L’angosciante attualità di Children of Men

Nel 1982, Ridley Scott immaginava che nel 2019 Los Angeles si sarebbe trasformata in un inferno metropolitano in cui gli esseri umani più poveri e sfigati avrebbero dovuto convivere con i famosi replicanti del “io ne ho viste cose, che voi umani non potete nemmeno immaginare”. Quattordici anni prima, nel 1968, Stanley Kubrick proiettava l’uomo del 2001 in viaggi interspaziali dentro sofisticate ed enormi astronavi. Né Blade Runner 2001 Odissea nello spazio, benché si tratti di due capolavori della fantascienza, si può dire che abbiano avuto particolare lungimiranza nella rappresentazione di quel futuro che oggi è diventato presente – se non addirittura passato, nel caso del film di Kubrick.  Nel 2001, infatti, non andavamo in giro per la galassia ma assistevamo a uno dei momenti più emblematici della storia recente, con il crollo delle Torri Gemelle; ciò che invece si prospetta per il 2019 non sono riproduzioni robotiche molto fedeli del genere umano ma la probabile messa in pratica dei provvedimenti della Brexit e la tripla fotocamera del prossimo iPhone. Il rischio nel rappresentare un futuro distopico è sempre quello di concentrarsi sugli aspetti sbagliati dell’evoluzione: non credo che Kubrick potesse immaginarsi che il Ventunesimo secolo, più che per le navicelle spaziali, sarebbe stato segnato dall’arrivo di Internet. Un film che invece ha inquietantemente centrato il punto – senza nulla togliere ai cult sopracitati – è quello diretto da Alfonso Cuaròn nel 2006, Children of men. E il fatto che appaia così plausibile non è per niente un buon segnale.

Prendendo spunto da un romanzo del 1992 della scrittrice inglese P. D. James, Children of men rappresenta una realtà non troppo lontana nel tempo – è ambientato nel 2027 – né nei grandi temi che occupano il dibattito moderno. Si tratta di un futuro in cui la popolazione umana è stata colpita dall’infertilità, mentre l’emergenza dell’immigrazione si è trasformata in una vera e propria guerra civile tra rifugiati e autoctoni. Ciò che traspare dallo scenario a cui assistiamo è che il Regno Unito è rimasto una delle ultime – se non l’ultima – zona di sopravvivenza, mentre il caos e la devastazione spingono il resto del mondo a cercarvi rifugio. Questo assetto ha generato una divisione netta tra chi può ancora vivere una vita normale, sebbene immersa in uno scenario disastroso e decadente, e chi invece viene patentato come rifugiato, marchio che determina la condanna alla deportazione verso una sorta di campo di concentramento moderno, in cui l’umanità si ammassa come in una giungla urbana.

L’uomo più giovane del mondo, l’ultimo bambino nato nel 2009, viene ucciso, e il futuro del genere umano sembra condannato a un’estinzione certa. In questo assetto post-apocalittico, una resistenza terroristica si batte per opporsi alla drammatica realtà, con misure altrettanto violente e spietate. Il protagonista, un ex militante ormai rassegnato alla ineluttabilità della distruzione del genere umano, si ritrova a dover fare da tramite per una missione che potrebbe capovolgere il destino tragico: dalla sua ex moglie, anche lei militante, gli viene affidata la custodia di una ragazza africana sorprendentemente incinta. L’obiettivo è condurla in salvo a bordo di una nave dove alcuni scienziati stanno cercando la cura per l’infertilità e una nuova speranza per il genere umano di poter uscire fuori dalla condanna dell’estinzione.

I motivi per cui questo film merita ancora di essere visto, dopo dodici anni dalla sua uscita, non sono pochi. La grande abilità di Cuaròn, infatti, è stata quella non solo di mettere in scena un lungometraggio impeccabile dal punto di vista della forma (è pieno di interessanti piani sequenza, e anche la colonna sonora è fatta molto bene), ma anche di riuscire a dare al suo Children of men un aspetto tanto credibile da assumere sempre più verosimiglianza negli anni. Prima di tutto, perché lo scenario in cui si svolge il film non è il tipico immaginario da I Pronipoti o Futurama in cui le macchine galleggiano a mezz’aria e le città sono un misto di ingegneria aerospaziale e magia: Londra è plausibilmente deturpata dalla povertà, le strade sono sporche, i muri imbrattati, l’atmosfera cupa. Nessun alieno suona jazz, nessun riconoscimento della retina per entrare negli uffici, giusto qualche piccolo elemento che ci ricorda la sua ambientazione futura.

