Esiste un prima e un dopo i Beastie Boys nella street culture. Il documentario di Spike Jonze ne è la prova.

Siamo appena entrati nella famosa Fase 2 della pandemia che ci tiene a casa da quelli che sembrano anni e invece sono appena due mesi e ormai siamo tutti più o meno coscienti del fatto che la vita come la conoscevamo prima non tornerà di colpo come se nulla fosse. Si parla di plexiglass tra i tavoli dei ristoranti e sulle spiagge, e circolano anche foto di macchine che negli Stati Uniti girano all’interno di uno strip club come fosse una sorta di safari tra spogliarelliste. Sono tante le cose che mancano della vita anti-covidiana e volenti o nolenti bisognerà adattarsi per il tempo che sarà necessario. Un effetto strano che questa situazione ha generato su di me, ma immagino di non essere la sola, è quello di stimolare una reazione di ansia retroattiva: se vedo in un film gente che si ammassa mi viene da pensare subito “Non state così vicini”. Spero che questa sensazione se ne andrà così come il virus che ha segnato una nuova epoca, e spero anche che quando andrò a un concerto, cosa che amo fare da sempre, non mi rovinerò il live pensando ogni istante alle possibili gravi conseguenze che può avere sulla società un assembramento. Negli ultimi giorni mi è capitato di vedere un documentario musicale che mi ha ridato un po’ di quella linfa vitale di cui avevo bisogno per credere che tutto questo prima o poi finirà, un mix di nostalgia e materiale su cui riflettere. Si tratta di Beastie Boys Story, il documentario di Spike Jonze basato su uno spettacolo teatrale diretto proprio da Jonze e portato in giro dai due membri ancora in vita della band, un racconto piuttosto inedito – soprattutto per la forma con cui è girato – su un pezzo della storia della musica occidentale che tutti dovremmo conoscere. 

Ci sono diverse ragioni per cui Beastie Boys Story non si può catalogare tra i classici documentari che raccontano in modo cronologico le grandi imprese delle leggende del pop o del rock, quelli che di solito vengono doppiati male e che ti ritrovi in seconda serata su Rai 5. Non che questa forma sia per forza noiosa o inutile, ma a meno che il documentario in questione non riesca a coinvolgere lo spettatore il risultato finale può somigliare più a un tema scolastico o a un power point che a qualcosa di narrativamente potente. Il fatto che ci sia un regista del calibro di Spike Jonze – autore di film cult come Essere John Malkovich o Her nonché di video musicali degli stessi Beastie Boys, come quello di una delle loro canzoni più celebri, “Sabotage” – di certo aggiunge un tocco autoriale alla qualità del prodotto uscito su Apple Tv e che in realtà avrebbe dovuto essere in gara al South by Southwest Film Festival se non fosse stato per l’emergenza COVID-19, allargando le prospettive del settore.

Spike Jonze

Lo spettacolo da cui è tratto in realtà dura quattro ore, cosa che si nota nel documentario dal momento che sembra fare qualche salto brusco nella storia della band, ma escludendo il fatto che come nella maggior parte delle cose la visione dal vivo ha tutto un altro sapore, bisogna ammettere che è comunque un’idea di racconto molto brillante. Sembra infatti che più che una ricostruzione storiografica o un’agiografia stucchevole sull’epica di un gruppo newyorkese che ha suonato dagli anni Ottanta fino a otto anni fa, si tratti di uno spettacolo di stand up in cui gli artisti stessi sono chiamati a riportare la loro storia come fossero in un bar seduti a fare quattro chiacchiere con un adolescente curioso di sapere chi fossero questi mitici Beastie Boys. Non è un caso infatti che il sottotitolo dello spettacolo sia “A 2 person 1 man show about 3 kids who started a band together”, una formula di racconto che può in effetti rivoluzionare il solito riepilogo frontale a cui siamo abituati, ma anche una testimonianza vivida e divertente – oltre che commovente, visto che commemora la morte di uno di questi famosi 3 kids – della storia di un gruppo di “weirdos”, così si definiscono loro, che hanno di fatto cambiato il corso della musica leggera, grazie anche alla strana amicizia che li ha legati in trent’anni di carriera. 

