La satira di Crozza dà fastidio solo a chi l’ascolta

Una barba posticcia, la riproduzione del balcone da cui era solito affacciarsi il Duce, l’immancabile smartphone e una folla che inneggia a Twitter: così si presenta l’imitazione di Matteo Salvini di Maurizio Crozza, il cavallo di battaglia della prossima stagione dello show del comico genovese. Sebbene Crozza l’anno scorso sia passato da La7 a NOVE, il cambio di emittente non sembra aver influito sul format dello spettacolo: Crozza occuperà lo schermo con il solito repertorio di monologhi a sfondo sociale e politico e parodie in musica.

La decisione di imitare il ministro dell’Interno Salvini, che oggi gode di un favore popolare piuttosto esteso, può sembrare una scelta forte, da vero comico intenzionato a fare satira sulla classe politica reggente, ma analizzando il video di lancio, si notano immediatamente i tic e gli stereotipi dell’immaginario autoreferenziale della satira di sinistra italiana, che invalidano qualsiasi tentativo di risultare realmente scomodi.

L’interpretazione di Maurizio Crozza del Ministro dell’interno Matteo Salvini

L’audience di Crozza ha i contorni ben delimitati di una nicchia, un po’ come una bolla creata dall’algoritmo di Facebook. Il comico parla al proprio pubblico e lo fa utilizzando cliché che, oltre a essere di dubbia comicità, di certo non disturbano il sonno delle élite che vorrebbero prendere di mira. Non siamo nel campo della satira, ma al massimo nella comfort zone dell’umorismo. Anzi, l’unico esito delle parodie di Crozza è quello di rendere accettabile la maschera di chi sta imitando, renderlo quasi una macchietta, ridicolizzarlo sotto l’aspetto linguistico mistificandone le contraddizioni e smussandone gli angoli più aspri. Un esito problematico in cui, negli anni Novanta, è incappata anche Sabina Guzzanti quando imitava Berlusconi. Nel momento in cui la satira si avvicina troppo alla tv, occupando posizioni in prima serata, il confine tra critica e avanspettacolo si assottiglia.

Sembra quasi che il comico umanizzi – in senso positivo – i politici, cosa che fa molto comodo alla loro percezione mediatica. Tanto che, se ad esempio pensiamo alla figura di Bersani, non ci verranno in  mente le parole dell’uomo in carne e ossa, ma gli assurdi proverbi che Crozza gli ha messo in bocca. Quello che era nato come uno scherzo è diventato – per l’evidente natura innocua – il tratto distintivo della comunicazione politica di Bersani, tanto che è lo stesso leader a usare ripetutamente le bizzarre metafore inventate da Crozza. Il comico genovese non ha messo in ridicolo la povertà comunicativa di Bersani, al contrario gli ha fornito uno strumento per superarla. Il risultato è che lo spettatore accenna una risata, e si dimentica che dietro a quelle parole c’è il vuoto. Ecco che lo spettacolo di Crozza, da sedizioso in prima serata, si trasforma nel salotto buono in cui testare la propria popolarità. Se vieni imitato dal comico genovese, puoi ritenerti un personaggio arrivato. E quando si parla di campagna elettorale tutti si prestano volentieri alle sue battute, perché sanno che potranno ricavarne del buono in termini di riconoscibilità mediatica. Questo tipo di comicità funziona perché è innocua e non comunica nient’altro che se stessa.

Maurizio Crozza imita Silvio Berlusconi nel corso dell’ultima edizione del Festival di Sanremo

Nessuno vuole mettere in dubbio le doti da caratterista di Crozza, capace di imitare in modo convincente movenze, tic linguistici e gestualità di svariati personaggi. Tuttavia, oltre alla parodia fisica e alla ripetizione allo sfinimento di frasi fatte che dovrebbero essere la marca del personaggio (è il caso, ad esempio del “con viva e vibrante soddisfazione” di Giorgio Napolitano), il comico non si spinge più in là. Le sue gag finiscono per essere innocue canzoncine simili a filastrocche che non dicono nulla di realmente satirico. Crozza passa dall’imitazione di Bersani a quella di Renzi, e nel mezzo gigioneggia con la boria di Antonio Conte, o con le perifrasi di Antonino Zichichi. Se da un lato la poliedricità è un punto a suo favore, dall’altro evidenzia i limiti della sua comicità, dato che lo stesso schema viene applicato a ogni personaggio, esagerandone le posture, scimmiottandone il modo di parlare, piegando il soggetto al proprio tratto, rendendolo una copia dell’imitazione precedente. E così, in quella di Leone, il figlio dei Ferragnez, indugia su sterili lallazioni – anche perché, francamente, a cosa porta fare l’imitazione di un neonato e non di chi lo espone quotidianamente su una vetrina mediatica?

