“Dog Day Afternoon”, con Pacino e Cazale, ha unito per primo i diritti trans e il riscatto sociale - THE VISION

Sono cresciuta pensando che Dog Day Afternoon (Quel pomeriggio di un giorno da cani, in italiano) fosse un film cult, e probabilmente lo è stato per un paio di generazioni prima della mia, essendo uscito nel 1975. Prima ancora di vederlo il suo titolo mi evocava un’atmosfera al tempo stesso vaga nei tratti ma ben delineata nei sensi e sicuramente ne avevo sentito parlare da mio padre, con quel suo modo in poche parole di riconoscere a certe opere un’importanza assoluta. Non a caso il film, diretto da Sidney Lumet, sceneggiato da Frank Pierson e interpretato da un giovane Al Pacino (nei panni di Sonny Wortzik) ricevette sei nomination agli Oscar, e vinse poi quello per la miglior sceneggiatura originale. Quello che non sapevo era che questa sceneggiatura era stata tratta da una storia vera, che nel 2013 venne ricostruita e raccontata nei dettagli attraverso un documentario indimenticabile titolato The Dog.

Prima ancora di vedere il film negli anni della presunta ragione io sentivo quel titolo e vedevo Pacino, in una sorta di dittico speculare a Robert De Niro in Taxi Driver, uscito nelle sale l’anno dopo. E poi il grande John Cazale, che nel film interpreta la spalla di Sonny, Sal, fermamente voluto da Pacino, che lo aveva conosciuto per puro caso a New York, dove Cazale si era trasferito sperando di riuscire a fare carriera nel teatro. “Era il mio compagno ideale di recitazione, avrei voluto recitare sempre con lui,” disse Pacino, “per tutta la vita”. Cazale prima di essere un attore era un personaggio tragico, che sembrava uscito da una delle sceneggiature di Pierson. Morì tre anni dopo, a soli 43 anni di cancro ai polmoni, riuscendo però a portare a termine le riprese di un altro caposaldo del cinema di quegli anni Il cacciatore, grazie all’imposizione di Meryl Streep, sua compagna dell’epoca, Robert De Niro e del regista Michael Cimino sulla produzione, che una volta saputo della sua malattia terminale avrebbe voluto farlo fuori.

Sembrava che in quell’epoca il cinema, chi lo faceva quanto meno, avesse una fiamma molto forte che lo guidava e ne teneva in vita la passione, anche nel bel mezzo delle tempeste sociali, continuando ad ardere senza perdere la sua ragion d’essere. Tra la metà degli anni Sessanta e la fine dei Settanta, emancipandosi dal cinema classico e al tempo stesso attingendone alle radici, il cinema americano produsse film enormi, profondamente sovversivi, che mostravano le crepe del sistema e un profondo desiderio di antiautoritarismo. Oltre ai già citati basti pensare a Cool Hand Luke (Nick mano fredda) o a Quinto Potere, la sceneggiatura del primo non a caso co-firmata sempre da Pierson e il secondo diretto da Lumet e uscito l’anno dopo di Dog Day Afternoon. Sono tutte declinazioni di grandi temi cardine della società: ingiustizia sociale, ribellione, antiautoritarismo, scontro tra forze dell’ordine e reietti che nonostante tutto continuano a credere in un mondo migliore, anche se tutto intorno a loro li costringe a riconoscere il contrario, per questo la fine è quasi sempre tragica, l’eroe non si lascia corrompere dal mondo e paga con la più grave delle pene questa sua presunta colpa.

Dog Day Afternoon in quest’ottica racconta una storia eccentrica e malinconica. Il film infatti narra gli eventi di una reale rapina tentata il 22 agosto del 1972 in una piccola filiale bancaria di Brooklyn. Il protagonista, nonché ideatore della rapina è il reduce di guerra John Wojtowicz (nel film Sonny Wortzik), che insieme al complice Salvatore Naturile (nel film Salvatore Naturale), tenne per 14 ore in ostaggio diverse persone, peraltro dopo aver scoperto che nella cassaforte della banca assaltata era rimasto solo un migliaio di dollari, essendo appena passato il portavalori a ritirare l’incasso della giornata. Questi due, come si coglie in fretta, non sono veri criminali, ma due disperati. Il movente della rapina di Wojtowicz non è diventare ricco ma poter lasciare un po’ di denaro ai suoi figli e pagare l’operazione di transizione al grande amore della sua vita, Ernie, detta “Horny” (nel film chiamata col deadname, Leon), una donna transessuale con problemi psichiatrici con cui John ha organizzato l’anno prima un teatrale, ma non per questo meno spiritualmente valido, rito matrimoniale – dato che all’epoca non era possibile officiare e veder riconosciuta dallo Stato un’unione del genere. Gli eventi furono poi riportati un mese dopo su Life in un articolo intitolato “The Boys in the Bank”, scritto da P.F. Kluge e Thomas Moore.