Theo, il personaggio principale interpretato da Clive Owen, si rivolge a suo cugino per chiedere aiuto con le carte della ragazza rifugiata, non sapendo ancora che si tratta dell’unica donna incinta sulla Terra. Per farlo, entra in questa zona protetta militarmente in cui si preservano tutte le opere d’arte del mondo dalla devastazione che minaccia di distruggerle per sempre. Si chiama L’arca delle arti, ed è la spaventosa proiezione di un futuro non così difficile da immaginare, in cui la produzione artistica si è fermata e tutto ciò che ci rimane è il passato. Guardando alla produzione di oggi, spesso mi capita di pensare che l’umanità non sia più in grado di creare contenuti nuovi, trame inedite, canzoni che non rimandino a un’estetica già testata. Questo 2027 senza futuro ma solo capace di conservare quello che resta del passato non mi risulta poco credibile, anzi, stimola un mio timore persistente rispetto al presente. E questa è solo una delle cose che risultano preoccupantemente plausibili.

Il tema principale del film, oltre al decadimento ambientale che ha trasformato Londra in una sua versione fatiscente e l’impossibilità di nutrire speranza in un capovolgimento delle sorti umane, è anche quello del diritto di appartenenza a un determinato luogo. Il sentimento che serpeggia in questo assetto mondiale apocalittico è l’enfatizzazione estrema di quella retorica che oggi, in effetti, è l’anima delle campagne elettorali. Donald Trump, lo sappiamo bene, ne ha fatto il fulcro della sua personalità politica: costruire muri per impedire l’invasione, permettere l’ingresso al tanto anelato Paese delle meraviglie e del sogno americano solo a chi parte da una stabilità economica che possa contribuire all’economia statunitense, liberarsi di tutta la criminalità che gli immigrati importano nella sua terra di brave persone. In Europa, il tema non è trattato in modo molto diverso, tra la minaccia dell’imminente Brexit e le varie correnti nazionaliste e xenofobe. Matteo Salvini, è scontato ripeterlo, ha inaugurato la sua carica di ministro dell’Interno con la messa in pratica delle promesse che aveva disseminato in questi ultimi anni di incredibile e spaventosa crescita della Lega. La sensazione che ci si debba difendere, tenendo stretto quell’ultimo lembo di terra che ci rimane contro chi viene a cercare posto insieme a noi sulla scialuppa di salvataggio, determina il presente.

Il futuro di Children of men è il canto del cigno dell’Occidente, la conseguenza inevitabile di un tardocapitalismo che spinge i governi a compiere azioni totalitariste e anti-democratiche, senza però gesti repentini e drastici, ma in un percorso progressivo. Non è il solito universo distopico in cui qualcuno ha preso il potere e lo ha impiegato per scopi maligni o con risultati fallimentari: potremmo tranquillamente esserci arrivati per vie democratiche, come succede oggi. Non è un mondo alternativo al nostro, quello in cui abbiamo affidato ai replicanti le nostre mansioni, è il mondo più plausibile – apporti cinematografici e spettacolari esclusi – che ci aspetta se la direzione della civiltà rimane questa. Non è nemmeno un Armageddon in cui la condanna per la fine del pianeta risiede in un evento catastrofico imminente: la minaccia non viene da fuori, la minaccia è esattamente davanti ai nostri occhi, subdola, e si manifesterà in maniera lenta e graduale.  L’ansia perenne di un futuro stagnante che proviamo noi nati alla fine della storia in cui ai giovani resteranno da consumare solo le riserve dei vecchi non viene rappresentata da un alieno che torna a casa in bicicletta. La cultura diventa un pezzo da museo, una reliquia da contemplare senza che ci sia alcuna speranza di rinnovo, né, soprattutto la certezza che in futuro ci sarà qualcuno a poterla guardare. Non è la fine del mondo, è la fine del genere umano rovinatosi con le sue stesse mani.

 

Il film di Cuaròn però, ha anche un risvolto positivo. Si tratta di una lunga metafora religiosa, in cui il futuro dell’umanità è affidato a una ragazza africana che, come la Vergine Maria, deve affrontare un lungo viaggio prima di poter mettere al mondo la persona che ci salverà. Anche le immagini sono evidentemente un richiamo all’immaginario cristiano, all’idea di una salvezza messianica che passa attraverso la speranza di un futuro risanato. Se Children of men vuole lasciare un messaggio di salvezza, mostrando la nascita di una bambina nella sporcizia e nel frastuono delle bombe della guerra che la circonda, non è proprio il più auspicabile. Piuttosto che aspettare l’arrivo di un nuovo salvatore, bisognerebbe sperare in una presa di coscienza collettiva che determini il crollo di questo sistema contemporaneo a favore di una rinascita globale, in cui il profitto senza scrupoli e lo sfruttamento della terra e delle persone diventino una volta per tutte delle pratiche di cui vergognarsi, non degli slogan per le campagne elettorali.

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