L’amica geniale 3 dà voce alle nostre paure di non essere, non vivere e non farci valere abbastanza - THE VISION

Ho un nuovo passatempo: tra una puntata e l’altra della terza stagione dell’Amica geniale, scorro i commenti, le domande e le riflessioni di chi non ha letto i libri e ignora come andrà a finire. A volte invidio questo non sapere cosa ne sarà di Lila e Lenù, all’anagrafe Elena Greco e Raffaella Cerullo; altre mi chiedo come sia possibile trattenersi dall’andare in libreria a soddisfare la propria curiosità; spesso devo trattenermi dallo spoiler; sempre, però, devo arrendermi all’evidenza di una costante che mi sgomenta e mette fine al mio scroll: le critiche, anche feroci, di donne reali a donne immaginarie. Tra i vari “Nino Sarratore merda” emergono infatti giudizi e appunti così severi e tagliati con l’accetta che neppure Immacolata Greco, la temuta mamma di Elena interpretata da Anna Rita Vitolo, farebbe.

Considerando che l’intera tetralogia conta ben 1728 pagine e che la serie prevede un totale di 32 episodi della durata tra i 48 e i 67 minuti (quando finirà questa stagione ne avremo già visti 24), la trasposizione televisiva de l’Amica geniale può assomigliare, in alcuni momenti, al tentativo di concentrare le portate di uno sfarzoso pranzo di nozze in un paio d’ore. Questa velocità e varietà può piacere, ma ci sono degli inconvenienti. Il primo è qualcosa a cui solo gli spettatori di Un posto al Sole possono dirsi abituati: tra una puntata e l’altra, infatti, i personaggi minori, soprattutto bambini, crescono di tre/quattro anni. Il secondo, invece, è strettamente connesso a quanto raccontato in Storia di chi fugge e di chi resta (il terzo libro della tetralogia): ci si può sentire un po’ sopraffatti, si può far fatica sia a digerire che a riconoscere e apprezzare le varie sfumature della trama.

Per quanto vicende e stagioni politiche facciano sempre da sfondo alla storia di Lila e Lenù, il terzo volume, penultimo della saga, è il più politico dei quattro. Racconta infatti i grandi cambiamenti dell’Italia degli anni Settanta: c’è l’estremizzazione dell’ideologia, la violenza, la lotta armata e il terrorismo; ci sono le riforme tese a garantire diritti e c’è il femminismo come pratica diffusa che trasforma la coscienza e la vita quotidiana di migliaia di donne. Si rimescolano rivendicazioni, illusioni e interessi di classi più o meno agiate. Le nuove tecnologie aprono la strada a quello che diventerà poi il personal computer. Fanno la loro comparsa sulla scena gli operai e i giovani. Sono anni, per dirla con Gaber, “affollati”. 

Nel romanzo, il procedere degli anni e il succedersi degli eventi è sublimato dallo sforzo di Elena di tenersi al passo coi tempi, ma l’impegno riguarda anche il lettore. Più si va avanti, più risulta impossibile assodarsi su una certezza. Giudicare qualcuno, dirsi sicuri di qualcosa, diventa impossibile. Chi ha amato la tetralogia ha dovuto fare i conti con una grande lezione: per quanto ti sforzi, non saprai mai cosa ti aspetta, né riuscirai a comprendere del tutto quali sono i sentimenti degli altri e cosa succede davvero nella loro vita. Non si può prevedere niente: per quanto alcuni eventi possano gettare lunghe ombre sul proprio cammino, sprazzi di luce possono illuminarlo all’improvviso, diradando nuvole e preoccupazioni. Tutto è momentaneo, nel bene e nel male. Tranne, forse, l’amicizia che è soprattutto un esserci, un restare o un ritornare anche quando non è facile, semplice e neppure dovuto. 

