Giovanni Allevi questo Natale facci un regalo: sparisci. - The Vision

Lo scopo di una parodia è notoriamente quello di creare una versione esagerata di un personaggio pubblico esaltandone gli aspetti più ridicoli. Quando la parodia diventa un ingentilimento del carattere e dei modi della persona che sta perculando, significa due cose: o l’attore che interpreta il ruolo non è bravo a fare il suo lavoro o l’oggetto della parodia è talmente tanto assurdo già di suo che non ha bisogno nemmeno che i suoi caratteri vengano accentuati. Se a fare un’imitazione è un professionista come Checco Zalone – piaccia o meno, non si può dire che non sappia fare il suo lavoro, specialmente quando impersona musicisti – e ciò che ne viene fuori è una versione molto più sobria e compita, allora vuol dire che abbiamo davanti un pezzo da novanta dell’eccentricità. La persona di cui sto parlando è Giovanni Allevi, il pianista famoso per aver contribuito a rendere le Converse un indumento che simboleggia genialità e rottura con gli schemi, e che ancora una volta dopo anni di carriera sempre identica a se stessa in cui ci ha propinato un personaggio di finzione – quello de “il musicista classico che fa un baffo ai dinosauri dell’accademia a forza di sorrisi e capelli ricci” – ritorna giusto in tempo per allietare il nostro Natale e regalarsi un po’ di Hope e suonando anche di fronte a un pubblico di sole piante.

Alle soglie del 2020, infatti, dopo quasi vent’anni di concerti, best seller e ritiri spirituali in isole dell’Oceano Atlantico, il Maestro di Ascoli Piceno ripropone un grande classico del suo repertorio, ossia un album pieno di musica per scaldarci il cuore con titoli affatto banali come “Christmas Time” e un tour cominciato a Milano lo scorso primo dicembre per inaugurare questa nuova era della sua arte perfettamente identica a tutte le altre ere che ha percorso. Su Allevi, da quando è diventato un enorme fenomeno pop, si sono già espressi in tanti, molti dei quali in modo negativo; a distanza di anni dal periodo più acceso della questione “pianista rock”, e con l’arrivo del suo materiale nuovo – si fa per dire – che sfida ogni legge del perseverare autem diabolicum, è interessante analizzare questo personaggio in grado di far passare Checco Zalone per un sobrio attore di teatro svedese e domandarsi come sia possibile che quella che sembra una gigantesca operazione di marketing stia ancora in piedi. Se uscirsene con un disco natalizio pieno di cover e di canzoni da colonna sonora per una festa aziendale è una mossa piuttosto scontata per qualsiasi musicista di qualsiasi genere, rimane infatti ancora misterioso il motivo per cui dopo tutti questi anni la messa in scena di un personaggio di finzione attragga ancora un discreto pubblico, considerato il sold out della sua prima data a Milano. Non che sia mio compito decretare cosa debba o non debba ascoltare la gente, visto che sui gusti non di discute, ma penso che sia invece opportuno da spettatori e da fruitori di musica avere quantomeno la possibilità di rendersi conto di quando un artista ci sta prendendo in giro.

Per capire di cosa parlo bisogna partire da un concetto fondamentale: esistono artisti che hanno usato una forma “classica” per dare vita a un genere molto più semplice, godibile per certi versi anche da chi non è esperto, senza arrogarsi alcun merito ma soprattutto senza spacciare ciò che si fa per qualcosa che non è. Ludovico Einaudi, pianista italiano famoso in tutto il mondo e massimo esponente proprio di questa musica classica da sauna di una Spa – genere di tutto rispetto, sia chiaro – ha portato la sua rivisitazione delle composizioni per pianoforte in chiave più leggera in tutto il mondo; nel farlo però, a differenza di Allevi, non si è mai sbilanciato nel definirsi pioniere di chissà quale rivoluzione. L’atteggiamento di Giovanni Allevi, al contrario, sin da subito ha reso chiaro quale fosse il suo intento, ossia passare per un Che Guevara della musica classica in grado di liberarci dalle catene delle imposizioni accademiche, cosa che, ovviamente, gli ha scagliato contro tra i più grandi musicisti contemporanei, uno fra tutti il violinista Uto Ughi. Tutta questa composizione articolata di atteggiamenti, modi di fare, scelte stilistiche sono più un modo di vendere un prodotto che l’espressione di una missione di avvicinamento per molti a una musica complessa come la classica. Chiunque abbia studiato anche per poco uno strumento classico, infatti, sa bene che dietro alla rigidità e alla chiusura di questo ambiente non risiede una voglia di fare i cattivoni del Conservatorio – sebbene ogni persona sia un’eccezione a sé, e di maestri di musica pessimi e inutilmente fascisti ne esistono a dozzine – ma una semplice verità: la musica classica è complessa, e come tutto ciò che non è di immediata comprensione richiede uno studio preciso e faticoso.

