Dopo 30 anni "Mery per sempre" rimane uno dei film italiani più coraggiosi e importanti

Non è sempre così chiaro perché accada che alcuni film ben fatti e promettenti, per i quali sono anche stati spesi un sacco di soldi, finiscano nel dimenticatoio, passando quasi inosservati agli occhi del pubblico. Al contrario, è molto più evidente il perché certi altri rimangano nella storia nonostante magari non abbiano chissà quale particolare raffinatezza e originalità formale o contenutistica, né siano pellicole altrettanto riuscite. Ci sono lungometraggi che si trasformano in cult non tanto per la loro qualità cinematografica ma per una serie di coincidenze che si sovrappongono – un tema inedito, un attore particolarmente bravo – o per il fatto di riuscire a trasmettere determinate sensazioni che spesso concorrono a determinare il valore di un film. Può succedere così che per caso, per qualche coincidenza, per un tempismo molto azzeccato, per il semplice fatto di contenere in sé elementi tanto caratteristici da colpire in modo indelebile chi guarda, un film come Mery per sempre diventi una pietra miliare del cinema italiano, pur non essendo un’opera né così sofisticata né così ricercata. Trent’anni dopo la sua uscita, nel 1989, la pellicola di Marco Risi – figlio del famoso regista di commedia all’italiana Dino – rimane infatti un classico del nostro cinema, per una serie di motivi che lo rendono in effetti degno del titolo di cult, anche a distanza di tre decenni.

La prima caratteristica che rende Mery per sempre un film impossibile da dimenticare dopo la prima visione è la scelta del regista – che ha tratto il film dal romanzo omonimo di Aurelio Grimaldi – di mettere in scena un pezzo di realtà che di solito non trova tanto spazio nella narrazione comune. Siamo abituati a vedere rappresentata la criminalità, la violenza, il degrado delle periferie di città come Palermo e serie televisive come Gomorra riscuotono un enorme successo e fanno parte di un genere molto apprezzato anche fuori dall’Italia, ma non siamo altrettanto avvezzi ad avere a che fare con un altro pezzo di questo grande filone. Fino a quando si parla di criminali a uno stadio già compiuto della loro condizione esistenziale, sia che si tratti di capi mafia o di camorristi senza scrupoli, osservare le azioni di chi giudichiamo probabilmente molto distante da noi ci risulta più semplice, e allo stesso modo anche più digeribile. Mery per sempre è invece una sorta di prequel di tutto ciò che abbiamo sempre visto come una dimensione di criminalità e cattiveria già pronta e servita: mettendo in scena la vita di un carcere minorile come il Malaspina di Palermo – rinominato nel film “Rosaspina” – ciò che ci pone davanti non è soltanto la vita disgraziata di chi ha scelto la delinquenza in una delle sue svariate forme, ma anche la consapevolezza che tendiamo a mettere da parte questo tipo di realtà, come per scrollarci di dosso la responsabilità di quanto avviene. Non si nasce cattivi, ladri, mafiosi, assassini; è il posto in cui si nasce, le persone che si frequentano e i giri in cui ci si ritrova a rendere una persona quello che è. E chi non ha la fortuna di crescere ricevendo ciò che gli spetterebbe di diritto in quanto cittadino di un Paese civile, può ritrovarsi ad agire secondo valori che non rientrano tra i principi di legalità, ma seguono una legge dettata da ben altre necessità.