Nel mondo di Crozza, i politici si mescolano ai personaggi dello spettacolo, e vengono derisi per il loro essere macchiette. Non si tratta quindi di reale satira del potere, ma di un umorismo connaturato a esso, che attraverso la risata esorcizza le idiosincrasie dei soggetti, senza gettare le basi per un dibattito critico. La carriera del comico ha avuto una netta impennata grazie alle imitazioni in prima serata, poste in apertura a Ballarò. Con la crescita della popolarità, quei quindici minuti settimanali hanno assunto il valore di un rito mediatico, e hanno smesso di dare fastidio. Di frequente il comico ha fatto il verso ai politici in loro presenza, e il risultato è stato che ridevano delle loro stesse imitazioni. È come se Crozza urlasse “Il re è nudo!” e il re, anziché negare o imbarazzarsi, celebrasse la propria nudità.

D’altronde, è ben nota la difficoltà del centrosinistra di comunicare in maniera efficace. Al di là di Crozza, la galassia di sinistra sembra solo capace di fare autoironia, con esiti che a volte sfiorano il raccapricciante. L’esempio lampante è un video di Gipi che sta girando in rete: nel corto – trasmesso da Propaganda Live – si vede il famoso fumettista in crisi di coscienza per la “fine della sinistra”, che lo porta a diventare una sorta di Norman Bates che raccoglie cimeli sovietici. Nel video non si esprime un’idea, ma si cade nella solita facile equazione sinistra uguale comunismo. Tra falci e martelli, politici con parrucche rabberciate e finali a tarallucci e vino, l’idea che passa del centrosinistra è quella di un’area ormai affetta da patologici complessi di inferiorità, che in fin dei conti si accoccola nella sua stessa crisi e ci scherza sopra, come a rendere più dolce un amaro declino.

In Italia la stand up comedy di stampo americano – ovvero la comicità basata sulla voce monologante di un attore riconosciuto come figura autorevole e scomoda – non riesce ad affermarsi, e forse non ci sarebbe comunque nessuno pronto a metterci la faccia. Il nostro sistema politico e socio-culturale non la tollera, la rigetta, anche a suon di denunce: ricordiamoci che i vent’anni di berlusconismo non hanno giovato né alla satira né ai palinsesti televisivi del nostro Paese. La comicità ne è uscita impoverita, se non distrutta. È vero che il nostro umorismo affonda le sue radici nelle maschere, nei caratteri – eppure i testi di Goldoni erano molto più sovversivi dei canovacci dei comici odierni.

Una comicità più libera sarebbe adatta a smantellare il discorso politico. Daniele Luttazzi – al di là delle accuse di plagio – ha sperimentato sulla propria pelle quanto sia difficile fare stand up comedy in Italia, tant’è che è sparito dagli schermi. Roberto Benigni usa il suo talento istrionico ormai solo per spiegare la Divina Commedia e poco altro. La famiglia Guzzanti viagga a fasi alterne: se Caterina riesce a pungere con l’imitazione di una militante di Casapound – ma si tratta pur sempre di un tipo umano, e non dell’imitazione di un politico – Corrado e Sabina sono ridotti al ruolo di guest star, costretti a ripercorre lo stesso repertorio di sempre. Quando Sabina si avventura nella cronaca odierna, non si discosta molto dal paradigma che l’ha resa famosa, come ad esempio l’imitazione di Giorgia Meloni, in tutto simile a quella del Berlusoconi di vent’anni fa. Qualche caso di giovane comico che si ispira alla stand up, capace di far esplodere le contraddizioni della politica e della società contemporanea senza il bisogno di ricorrere a imitazioni, nonostante tutto c’è. Da una parte c’è la possibilità di inserire il discorso critico all’interno di un contesto comico, dall’altra una girandola di maschere e macchiette, come un musical perenne in cui si stenta a capire se Crozza faccia parodie, o sia la parodia di un comico.

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