La missione alleviana di permetterne a tutti l’accesso con la sua genialità dirompente e fuori dagli schemi non ha niente a che vedere con una maggiore diffusione del genere, ma semplicemente con una banalizzazione di un tipo di musica – di per sé più difficile da metabolizzare se paragonato a un singolo di Ed Sheeran, per dire – per dare l’idea a chi l’ascolta di capirne qualcosa. Una metafora piuttosto pertinente con il mood degli ultimi anni, da quando l’idea di competenza si è tramutata in arroganza, trasformando la scena di Sogni d’oro in cui Moretti urla “Io non parlo di cose che non conosco” in un piccolo manifesto del presente. Invece di elevare alla complessità, spiegando anche in modo lungo e articolato questioni ardue e portando chi ne sa di meno a capirne di più, Allevi trascina tutto verso il basso e ti dà l’illusione di essere diventato improvvisamente uno che comprende anche un concerto di pianoforte. Un’operazione che non si basa solo sulla composizione di canzoni di musica pop spacciate per brani che rivoluzionano la tradizione: basterebbe ammettere che si tratta di questo – come appunto ha fatto il collega Einaudi, semplicemente non arrogandosi mai chissà quale merito da novello Mozart – ma così facendo, si perderebbe tutto l’altro pezzo di marketing che compone il quadro Allevi. Come fai a tenere in piedi il personaggio eterno bambino, goffo riccioluto, filosofo fuori dagli schemi che ha distrutto a colpi di accetta le linee del pentagramma per donarci questo momento di dolce follia se non si sottolinea proprio questa suo tratto di genialità rimodernatrice?

Mettendo da parte la questione musicale che, come già detto, è stata ampiamente smontata da musicisti ed esperti del settore e dato per assodato che no, non si tratta di composizioni di classica ma di semplici brani di musica pop suonati con il pianoforte, è necessario fare un passo indietro nella biografia di questo musicista, individuando in particolare due elementi fondamentali. Prima di diventare un cartone animato, prima di rifugiarsi nella solitudine meditativa delle isole atlantiche lontano da occhi indiscreti per “recuperare l’equilibrio mentale”, prima ancora di comporre l’inno della serie A più fischiato dalla storia – non siamo pronti per capirlo, così ha decretato il Maestro – ma soprattutto, prima di diventare Cavaliere Allevi, Giovanni da Ascoli Piceno, laureato in filosofia e diplomato al conservatorio sia a Perugia che a Milano, è stato il pianista di Jovanotti. Quello che sembra un semplice dettaglio biografico è invece un punto fondamentale per comprendere il fenomeno Allevi che da ormai quindici anni ci accompagna ovunque, persino in Senato. Jovanotti è infatti la quintessenza di questo marketing della bontà, del pensiero positivo per cui disturba spiagge e specie protette in nome del “Ciao mamma guarda come mi diverto”, un trasformista che ha reinventato il suo personaggio paninaro con la zeppola in una sorta di cantautore profondo che straborda poesia da tutti i buchi della tunica etnica di Dior. Allevi è un filo diretto con il jovanottismo, ossia quel modo di essere artisti pop che invece di ammettere con onestà intellettuale il fatto di fare un prodotto di massa si erge a grande genio del settore. Tutto ciò non è altro che il frutto di un attento lavoro di comunicazione, che nel caso di Allevi passa attraverso due canali: quello più canonico, ossia l’abilità di chi lo ha lanciato a livello di ufficio stampa, e quella prettamente estetica, che non può prescindere da quell’ondata che ha cavalcato una decina di anni fa per cui a quanto pare ogni musicista un po’ pazzo un po’ geniale doveva avere una matassa di capelli ricci indomabili in testa – Caparezza, Cristicchi, Niccolò Fabi, Tricarico.