Tutti i protagonisti di Mery per sempre, ragazzini finiti dietro le sbarre di un carcere minorile che fa da deposito per malacarne di una città come Palermo, capoluogo di una regione che di certo non è famosa solo per i cannoli e il marranzano, sono l’incarnazione di una colpa che ricade al contempo su tutti e su nessuno. Uno Stato comunitario – dove la collettività e il diritto a un benessere e a un’assistenza diffusi dovrebbe essere la base sociale su cui costruire la propria esistenza – ha, in teoria, come fine ultimo quello di non permettere che un quattordicenne si ritrovi a credere che il crimine sia l’unica soluzione concreta a una condizione di necessità. E dunque, nel momento in cui il criminale – specialmente se così giovane – non si pone come un soggetto altro da noi ma solo come una declinazione di quello che potremmo essere, non è più così semplice relegare la malvivenza a una semplice questione di decoro e devianza. Quando, in una delle scene più celebri del film, uno dei protagonisti spiega al nuovo professore – interpretato da Michele Placido, che veste i panni del rappresentante di quella parte “sana” della società, ossia la parte che ha avuto la possibilità di vivere entro le sue strutture positive, oneste – che lo chiamano “minchiadura”, non sta soltanto dando luogo a un momento goliardico relativo al membro maschile. La mentalità tipicamente siciliana (ma non solo) del sopruso, della forza mascolina e prepotente, che in questo caso è racchiusa in una metafora fallica, è la quintessenza di un sistema di valori sociali parallelo a quello che noi reputiamo vigente: dal momento in cui non si riconosce l’autorità dello Stato, ma anzi, come è chiaro in Mery per sempre, questa viene intesa solo come oppressiva, l’alternativa è la manifestazione del proprio diritto in forma violenta e prevaricatrice. Dove non c’è diritto, uguaglianza, libertà di scelta, subentra la “minchiadura” del doversi fare spazio da soli, motivo per cui per persone nate e cresciute in ambienti simili la parola “mafia” ha un significato diametralmente opposto a quello che possiamo concepire noi “normali”: la mafia è bella, come dice Natale; la mafia è il bene, perché riempie lo spazio lasciato vuoto dall’assenza dello Stato che, al contrario, diventa la nemesi, il nemico numero uno che impone le sue regole senza dare niente in cambio. E se a dire queste cose non è un boss ma un ragazzino tra i banchi di un’aula improvvisata dentro un carcere minorile, l’effetto è ben diverso.

L’altro elemento che ha reso Mery per sempre un cult, infatti – oltre alla potenza di un tema che, come ha sottolineato anche il regista Franco Maresco in una recente intervista, appartiene a un momento in cui il sociale nel cinema era molto più presente, almeno nelle intenzioni – è il modo in cui i protagonisti hanno reso in modo così naturale e verosimile la storia. Gli attori di Mery per sempre, escluso Claudio Amendola, unico attore professionista tra la banda di minorenni carcerati, sono tutti ragazzi selezionati dal regista in una lunga e accurata opera di casting e tra cui sono stati inclusi anche giovani davvero passati dal Malaspina. Una sorta di operazione neorealista che ha visto comparire sullo schermo giovani provenienti da contesti di forte degrado sociale: ragazzi di vita pasoliniani, attori improvvisati scelti più che per le loro doti recitative per una carica espressiva tradotta in un dialetto denso e inestricabile, in visi che portano i segni della mala, di un destino segnato che nel film fa da traino alle loro storie, ma che nella realtà non ha nulla di cinematografico. Il fatto di aver scritturato quelli che attori non erano – tanto che alcuni hanno provato a portare avanti una carriera nello spettacolo con scarsi risultati – è al contempo sia la parte migliore che la parte peggiore di un film come questo. Da un lato fornisce la possibilità di vedere una rappresentazione che ha molto più del reale che della finzione, dall’altro la percezione che ciò che questi giovani hanno vissuto sia stato anche pericolosamente illusorio.

