Geolier è il rapper di diciannove anni che racconta Secondigliano

Ogni luogo dotato di uno specifico carattere e che lascia il segno nella storia, nel bene e nel male, è soggetto a stereotipi e distorsioni. Napoli è una città che da questo punto di vista forse detiene il record, sia di narrazioni piene di luoghi comuni che di produzioni di immaginari ed estetiche che affascinano tutto il mondo. Da un punto di vista artistico, culturale e linguistico, il capoluogo della Campania ha una tradizione sterminata, fatta di immagini e suoni, un patrimonio soggetto a continuo rinnovamento e reinterpretazione, che fa invidia a intere nazioni che in secoli di storia non hanno prodotto nemmeno un millesimo di quello che ha sfornato Napoli anche solo negli ultimi cinquant’anni.

Anche quest’anno, come di consueto, Il Sole 24 Ore ha pubblicato la sua classifica delle città più vivibili d’Italia e, come di consueto, quelle meridionali restano in fondo alla lista: il disagio, la povertà, l’arretratezza del Sud continuano a essere un tema centrale nel dibattito politico italiano. Eppure, va detto che luoghi come Napoli – che di certo non si posizioneranno mai tra Belluno e Sondrio per vivibilità e funzionamento dei servizi – continuano a generare fenomeni culturali interessanti, e che questi scaturiscono proprio da un fermento umano e sociale che ha poco a che vedere con l’ordine e la soddisfazione dei luoghi ben serviti. Un tipo di creatività che ha invece molto a che fare con il disagio della provincia, che sebbene prenda forme diverse tra Nord e Sud non cambia molto nella sua sostanza, fatta di desiderio di rivalsa misto a senso di appartenenza e voglia di distacco.

Nell’ultimo anno, dal quartiere di Secondigliano, famoso per essere un luogo di profonda penetrazione della Camorra, a riprova del forte legame che c’è tra situazioni di miseria – materiale, non umana – e bisogno di espressione, è venuto fuori proprio uno dei rapper più in vista e promettenti della scena italiana, il diciannovenne Geolier.

Che l’ambiente in cui si vive e in cui ci si confronta con la realtà possa determinare anche ciò che si produce artisticamente non è un’ipotesi né un’impressione, ma il cuore di un metodo di analisi, quello materialista di stampo marxista, che indaga prima di tutto il modo in cui le strutture sociali influiscono su ciò che viene generato, che si tratti di musica, cinema o letteratura. La Parigi ottocentesca borghese di Honoré de Balzac o la Napoli di Mario Merola sono entrambe responsabili dell’opera dei due personaggi, indipendentemente dal “valore” artistico che si può attribuire ai loro rispettivi lavori. Secondigliano, grazie ai libri di Roberto Saviano  – che ormai da un decennio raccontano pezzi di realtà che non erano facili da individuare per chi non li ha vissuti  –  è diventato un luogo non più solo fisico, ma anche una sorta di luogo “della mente”. La serie Gomorra, e tutta l’estetica che ne è scaturita, ha dato a noi che non abbiamo mai visto di persona Le Vele di Scampia un senso molto più vivido e concreto di ciò che significano quelle realtà. Se da un lato dunque il racconto ha fatto sì che il pubblico venisse a conoscenza di un mondo che prima gli appariva lontano, seppur lo abbia conosciuto rivestito da un velo di finzione, dall’altro Gomorra ha alimentato in modo inevitabile stereotipi e miti, come succede sempre quando qualcosa diventa protagonista di una raffigurazione così incisiva.

Avere meno di vent’anni e fare il rapper, come nel caso di Geolier, riuscire a emergere ben oltre i confini di un quartiere, imporsi come nuova tradizione – quella della scena rap napoletana, che ormai conta diversi esponenti di spicco – comporta anche lo scontro con l’immaginario che si ha di questa città, alimentato anche dall’interno. Come lui stesso spiega in alcune interviste, infatti, non è semplice nemmeno avere il coraggio di proporsi come protagonista attraverso una nuova forma musicale, contrapposta per certi versi alla tradizione ben radicata della musica neomelodica. Non è facile nonostante non sia davvero necessaria una predominanza di una sull’altra, anzi: è proprio questo carattere così forte della tradizione musicale partenopea che rende accattivante anche la sua declinazione rap.

