Bandersnatch è un gioco divertente. Ma non può essere il futuro della tv.

Black Mirror non è solo una delle tante serie televisive che da meno di una decina di anni a questa parte sono diventate un fenomeno culturale occidentale. Non è paragonabile né all’epopea fantasy di Game of Thrones in termini di successo e di affezione del suo pubblico, né alla passione continuativa dei fan di Breaking Bad, né a qualsiasi altra True Detective o Walking Dead. Black Mirror è una serie che ha rispolverato un’idea di prodotto televisivo in stile The Twilight Zone, riadattandola alle paranoie tecnologiche e distopiche moderne, diventando essa stessa sinonimo di certe atmosfere, creando non proprio un nuovo genere ma sicuramente un nuovo tipo di linguaggio seriale. “Sembra una puntata di Black Mirror” potrebbe diventare una frase emblematica che i posteri e i filologi del futuro useranno per interpretarci quando scaveranno nei meandri di Twitter. Che piaccia o meno, Black Mirror è un pezzo importante della nostra cultura contemporanea, e il suo creatore, Charlie Brooker, lo sa bene. Per questo è ben disposto, con il supporto dell’altro grande protagonista del secondo decennio degli anni Zero, Netflix, a osare senza il timore di deludere: sa che anche se la nuova stagione di Black Mirror potrebbe non piacere ai più, potrebbe essere accolta male dalla critica o bollata come deludente, comunque sia la guarderanno lo stesso un sacco di persone, e la commenteranno per giorni. Perché, semplicemente, è la nuova stagione di Black Mirror.

A questo giro le menti dietro Black Mirror si sono volute spingere in un terreno tanto insolito quanto insidioso, probabilmente per fare sì che al nome di questa serie continuasse anche nel 2019 a corrispondere quel sospiro di stupore avanguardista e curiosità globale. Così, come chiunque è in possesso di una connessione internet avrà notato, durante le vacanze natalizie, Charlie Brooker e compagnia hanno tirato fuori questo stallone di razza della blackmirroritudine che è Bandersnatch. Per chi, come me, non è nato in tempo da godersi quel cocktail di proto-tecnologia e distopia annunciata da George Orwell che sono gli anni Ottanta, la formula interattiva che caratterizza la natura innovativa di questo episodio che anticipa la quinta stagione rischia di dire molto poco. Ma per chi invece si è ritrovato immerso tra Star Wars vari, walkmen, tute Adidas, montature da vista molto spesse, Goonies, giochi di ruolo e libri-game, lo spettacolo di questo episodio – anche se persino chiamarlo lungometraggio sarebbe riduttivo considerate le cinque ore totali di girato – deve essere davvero entusiasmante. Bandersnatch è infatti uno dei tanti richiami nostalgici a questo passato oscuro e preistorico della tecnologia e delle mode, che rievoca quella sensazione che gli anni che stiamo vivendo oggi siano la piena realizzazione di un’estetica nata in quel momento. Lo avevamo già visto con Stranger Things che questo bacino di immagini e di riferimenti prende volentieri piede nel presente, e Bandersnatch conferma questa sensazione. Solo che, a differenza di Stranger Things che attinge unicamente dall’immaginario e dai temi, questi episodio-film di Black Mirror si lancia nella sperimentazione di una struttura narrativa molto cara al decennio dei Duran Duran.

Bandersnatch è un esperimento di ipertesto cinematografico, dove la trama può prendere potenzialmente tutte le direzioni che noi spettatori gli diamo interagendo direttamente con la pellicola. O almeno, questo è quello che Netflix vuole farci credere aggiungendo circa ogni dieci minuti un bivio narrativo in cui si decide tra due alternative possibili per lo sviluppo della vita del protagonista. Questo tipo di struttura, come già detto, è appunto quella che i lettori appassionati di libri-game e i giocatori incalliti di boardgame conoscono bene: non c’è una linearità nello sviluppo di ciò che sta succedendo, ma strade che si biforcano creando sempre nuove realtà possibili. Più che in orizzontale, questo tipo di trama ha come obiettivo quello di svilupparsi in modo tridimensionale, creando universi paralleli in cui se scegli di mangiare dei cereali Kellog’s Frosties finisci per fare a pezzi tuo padre, mentre se opti per un altro tipo di colazione magari sei tu quello che muore ammazzato. Stefan, il protagonista dell’episodio, è un giovane programmatore di videogiochi che tenta di ricreare in forma interattiva uno di questi libri-game, Bandersnatch, il cui autore – giusto per aggiungere quel tocco di macabro á la Black Mirror – è un pazzo assassino con manie di persecuzione complottiste. Solo che, ironia della sorte, finisce per essere lui stesso protagonista di questi bivi narrativi che determinano la vittoria o meno di Stefan a questo enorme videogioco che si chiama la vita e che non sapremo mai se è pilotato da una mano invisibile anche nota come destino o se è affidato al libero arbitrio dell’essere umano.