Il fare e sentire dei personaggi ci è presentato attraverso lo sguardo di Elena che è contemporaneamente una narratrice autodiegetica e allodiegetica, non del tutto affidabile. Ciò significa che è sì la voce che ci racconta la sua vicenda, ma è anche e al contempo una delle tante voci che compongono una storia assai più grande. La cosa migliore – la vera magia che sa fare Elena Ferrante, chiunque ella sia – è però un’altra: seguiamo una cronaca di eventi, vediamo conseguenze ed evoluzioni fin dove arriva il presente delle protagoniste, dimenticando che chi racconta sa già come va a finire poiché ha 66 anni e scrive, come annuncia a pagina 19 del primo libro, per una sorta di ennesima sfida con l’amica. Per Elena Greco sarebbe semplice assumere il tono di chi sa tutto e lo giudica con brutale franchezza. Invece no. Elena vuole comprendere. Per questo parte dall’inizio e mette nero su bianco la traccia più labile di tutte: quella dell’affetto. Tra la storia delle scarpe, del nuovo cognome, di chi fugge e di chi resta, L’amica geniale è la storia del perché Lenuccia e Lila sono state parte l’una della vita dell’altra, e dei risultati che questo ha avuto.

Nella serie, oggi diretta da Daniele Luchetti, parte di questi assunti purtroppo va perduta, cosa che non è del tutto un male perché nell’economia della visione televisiva in prima serata – e dunque corale – è il pubblico a dover fare due più due. Elena ci appare come una mera spettatrice delle esistenze altrui, a volte anche della sua stessa vita. Presa dallo star dietro al grande interrogativo della sua vicenda privata – il matrimonio, la maternità, gli uomini diversi dal marito –, consumata tra lo scrivere e il non farlo mai più, trovarsi un lavoro qualsiasi o far semplicemente la signora, scopre di essere estranea a tutto – la famiglia d’origine e quella acquisita – e capisce che la sua vita è ferma mentre tutto sta cambiando. Deve e vuole ancora diventare.

Istruita, emancipata, lontana dalla miseria, accolta in una famiglia agiata e progressista, avviata verso una carriera promettente, moglie e madre, sui social network ho letto che Elena è anche incontentabile, insoddisfatta senza ragione, inadeguata alla vita di famiglia, una che si è sposata solo per interesse, una traditrice incapace di godere dei suoi risultati, irriconoscente dei sacrifici altrui e ingrata verso la sorte. Lenuccia è un cataplasma, come ha scritto Ester Viola nella sua newsletter, interpretando il pensiero di molti. Vorremmo poter intervenire, dirle qualcosa, scuoterla, tirarle un urlo come farebbe sua madre, dire: “Scetate!”, svegliati. Ci aspettiamo da lei grandi cose. Non può essere arrivata dov’è per poi perdersi così. Vogliamo per lei e da lei il meglio, perché è un personaggio che promette molto. La verità è che quando Lenuccia ci fa imbestialire ci immedesimiamo in Lila, vorremmo gridarle che è una cretina e poi, piangendo, domandarle: “Chi sono io, se tu non sei brava?”.

In Italia, molti non hanno ancora capito Elena Ferrante perché, più di domandarsi dei suoi lettori-spettatori e della loro fame di storie complete e complesse, preferiscono farsi ancora l’oziosa domanda “chi è (e come si permette)?”. Nella prima stagione dell’Amica geniale abbiamo imparato che i legami conflittuali, fatti di scontri e silenzi, raccontano la storia del nostro Paese; nella seconda che oltre a “fuck Nino Sarratore” dovremmo cominciare a dire anche “find your own Enzo Scanno”; da Storia di chi fugge e di chi resta – libro che ha fatto scoppiare la Ferrante fever in America – stiamo invece imparando che Lenuccia dà voce alle nostre paure di non essere e non vivere e non farci valere abbastanza, ai nostri dubbi sull’aver fatto o meno la scelta giusta.

Soprattutto, però, questo capitolo, ci dice una cosa rivoluzionaria: possiamo sentirci inadeguati e riuscire comunque, perché l’inadeguatezza spesso la percepiamo solo noi, gli altri no, gli altri di solito sono alle prese con la loro. È questo il tema bruciante: gli altri ci appaiono sempre più disinvolti rispetto alla vita, ma ignoriamo che anche noi possiamo dare la stessa impressione. Quello che è andato in onda ogni domenica è il nostro personale compromesso storico tra ciò che volevamo essere a vent’anni e ciò che siamo a trenta, a quaranta. Lenuccia allora ci autorizza a sentirci meno soli nello sbaglio, a pretendere di più.

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