Un documentario, va da sé, non può mai essere interessante e coinvolgente se la materia di cui tratta non ha qualcosa di particolare. I Beastie Boys – che per alcune generazioni, nate proprio negli anni della loro esplosione, sono come una leggenda – hanno una serie di caratteristiche estetiche, biografiche e musicali capaci di renderli il centro di un movimento culturale stratificato e globale di quelli che oggi non esistono più. Con questo non sto facendo il classico discorso da vecchio con le mani dietro la schiena che “Ai miei tempi qui era tutta campagna e voi ragazzini ascoltate solo schifezze”, ma oggettivamente nell’arco di mezzo secolo circa sono successe alcune cose nell’industria culturale occidentale talmente rapide e diverse che l’idea stessa che una singola band possa influenzare così tanto tutto ciò che gli sta attorno si è estinta. Sono cambiati i mezzi di diffusione, internet ha stravolto sia la fruizione musicale che la promozione, e le idee rivoluzionarie non possono più esserlo così tanto, dal momento che ci ritroviamo soffocati da una palude postmoderna dove tutto è rivoluzionario ma niente lo è per davvero.

Londra, 1993. L-R Adam Horovitz (Ad-Rock), Mike Diamond (Mike D), Adam Yauch (MCA)

Non che non esistano le novità, né le cose davvero originali e destinate probabilmente a durare anche dopo la vampata di viralità per una coreografia su Tik Tok – in Italia, a questo proposito, è emblematico il caso di Anna Pepe, come esempio recente – ma di certo la velocità con cui si sale e al contempo si cade dalla vetta del successo si è moltiplicata. Dagli anni Ottanta agli anni Duemila, poi, c’è stato un altro elemento fondamentale per la diffusione di un genere e di un fenomeno, ossia MTV e tutto ciò che ne derivava a livello di sottoculture, industria musicale e formazione di un immaginario. Ecco, i Beastie Boys – per fare una sintesi molto stretta del perché abbiano avuto un ruolo così centrale – sono stati la punta di diamante di un calderone multiculturale e iper stratificato che si è venuto a formare grazie a certe coincidenze storiche e contestuali. 

I “Monty Python del rap”, come si definiscono loro stessi dando un’idea molto calzante dello spirito con cui hanno iniziato, erano tre adolescenti della New York borghese degli anni Ottanta, erano tutti e tre di origine ebraica, erano tutti e tre appassionati di musica punk e avevo tutti e tre voglia di esplorare le sottoculture che gli Stati Uniti di quegli anni potevano offrire a un gruppo di giovani curiosi. Partendo dalla spinta rock di band come i Clash o i Bad Brains, cominciando a suonare con una ragazza alla batteria, Kate Schellenbach, i tre amici liceali crearono  un vero e proprio ponte tra due culture diverse e opposte: quella bianca, ricca, intellettuale,viziata, opulenta e quella afroamericana del rap, che in quegli anni si stava cominciando a espandere, ma che non era certo roba per quindicenni ebrei festaioli e brufolosi. Grazie all’incontro con Rick Rubin – un produttore che ha avuto l’intuizione di suggerire alla band di fare un mix di svariate cose, tra le quali metal ed estetica da wrestling – i Beastie Boys si lanciarono in questo progetto apparentemente senza senso di mescolare generi, tra i quali  il rap – inizialmente in modo molto naïf, visto che leggevano addirittura le barre dai foglietti come fossero a un saggio del liceo – alla presa in giro della cultura stessa da cui provenivano. I Beastie Boys ironizzano, dissacrano e sputano sopra all’ambiente dei “party bors” e dei “frat guys” – i figli di papà da college, gli incamiciati ubriachi da confraternita che pensano solo alle feste e all’alcol, insomma, cretini viziati pieni di soldi – e così nasce un connubio che misteriosamente funziona, una contaminazione tra generi che non avevano alcun tipo di dialogo e che da quel momento in poi, in effetti, grazie soprattutto a loro, cominceranno ad averlo.

