Hollywood di Ryan Murphy riscrive la storia dei pregiudizi degli Studios negli anni '40

Non penso che esista una persona su questo pianeta che non abbia desiderato almeno una volta di poter tornare indietro nel tempo, mettere a posto un paio di cose e cambiare il corso della storia. Anche solo dopo una discussione, ripensando a cosa si è detto, la sensazione di voler aggiustare di qualche riga la sceneggiatura della propria vita, rimanendo invece con l’amaro in bocca del “Perché non l’ho detto così?”, immagino sia un sentimento universale. Non esiste nessuna macchina del tempo né clessidra in grado di far scorrere le ore al contrario ma non per questo la voglia di aggiustare gli errori e cambiare il corso degli eventi ha abbandonato l’essere umano. Non abbiamo a disposizione né magia né scienza tanto potente da consentirci di effettuare questi viaggi di aggiustamento, ma abbiamo Marty McFly che grazie all’aiuto di Doc salta su una macchina che lo porta indietro e avanti nel tempo; non abbiamo tecnologie in grado di teletrasportarci in un determinato momento della storia ma abbiamo Roberto Benigni e Massimo Troisi che da un passaggio a livello si ritrovano nella Firenze di Savonarola. In sostanza, abbiamo a disposizione una “fabbrica di sogni”, il cinema (e la letteratura, ovviamente), che ci permette di giocare con tutte le possibilità degli universi paralleli che vogliamo immaginarci, anche quelli più remoti e distanti. Il luogo dove tutto ciò si è sviluppato fino a diventare un mondo a sé stante, lo sappiamo bene anche se non siamo nati negli Stati Uniti, è Hollywood; una dimensione tanto strana quanto affascinante che non a caso è spesso oggetto di meta-racconto, film, cartoni animati, documentari che ne rivelano dinamiche e strutture, o che ne immaginano una versione alternativa, come succede nella nuova serie di Netflix che si intitola, appunto, Hollywood.

La serie cartone animato BoJack Horseman, per esempio, mette in scena proprio gli aspetti più torbidi di questa realtà, del vivere immersi in un ambiente fatto di simulazione, cosa significa diventare l’ingranaggio di un meccanismo enorme e  quanto può essere dura la caduta dal piedistallo del successo. BoJack Horseman è però solo uno dei tanti prodotti che raccontano Hollywood da dentro le sue mura, e non è certo l’unico a mettere sotto i riflettori i suoi aspetti più inquietanti e violenti: appena tre anni fa, infatti, il mondo della cinematografia americana è stato travolto dall’onda gigantesca prodotta dal movimento MeToo. Una storia che ancora non è completa, peraltro, visti i recenti sviluppi collegati alle indagini di Ronan Farrow sul caso Weinstein, e che come spesso accade in quell’ambiente si nutre proprio di tutto ciò, sembra scritta apposta per la trama di una pellicola hollywoodiana. Hollywood, insomma, proprio come tutte le industrie che diventano enormi e totalizzanti, non solo ha scheletri nell’armadio – come qualsiasi cosa coinvolga soldi, successo e potere – ma è anche imbevuta di spettacolo, caratteristica che rende i suoi scandali e le sue sottotrame oscure ancora più interessanti agli occhi di chi come noi, esterni alle dinamiche, cerchiamo solo nuove storie, meglio ancora se sfavillanti o esagerate.

Tutto ciò che succede dentro e intorno agli studi californiani, dunque – che siano sogni di gloria, storie di successo o trame inquietanti – è affascinante, emanazione diretta dell’idea stessa di intrattenimento. Ma se gli Stati Uniti hanno esportato il mito della loro terra in giro per il mondo con film, divismo e parvenza di perfezione estetica e morale per decenni, oggi si ritrovano a fare i conti con un mondo che è cambiato e che non può più reggersi sugli standard ipocriti e prevaricanti di una Hollywood che ormai non c’è più. Ryan Murphy – regista tra le altre cose di Pose, American Horror Story e Glee – e Ian Brennon, i due ideatori di Hollywood, hanno in qualche modo cercato di utilizzare i potenti mezzi della finzione, gli stessi di cui si serve il mondo della cinematografia mondiale, per immaginare una strada diversa per la fabbrica dei sogni. Un’operazione che ha un chiaro intento ideologico, quello di chiedere scusa, generare possibilità diverse, alternative, sliding doors, e che si serve degli stessi mezzi che hanno reso Hollywood un paradiso cartonato per dare luogo a un’idea di progresso e inclusione che ha ben poco a che vedere con quella che si aveva nel passato. Ed è interessante anche che questa serie esca pochi mesi dopo l’uscita di un film che, per certi versi, fa la stessa cosa, ossia C’era una volta a Hollywood, l’ultimo lungometraggio di Quentin Tarantino che riscrive proprio uno dei capitoli più terrificanti della storia di quel mondo, l’omicidio di Sharon Tate che, nella versione di realtà del regista pulp per eccellenza, viene evitato.