Mery per sempre è rimasto nella storia anche in quanto “film maledetto”. Le storie personali degli attori di questa pellicola sono infatti intrecciate con quelle dei personaggi che hanno interpretato: non solo perché il carcere era stato per alcuni di loro realtà ben prima di essere un set,  ma anche per la serie di tragici eventi e di episodi di piccola criminalità – a dimostrazione del fatto che nemmeno il grande successo cinematografico della pellicola li ha in qualche modo “salvati” del tutto – creando un alone di mistero e tragedia attorno a storie già di per sé maledette. Roberto Mariano, che interpretava Antonio Patanè, non solo aveva vissuto per mesi al carcere di Malaspina, dove si era guadagnato la licenza media, ma è rimasto coinvolto nell’incidente aereo del volo Alitalia 404 da Milano diretto in Svizzera, dove stava andando per lavorare come operaio; sullo stesso volo avrebbe dovuto esserci anche Salvatore Termini, il “King Kong” di Mery per sempre che rimane impresso per un volto molto particolare – troppo brutto per trovare l’amore, come dice lui nel film – nato allo Zen di Palermo e cresciuto nella speranza che il grande successo del film gli garantisse una carriera nello spettacolo, invece mai decollata. Marco Crisafulli, che interpretava Davide, è morto affogato da un’onda a Trappeto, in Sicilia. Alfredo Li Bassi, il bullo che nel film minacciava di stupro il compagno di camerata Claudio, è stato denunciato dalla guardia di Finanza per violazione dei diritti d’autore per il suo  traffico di videocassette pirata: per ironia della sorte ha in qualche modo continuato a lavorare a contatto con il cinema, ma in modo illegale.
Francesco Benigno, il ragazzo che interpretava Natale, forse il personaggio rimasto più impresso sia per il suo ruolo che per la sua intensità interpretativa, che all’epoca dei provini per Mery per sempre faceva il venditore ambulante, dopo il grande successo del film ha continuato a recitare, rimanendo però confinato a piccole parti e destinato anche a nuovi problemi con la legge, seppure non molto rilevanti, come una denuncia per detenzione di stupefacenti, avviata quando è stato trovato con alcune dosi di hashish nel quartiere palermitano di Borgo Nuovo. Non sono le uniche vittime di questa “maledizione” che ha aumentato la notorietà del film, come sempre succede quando si affibbia a un’opera di qualsiasi tipo il marchio di “dannata”: Gianluca Favilla, che nel film recitava il ruolo del direttore del Rosaspina, è morto pochi anni dopo le riprese in un incidente d’auto; Stefano Consiglio, che avrebbe dovuto avere una parte nella pellicola, poi tagliata, è stato ucciso da un poliziotto durante l’anteprima a Palermo mentre rubava un’autoradio.

E poi ovviamente c’è Mery, la protagonista trans che negli anni Ottanta si chiamava ancora Alessandro Di Sanzo e che oggi è Alessandra. Un personaggio che trent’anni fa non era per nulla scontato poter vedere rappresentato al cinema, ma che ben raccontava la realtà di omosessuali e travestiti che per via del rifiuto da parte delle famiglie e della società dovevano prostituirsi per sopravvivere. Una storia che Mery per sempre ha avuto il merito di raccontare in anni in cui la transessualità era molto più un tabù di oggi, ma era al contempo presente nel tessuto sociale di ambienti disagiati in cui trovava posto quasi esclusivamente attraverso la prostituzione. Nell’ultimo documentario di Franco Maresco, La mafia non è più quella di una volta, il regista palermitano racconta una trans che si sta prostituendo, Valentina, e dimostra con la sua solita ironia il dramma della vita di chi non solo nasce in un posto degradato, ma deve anche trovare al suo interno, con difficoltà, uno spazio. Così come il documentario Gesù è morto per i peccati degli altri della regista siciliana Maria Arena racconta il quartiere San Berillo di Catania, famoso per i suoi giri di prostituzione, e il percorso individuale di persone transessuali che hanno vissuto difficoltà enormi e inimmaginabili, tra la povertà e il tentativo di rendere la propria natura accettabile, sia per loro stesse che per chi stava loro attorno.

Così, trent’anni dopo, Mery per sempre resta ancora un cult per il mondo che racconta e per il modo in cui lo racconta. L’intensità della verità è difficile da sostituire quando si rappresenta qualcosa, e ciò che questi attori improvvisati e disgraziati hanno messo in scena è l’elemento che fa la differenza in un lungometraggio che altrimenti non avrebbe avuto la stessa forza. Potersi, da spettatore, rendere conto che la criminalità non è soltanto una questione di cattiva condotta individuale ma il frutto di un destino condiviso da chi oggettivamente non ha alternative, porta inevitabilmente a chiedersi cosa abbia spinto qualcuno ad agire in quel modo. Ed è anche il punto di partenza per non cadere nella trappola manicheista della divisione tra bene e male, buoni e cattivi, criminali e bravi cittadini: la storia di Mery per sempre ci lascia con la speranza che la soluzione sia la riabilitazione, non la punizione. E se non siamo stati noi che guardiamo questo film, anche trent’anni dopo, a finire nella cella di un carcere minorile non è perché siamo migliori o più buoni, ma probabilmente solo più fortunati a essere nati e cresciuti in un ambiente che ci ha dato la possibilità di non sbagliare.

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