Una moglie giapponese è che a differenza di altre pellicole del genere, nelle quali spesso gli stranieri grazie alla sospensione di incredulità capiscono la lingua italiana e viceversa, qui la barriera linguistica è mantenuta e contribuisce a creare una distanza che impedisce al protagonista di comprendere direttamente e chiaramente ciò che gli accade intorno, e se da un lato lo fa sentire isolato, dall’altro lo obbliga a un’attenzione più acuta e sensibile verso il mondo, che sta al di sopra della parola e del pensiero linguistico, e al tempo stesso apre un piccolo varco in grado di liberarci dai fraintendimenti che genera quando ci illudiamo di poter definire in maniera oggettiva la realtà.

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