Sembra dunque che l’esigenza di reinterpretare e reindirizzare il corso degli eventi, sia una possibilità che alletta anche chi vive e lavora dentro Hollywood. La differenza tra il film di Tarantino, che racconta anche in modo molto ironico e divertente il punto di vista di due tipici maschi hollywoodiani – Leonardo di Caprio e Brad Pitt, forse i due attori che meglio rappresentano il prototipo di questo genere di uomo – e quella della serie Hollywood è che se da un lato si riscrive un singolo evento che ha determinato il corso della storia, dall’altro si immagina invece un intero assetto di accadimenti che danno una sterzata radicale a una trama fittizia ma composta quasi al 100% da personaggi realmente esistiti. Tutto comincia con le vicende di un giovane reduce di guerra, Jack Castello, che ci mostra cosa doveva affrontare chi decideva di lasciare la propria città per inseguire il sogno di diventare un attore nella Hollywood del secondo dopoguerra, ossia nella sua fase di massima espansione e produzione, quando il cinema muto aveva lasciato spazio alla modernità e l’America spargeva il verbo della sua magnificenza in giro per il mondo. La serie si divide così in due parti piuttosto distinte, facendo un salto nel regno delle possibilità e lasciando indietro quello degli eventi come si sono verificati: prima ci mostra tutte le dinamiche di potere, specialmente quelle legate al sesso e al suo valore di merce di scambio, le regole del gioco del successo, i compromessi, i privilegi che dominavano l’industria cinematografica prettamente bianca e maschile; e poi, come nel più inverosimile ma piacevole dei sogni, ci catapulta nel ribaltamento di tutto ciò.

Senza fare spoiler sulla trama né dare indizi troppo espliciti sull’universo inventato dai due registi, Hollywood si presta a questa operazione di riscrittura di un’epoca lontana grazie soprattutto alla brutalità ironica con cui ci fa vedere la differenza tra il prima e il dopo. Castello, per esempio, si ritrova a prostituirsi in una pompa di benzina gestita da un uomo che come lui, anni prima, sognava di utilizzare la propria avvenenza per sfondare nel cinema: un’ambizione che accomunava fin troppi bellimbusti convinti di poter diventare la prossima star da Oscar. Archie Coleman, un ragazzo nero e gay, amico di Castello, ambisce invece a diventare uno sceneggiatore e tenta di realizzare questo sogno scrivendo un soggetto a proposito di una diva del cinema muto, Peggy Entwistle, che anni prima si è suicidata gettandosi dalla scritta Hollywood. Attorno a loro, i personaggi di Hollywood sono quasi tutti in cerca di un riscatto, di una piccola rivoluzione, disposti a fare qualsiasi cosa per ottenere il risultato di entrare di diritto in quegli studi cinematografici capaci di conferire la gloria eterna.

Dall’altro lato della barricata, però, ci sono i vecchi sistemi, c’è il potere consolidato – rappresentato chiaramente come una versione grottesca del patriarcato più becero – e ci sono i pregiudizi e i divieti verso tutti coloro i quali sono per imposizione banditi dal successo: omosessuali (nascosti, repressi), donne (non adatte a comandare nonostante le qualità), afroamericani (relegati a ruoli secondari come domestiche e camerieri), asiatici (anche loro presi in considerazione solo per certi stereotipi). Questi due schieramenti, che nella realtà sono rimasti contrapposti e intrappolati in una dinamica di subalternità degli uni sugli altri, nel mondo immaginato di Hollywood si scontrano invece sotto la luce del sole. E la cosa interessante è che sebbene lo sviluppo della trama sia immaginario nella sua conclusione – mentre nello svolgimento è molto plausibile, soprattutto riguardo ai favori sessuali a cui doveva sottoporsi chi voleva trovare un posto in quel mondo – le storie che racconta sono in parte vere, i personaggi sono uomini e donne realmente esistite nella Hollywood della Golden Age. Anna May Wong, per esempio, era un’attrice di origini asiatiche che veniva chiamata Daughter of the dragon per via dei suoi ruoli sempre confinati allo stereotipo della donna cinese subdola e pericolosa (ma anche molto affascinante); Hattie McDaniel è invece la donna afroamericana che vinse l’Oscar per la sua interpretazione in Via col vento, ma a cui venne negato di sedersi in prima fila durante la premiazione; Rock Hudson invece è l’attore hollywoodiano sex symbol di quegli anni che morì nel 1985 di Aids, ma nessuno sapeva fosse gay, o meglio, non si diceva.

Nonostante tutto non si viaggia nel tempo e non si cambia il passato, lo sappiamo, e ciò che Hollywood era, per tante ragioni, rimane uguale e immutabile; una cosa però che ci ha regalato il cinema americano, specialmente quello più fantastico, ricco di colori sgargianti e attori e attrici belli come divinità, è che si può interrompere momentaneamente la realtà per immaginarne una diversa. Il tentativo di Ryan Murphy e Ian Brennon era proprio quello di creare un’alternativa a una storia che conosciamo bene, raccontandola da punti di vista diversi e, immagino, anche speranzosi per un futuro cosciente degli errori del passato. Hollywood è quindi una serie che utilizza tutti i mezzi hollywoodiani – i nomi, i personaggi, il modo in cui recitano, le ambientazioni e tutto ciò che fa da motore alla trama – più classici e immortali per creare un universo anti-hollywoodiano. Non abbiamo la macchina di Marty McFly, certo, ma abbiamo la possibilità di vedere serie e film su tutte le piattaforme di streaming disponibili nel 2020. La storia rimane sempre quella, ma è piacevole ipotizzarne una versione alternativa, altrimenti a cosa serve il cinema?

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