Il film è semplice, una sorta di atto unico aristotelico, il topos è quello dell’assedio, ed è sempre tragico, in qualsiasi contesto abbia luogo, sia Troia o Brooklyn. Dog Day Afternoon è l’inno dei vinti che non smettono mai di sperare, lottare, amare, a modo loro, in maniera non conforme. È un inno per tutti coloro che sono stati considerati freaks, per i loro gusti sessuali, per il lavoro che svolgono, la classe sociale a cui appartengono e da cui nonostante il sogno americano non riescono a emanciparsi, per quegli emarginati che a loro modo vogliono farsi sentire, quando il sistema non è disposto né a riconoscerli come esseri umani portatori di diritti, né ad ascoltarli, né tantomeno a trattare con loro – come racconta in maniera brutale proprio questo film, che in fondo è una lunga trattativa. Wojtowicz è un eroe tragico, che nulla ha delle caratteristiche estetiche riservate agli eroi, concetto già completamente divelto non a caso da un altro grande intellettuale omosessuale, Oscar Wilde, ne Il ritratto di Dorian Gray. Questo film sembra denunciare che il sogno americano non è quello che tutti pensiamo che sia, il sogno americano è un incubo folle, simile a quello del piccolo Dumbo ubriaco dopo che gli è stata sottratta la mamma.

Già il titolo, sia in originale che in italiano, ha la caratteristica di avere la forza sonora e ritmica dell’incipit di una favola, o di un verso poetico e oscuro. Intorno alla filiale c’è New York, e dentro di lei aleggia Brooklyn e il Greenwich Village, in quegli anni luoghi di rivoluzione, di gravida emarginazione. Dog Day Afternoon sembra un film d’azione, ma è una storia d’amore e di sesso disperati tra disperati – che tanto disperati non sono perché a differenza degli altri hanno il coraggio di darsi, senza risparmiarsi in alcun modo, vivendo al massimo delle proprie possibilità, senza l’avarizia esistenziale che invece sembra perennemente incatenare i borghesi perbene, vittime e carnefici del perbenismo. Questa fulminante epopea degli ultimi poi non può che ricordare un altro grande classico come Porgy and Bess, del 1935, a riprova del fatto che la realtà in determinati casi supera facilmente la finzione.

John Wojtowicz è un eroe contemporaneo, un narratore inattendibile, un rapinatore sprovveduto, ma soprattutto è “The Dog”, il cane. Sidney Lumet e Frank Pierson (che proprio nel 1972 aveva scritto un altro film su una rapina) usarono però meno della metà degli ingredienti che compongono questa storia di cani sciolti, perché per mostrare a volte è meglio usare la reticenza. Eppure al tempo stesso è interessante seguire i fatti raccolti da Allison Berg e Frank Karauden, gli autori del documentario ispirato ai fatti su cui si basa la storia, che per rimetterli insieme hanno impiegato undici anni. Non a caso il documentario si chiude proprio al Luna Park di Coney Island, tempio e incubatrice di tutti i freaks di New York, come racconta l’architetto Rem Koolhaas in Delirious New York.

Come spesso succede in questi casi di fiction liberamente ispirata alla vita reale, anche se il film riprende gli eventi principali riportati dalla stampa, molti dettagli della rapina descritta nel lungometraggio non coincidono con i fatti e li riportano in forma romanzata. Così, quando il film uscì, Wojtowicz scrisse dal carcere una lettera al New York Times, in cui sosteneva che la versione degli eventi narrati fosse veritiera solo per il 30%. In particolare, la descrizione di sua moglie, Carmen Bifulco, era totalmente falsata e la conversazione telefonica con Ernie non è mai avvenuta, proprio a causa del rifiuto della polizia. Wojtowicz confermava invece che Al Pacino e Chris Sarandon (nei panni della sua amante) avessero interpretato alla perfezione i loro rispettivi ruoli. Alla fine Wojtowicz fu pagato 7.500 dollari per i diritti della storia più l’1% dei ricavi netti del film, e ciò gli permise di donarne 2.500 a Ernie. Quest’ultima, dopo l’operazione, prese il nome di Elizabeth Eden e visse il resto della sua vita a New York, dove morì nel 1987 per complicazioni correlate all’Aids. Wojtowicz, a cui furono inizialmente dati vent’anni di reclusione poi passati a quattordici, morì invece di cancro nel 2006.

Presentandosi come una sorta di flash through – non essendo né un backstage, né un sequelil documentario The Dog unisce filmati d’archivio, vecchie foto e varie interviste che finiscono per creare un mosaico della scena LGBTQ+ degli ultimi quarant’anni. Il film torna spesso su alcuni punti, così come lo fa John Wojtowicz, narratore destinato a raccontare sempre la stessa unica grande storia, la sua. Wojtowicz non si pente di niente, non ha rimorsi, giustifica ogni cosa che ha fatto come necessaria ed eccezionale, incredibile, visionaria, e ormai consumato dalla vita e malato di cancro, mentre porta a spasso il fratello per le strade della sua infanzia, davanti alla “sua” banca ormai trasformata in qualcos’altro – qualcosa di innocuo, una lavanderia,  una farmacia, o forse un drugstore, che importanza ha? – è felice di firmare autografi e di abbracciare i suoi fan. Quell’immenso gesto, inutile e coraggioso, poetico e grottesco al tempo stesso che gli è costato tutto quello che aveva, quel white elephant maldestro ed eroico, è stata la sua opera d’arte. Dog Day Afternoon e The Dog sono due specchi che ci riportano la stessa storia, mostrandoci come l’articolazione narrativa e umana possano venire perfettamente amalgamate dal movimento filmico, rendendoci una storia caleidoscopica e universale al tempo stesso, capace di parlare a tutti e in qualsiasi epoca, come sapevano fare le grandi tragedie classiche.

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