Emanuele, infatti, il suo album uscito all’inizio del mese di ottobre, è forte di un mix sia linguistico che tematico condensato in musica, che riesce a evocare immagini così caratteristiche da affascinare anche chi non conosce bene i luoghi di cui parla ma vuole solo  farci un giro, anche metaforico. Già nel fatto di aver scelto come titolo dell’album il suo vero nome, Emanuele appunto, e come nome d’arte una parola che in francese significa “secondino”, che a sua volta è un termine che viene utilizzato a Secondigliano per definire i suoi abitanti, si racchiude parte del ’ senso di questo progetto musicale. Come se si trattasse di un dialogo tra la persona e il personaggio, tra chi Emanuele puoi diventare facendo l’artista e chi Emanuele è nel profondo della sua natura, che in modo superficiale e sbagliato cataloghiamo automaticamente come criminale, o comunque sporca. Secondigliano, così come tutti i quartieri periferici dimenticati dalle istituzioni, relegati a succursali della civiltà in cui ci si ritrova a regolarsi con legge proprie, non è per forza un posto che dà vita solo a Camorra e a illegalità. C’è chi, come Emanuele, vive in queste realtà senza sporcarsi le mani con la strada tanto raccontata ed estetizzata della malavita , e ritrova in questo alter ego, Geolier, la legittimità di un’auto-rappresentazione.

Emanuele è un ragazzo nato nel 2000 che ha lavorato anche in fabbrica, che ha vissuto sulla propria pelle quello stato di relegazione e difficoltà condiviso da chiunque si ritrovi ad abitare luoghi simili, ma allo stesso tempo è nutrito da una spinta creativa e stimolante come quella che solo città come Napoli possono dare. Come spesso succede in questi casi, il paradosso fa da chiave interpretativa: da un lato la bruttezza sconfinata del disagio umano e sociale, dall’altro la spinta di un luogo che ha sempre sublimato nell’arte sia la gioia che il dolore. In questo senso, il rap e la cultura hip hop hanno fatto spesso da tramite tra ambizioni di rivalsa e realtà di sconforto  –  cosa che nelle immagini di Geolier risuona in modo particolarmente intenso. Nei suoi video ci sono buste Dolce&Gabbana e palazzine popolari con l’intonaco scrostato: la contraddizione – un po’ come quella tra Geolier ed Emanuele – si fa palpabile, ed è proprio qua che sta il bello.

Di Napoli e delle sue follie pittoresche, infatti, l’arte trasmette da sempre un senso di contrasto, che genera una sorta di scontro inestinguibile tra la bellezza e la poesia di una lingua che con la musica ha una compatibilità innegabile e la stortura di una tradizione di abbandono, povertà, violenza. Una combinazione che, se da un lato rischia di affondarti e risucchiarti, dall’altro ti regala una marcia in più, una serie di capacità che nella pace e nella bambagia della vita tranquilla non si imparano: i napoletani di questo luogo comune hanno fatto una cifra stilistica, anche perché è uno di quei cliché che nella maggior parte dei casi risulta vero. Così, grazie anche a nomi di spicco in una scena che cresce sempre di più come quella supportata dall’etichetta indipendente BFM di Luchè, arricchendo la tradizione partenopea di nuovi fenomeni che sbancano a livello nazionale – basti pensare a casi ultra pop come quello di Liberato, per non rimanere confinati solo al rap – Napoli e le sue diramazioni, non solo geografiche, fa da protagonista nella contemporaneità della musica italiana.

Geolier cavalca anche questa nuova opportunità fornita da internet e dai nuovi canali di diffusione per crearsi un pubblico piuttosto sostanzioso già da subito, nonostante sia ancora molto giovane – e anzi, probabilmente è proprio grazie alla sua età che riesce a fare qualcosa di nuovo, visto che il suo album sconfina non solo negli stilemi ormai consolidati della trap ma anche in altre sonorità. Il racconto che Emanuele, attraverso l’alter ego di Geolier, fa della sua vita, delle ambizioni, del senso di rivalsa di chi è nato nella periferia è uno dei tanti che si sono reificati in una canzone o in un libro o in qualsiasi altro prodotto culturale. L’ideale per cui l’opulenza esagerata, sbandierata e riversata in modo eccessivo in tutto il filone trap che si auto-determina proprio in questa formula di spocchia e sovrabbondanza è una conseguenza palpabile delle storture del presente. Questo modo di ostentare, sovraccaricarsi di simboli del capitalismo e del consumismo, dai grandi marchi alle macchine lussuose o ai gioielli tanto grossi da risultare ridicoli, rappresenta per certi versi una sorta di caricatura dei valori che oggi determinano molti aspetti dell’Occidente, dall’idolatria per la ricchezza alla sottomissione al consumo.

Se un ragazzo che non ha nulla a che fare con gli aspetti più devastanti della povertà trova spazio in una realtà artistica che racconta anche questo senso di intrappolamento e rabbia è solo positivo. Ci sono però tante altre persone che non hanno la musica, né una via di fuga da ciò che può essere un luogo disastrato come Secondigliano, e non per questo non si meritano di vivere bene, anche nei luoghi stessi in cui sono nati. Geolier, con un’estetica molto contemporanea ma non eccessivamente legata alla moda del momento, fa bene il suo lavoro e ci dà la possibilità di vedere e ascoltare cose che probabilmente senza l’arte rimarrebbero taciute. Al di là di tutto quello che si può dire attorno a lui o al posto da cui viene, Emanuele è proprio un bell’album.

Tutte le foto sono di g.bifulco © (g_bifulco)

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