A lanciare Allevi, infatti, è stata la notizia del suo concerto al prestigioso Blue Note di New York nel 2004, evento organizzato dall’Istituto italiano di cultura a cui ha partecipato infatti insieme ad altri artisti italiani. Da quel momento in poi, però, la sua presunta autorevolezza guadagnata nel prendere parte a un’iniziativa simile ha fatto sì che il dettaglio dell’organizzazione passasse in secondo piano, e così nasce il genio ribelle dai ricci indomabili. A livello estetico e comunicativo, invece, si instaura questa figura che incarna la quintessenza della goffaggine, come se indossare delle scarpe da ginnastica e una t-shirt tappezzata di cuoricini in un teatro con un’orchestra attorno fosse il timbro di certificazione della sua pazzia genialoide. Essere buffo, fuori luogo, impacciato, ma sprigionare poesia ed emozioni una volta toccati quei tasti bianchi e neri, come un albatros baudelairiano che trova armonia solo quando è in volo, così è Allevi, un’anima bella fuori posto. In tutte le interviste e durante i suoi concerti, Allevi sembra mettere volutamente in scena la rappresentazione dello sfigato per eccellenza, comportandosi in modo inappropriato, ma soprattutto strumentalizzando frasi degne dei migliori siti di aforismi per dare anche quel tocco “filosofico” al suo personaggio. Basti guardare alcuni video: in un’intervista del 2019, per esempio, in occasione del suo nuovo album, si gioca la carta sempreverde del “Dobbiamo ritornare bambini, i bambini sono migliori di noi grandi”, attribuendo a Jung questa affermazione che immagino fosse un po’ più complessa nella versione integrale e mettendo su un teatrino di luoghi comuni che fanno passare i film di Walter Veltroni per lungometraggi neorealisti. Fare insomma quello “weird”, il tipo strano, comportandosi come Peter Pan – Allevi ha cinquant’anni, non dimentichiamolo – cos’altro può essere se non una strategia di comunicazione e di costruzione di un personaggio, nemmeno così tanto raffinata considerati i cliché su cui fa leva.

Che la musica contemporanea vada di pari passo con il marketing non è un mistero. Ogni artista di richiamo, esclusa qualche rara eccezione, è di fatto un prodotto da vendere, una tendenza cominciata alcuni decenni fa che col tempo ha allargato sempre di più la distanza tra l’arte in sé e il prodotto. Non che chi scelga di campare con l’arte non si meriti di guadagnare, ma l’industria culturale è diventata un meccanismo talmente enorme da fare sì che distinguere ciò che può essere autentico da ciò che invece è un’operazione fatta a tavolino è davvero difficile; così come non è detto che tutto ciò che è prodotto su larga scala faccia per forza schifo. Giovanni Allevi, con il suo ritorno in cui si mostra per l’ennesima volta su una copertina di un suo album in cui oggetti gli si conficcano tra i riccioli – stavolta la svolta è green, non a caso – rappresenta la parte più fittizia di questa tendenza a vendere tutto. Non per quello che fa, sono sicura che tutti, più o meno, possiamo trovare persino piacevoli diversi brani dei suoi dischi, ma per il modo in cui lo fa, spacciando per follia e genialità ciò che è semplicemente astuzia. La musica classica è un genere sempre meno valorizzato, e il suo rigore e la sua serietà sono anche la sua forza; approcciarsi a questo tipo di musica significa avere a che fare con la complessità di un testo che ci impone di studiare e imparare qualcosa per avere nuovi strumenti di interpretazione e comprensione. Servirsi della facciata e del marchio “pianista genialoide anti-Beethoven” non fa altro che togliere valore a un ambito culturale che già di per sé non se la passa bene. Se solo Allevi avesse l’onestà di non proporci quello che fa per qualcosa di più sofisticato, contribuendo a perpetuare questa farsa per cui la musica è solo vendita e consumo, allora magari sì che ci darebbe una bella ventata di Hope.

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