Bandersnatch presenta così molti finali diversi: lasciando che il corso dell’episodio si scelga da solo, cosa che ho personalmente fatto, si arrivano a vedere tutti i finali possibili, per un totale di circa 120 minuti di puntata. La trama ci suggerisce che non esiste una vera e propria conclusione che potremmo definire un lieto fine, supportando la grande metafora di Bandersnatch sull’impossibilità di controllare il caso e sulla consequenzialità della realtà, di quel famoso “effetto farfalla” che fa sì che la nostra vita sia solo un infinito susseguirsi di infinite possibilità. Stefan è così il pupazzo nelle mani dello spettatore, che si veste da demiurgo in salotto per qualche ora e che si sente potente perché con il trackpad può decidere se il ragazzo deve, per esempio, mangiarsi le unghie o grattarsi l’orecchio in un momento di crollo dei nervi. In questo universo delle eventualità, Stefan deve riuscire a fare sì che il suo videogioco esca e che sia un successo, valutato cinque stelle dalla critica. Nel percorso verso un’ipotetica riuscita di questo intento, non mancano ovviamente gli intoppi e i vari “andate in prigione senza passare dal via”, tra i quali gli incontri del destino con personaggi fondamentali per lo sviluppo della trama. Tra questi, spicca la conoscenza con Colin Ritman, un programmatore di videogiochi geniale con i capelli ossigenati. Colin è un po’ un Bianconiglio che guida Stefan nel paese delle meraviglie psichedeliche con cartoncini di LSD – tra l’altro i parallelismi con Alice sono evidenti già dalla scelta del nome Bandersnatch, che è proprio una creatura di Lewis Carroll – e che fa da propulsore della sotto-trama complottista, che è in realtà solo uno dei temi di questo episodio.

Oltre al macro-tema del destino e della volontà di azione, infatti, ci sono finestre che si aprono su molti altri argomenti: c’è il trauma infantile del personaggio, la morte della madre determinata da dettagli apparentemente insignificanti come un ritardo di qualche minuto e tutto il disastro esistenziale che ne deriva per il protagonista; c’è la teoria di Pac Man e della sua vera natura, programma di controllo delle menti umane; c’è la mania di persecuzione di Stefan che può essere risolta con il disvelamento di Netflix in qualità di burattinaio – e quindi l’auto-omaggio della stessa piattaforma di streaming – e una meta narrazione del mezzo di fruizione in sé, cosa che mi ha ricordato molto il computer di Leone il cane fifone; e poi c’è tutta l’atmosfera alla The Truman Show, per cui Stefan si ritrova addirittura attore sul set di Black Mirror, incapace ormai di distinguere tra la vita del personaggio e quella di essere umano, dove inizi la finzione e dove finisca la realtà e altri quesiti pirandelliani del genere. Insomma, Bandersnatch mette moltissima carne sul fuoco, e non oso nemmeno immaginare la mole di lavoro che ha sovrastato gli sceneggiatori di questa puntata per fare sì che la trama girasse sempre in modo sensato.

Il punto è che per una persona come me che non ha mai avuto a che fare con i giochi di ruolo – esclusa qualche partita natalizia a Talisman – né con i libri-game né tantomeno con i videogiochi in stile Monkey Island, Bandersnatch potrebbe trasformarsi dopo poco in una sequela noiosa di finte possibilità. Perché l’illusione di potenza che si prova nell’essere autori di una trama può svanire presto. Prima di tutto perché è evidente che certe scelte siano a propri quelle sbagliate: ad esempio, quando a Stefan viene proposto il lavoro più bello che potesse chiedere, programmare un videogioco con la collaborazione di professionisti del settore, è chiaro che accettandolo qualcosa andrà per forza storto, e infatti è così. Poi, il controllo del telespettatore non è altro che una finta padronanza degli eventi, considerato che comunque ci troviamo sempre a scegliere tra due opzioni che non abbiamo creato noi. Più che di comando della situazione, bisognerebbe parlare infatti di raddoppiamento delle possibilità d’azione: se in un normale film o libro abbiamo una sola via da perseguire, qua al massimo ne abbiamo una in più che sommata alle altre diventano quelle infinite cinque ore di episodio, rendendo Black Mirror il Via col vento del Ventunesimo secolo.

E dunque, a chi urla al futuro dell’intrattenimento, all’alba di una nuova era della serie tv, io mi sentirei piuttosto a mio agio nel ribadire che no, Bandersnatch non è il futuro dell’audiovisivo ma solo un esperimento divertente, un po’ come la moda del 3D di qualche anno fa. A costo di fare il Fassino della situazione e partorire previsioni che potrebbero rivelarsi tragicamente fallaci, la sovrapposizione di mondi e possibilità non è poi così tanto interessante, è solo più complessa. C’è bisogno di una certa economia della narrazione per fare sì che una storia abbia un vero effetto appagante su chi l’ascolta o la guarda. Quello che resta di Bandersnatch è la voglia di commentare non tanto la storia in sé, quando la sua struttura. Non resta tanto la storia di Stefan e del suo videogioco, ma il fatto che per conoscere questa la storia hai dovuto scegliere tra una ventina di alternative e rimanere col rimpianto di non aver preso mai la strada giusta. C’è un motivo se i libri-game e i giochi di ruolo sono rimasti strettamente confinati all’epoca che li ha partoriti e che oggi sono oggetti eccentrici rappresentativi della stravaganza futuristica di quel periodo. Allo stesso modo, gli autori di Black Mirror hanno ritirato fuori dalla soffitta un gioco divertente che vale la pena fare a Natale con tutti i cugini e gli amici per farsi due risate e dire “wow che bomba!”, ma oltre a questo revival sperimentale forse non rimane poi moltissimo da commentare.

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