Beastie Boys e Rick Rubin

Oggi si parla spesso di cultural appropriation, l’idea per cui in una società consumistica e globalizzata sia ingiusto appropriarsi dei simboli e delle tradizioni di minoranze o di gruppi a cui non si appartiene impoverendone la cultura pur di vestirsi come un’indiana d’America al Coachella – giusto per citare un esempio lampante. Il mescolarsi di radici e di forme per crearne nuove però è la base su cui si fonda la musica, il cinema, la letteratura e qualsiasi altra forma d’arte che conosciamo: un conto è rubare, appropriarsi indebitamente e speculare, un conto è, come hanno fatto i Beastie Boys – e tanti altri prima e dopo di loro –  fare spazio a una nuova via da percorrere nella musica che può diramarsi in mille altre vie. Vedere tre ragazzini bianchi che rappavano in giro per gli Stati Uniti con i loro strumenti sgangherati da band punk che prova in un garage ammuffito, aprendo concerti a Madonna, mandando a fanculo chiunque, rivendicando quel famoso “You gotta fight for your right to party” – canzone che li consacra nell’immaginario soprattutto estetico, ma niente a che vedere con tutta la musica molto più sperimentale che hanno fatto dopo – era, in effetti, una rivoluzione. Non tanto perché i tre amici fossero consapevoli di ciò che stavano facendo, ma perché con la sperimentazione dettata anche dall’incoscienza, dall’iniziativa di utilizzare realmente degli strumenti del rock come chitarra basso e batteria – più tutto ciò che si poteva aggiungere con i mezzi dell’epoca a livello di elettronica – e dall’insolenza adolescenziale che li animava si erano aperti una possibilità inedita di creare qualcosa che a livello musicale rappresentasse proprio la moltitudine culturale di una città come New York. Partendo dalla presa in giro di un’industria e di un genere diventarono essi stessi il simbolo per eccellenza di una cultura anni Novanta fatta di video su MTV. Tanto centrali e outsider allo stesso tempo – come i migliori ribelli – da creare una scena ante litteram da Kanye West contro Taylor Swift, quando nel ‘94 alle premiazioni degli MTV Video Awards fecero salire sul palco Adam “MCA” Yauch travestito da regista svizzero per protestare contro la vittoria dei REM.   

In Beastie Boys Story non mancano anche le parti oscure di ciò che comporta per un gruppo di ragazzi così giovani entrare in un mondo selvaggio e senza scrupoli come quello dell’industria musicale. Raccontano dei casini con le royalties, dei compromessi con le etichette discografiche che bisogna affrontare quando si sale di livello e dei loro fallimenti, come l’album Paul’s boutique, un flop commerciale che però poi si è rivelato negli anni un album cult, essendo quello in cui cominciano a sperimentare di più con gli strumenti musicali e con i generi. Ci sono anche le scuse dei due membri della band in vita rispetto al modo in cui parlavano delle donne nelle loro prime canzoni, le scuse per come hanno trattato la loro vecchia amica Kate, ma anche tutto ciò che hanno fatto dopo per rimediare a questi errori attraverso battaglie culturali – non a caso Adam “Ad-Rock” Horovitz è sposato con Kathleen Hanna, voce delle Bikini Kill e dei Le Tigre, artista simbolo del femminismo anni Novanta – e iniziative umanitarie come i concerti organizzati per raccogliere fondi e sensibilizzare sulla questione del Tibet, visto che Adam “MCA” Yauch, morto di cancro nel 2012, era anche diventato buddista.

Kathleen Hanna e Ad-Rock
Kathleen Hanna, 2015

I Beastie Boys erano fino al 2012 una band, erano tre amici abbastanza fuori controllo, hanno avuto alti e bassi, si sono reinventati, hanno sperimentato con qualsiasi genere a loro disposizione, ma soprattutto hanno creato un’estetica fatta di video in fish eye, scarpe Adidas, t-shirt, jeans e facce da schiaffi. Essere perfettamente riconoscibili e spingere chiunque ti guardi a volerti emulare fa di te quello che oggi definiremo un influencer, solo che a differenze delle sponsorizzazioni dei brand loro andavano avanti producendo dischi che ancora oggi a sentirli sembrano venuti da non si sa quale pianeta folle in cui si mescolano tutti i generi degli ultimi quarant’anni. Il risultato è che alla fine di Beastie Boys Story mi è venuta una gran voglia di comprare un paio di Adidas proprio come quelle che indossavano quei tre cool kids che non hanno mai rilasciato in vita loro un’intervista senza fare i cazzoni e che così facendo hanno creato un mito, al quale la musica di oggi deve veramente tanto. Magari poi con la Fase 3 quelle Adidas che i Beastie Boys hanno trasformato in simbolo della loro estetica anti-sistema – ma che come tutto ciò che proviene dall’industria culturale, altro non è se non un’illusione di anticonformismo – vado anche a comprarle, sperando di poterle indossare a uno spettacolo dal vivo senza plexiglass; aspettando quel giorno, vale la pena riascoltare la discografia di questa band, o per chi non l’avesse mai fatto, di ascoltarla per la prima volta.

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