L’uomo rappresenta lo 0,01 % delle specie viventi. Eppure, sta distruggendo l’intero pianeta.

Come ormai s’è capito la Terra è minacciata dalla peggior specie che potesse mai abitarvi, l’unica in grado di distruggere in poco più di cento anni tutto ciò che si è creato in diverse centinaia di milioni: l’uomo. Se più di 28mila specie sono a rischio di estinzione, come certifica l’Iucn (l’Unione mondiale per la conservazione della natura), le cause non sono certo naturali (come ad esempio successe per i dinosauri), di un Dio sadico o di altri fattori esterni indipendenti, ma vengono dalle nostre azioni e dal nostro non volerne riconoscere la responsabilità.

Yuval Noah Harari, storico e professore universitario israeliano, ha scritto nel saggio Sapiens, da animali a dèi: “A noi spetta il triste primato di essere la specie più ferale che esista negli annali della biologia”. Una delle caratteristiche della nostra specie, infatti, oltre al poter raccontare storie, fare sesso solo per piacere e piangere, è l’enorme potenza distruttiva rispetto all’ambiente che ci ospita e alle altre specie animali e vegetali che contribuiscono alla nostra sopravvivenza. Ron Milo del Weizmann Institute of Science ha condotto una ricerca basandosi proprio sul peso specifico dell’uomo sul Pianeta. La vita sulla Terra è costituita dall’82% da piante, dal 13% di batteri, dal 5% di animali e soltanto dallo 0,01% dall’essere umano, eppure, conclude la ricerca, dal suo avvento l’uomo ha causato la perdita dell’83% dei mammiferi selvatici e del 50% delle piante. Questi dati spiegano più dettagliatamente il senso del termine “ferale” usato da Harari.

Yuval Noah Harari

In origine fu il mare a limitare la distruzione dell’uomo. Per milioni di anni nessun essere umano raggiunse l’America, l’Australia o altre isole remote come il Madagascar e la Nuova Zelanda. Così si crearono delle diversità ambientali e biologiche a seconda delle zone del pianeta, con gli organismi a vivere autonomamente e la natura a proliferare incontaminata. Poi arrivò l’uomo. Il primo passo fu la colonizzazione dell’Australia, 45mila anni fa. Gli abitanti dell’arcipelago indonesiano svilupparono le prime società marinare, costruendo imbarcazioni e navigando il Pacifico per scoprire nuove terre. Trovarono l’Australia. L’uomo non si limitò ad adattarsi al nuovo territorio: trasformò l’intero ecosistema. Le specie che trovò in Australia erano per lui inedite: leoni marsupiali, canguri di duecento chili e alti due metri, koala enormi e lucertole simili a draghi. Tra questi vi era il diprotodonte, uno dei mammiferi più imponenti del Pleistocene. Nel giro di poche migliaia di anni, su ventiquattro specie australiane di marsupiali oltre i cinquanta chili, ventitré si estinsero. E non a causa di cambiamenti climatici, ma per mano dell’uomo a causa della caccia e della distruzione del loro habitat.

La spiegazione della scomparsa di certe specie australiane è semplice: l’arrivo dell’uomo ha fatto sì che le morti di una specie fossero superiori alle nascite, soprattutto per gli animali con una mole gigantesca, che avevano tempi lunghi di riproduzione. Oltre alla caccia, un altro fondamentale motivo di queste scomparse si ipotizza sia stato l’uso del fuoco. Arrivando in nuovi territori, l’uomo incendiava vaste aree di foresta per creare praterie aperte e attirare selvaggina di facile cattura. Così facendo, l’uomo trasformò gli ambienti al suo passaggio. Scomparvero diversi alberi e arbusti, mentre si propagarono altri, come ad esempio l’eucalipto, una pianta particolarmente resistente al fuoco. I cambiamenti nel mondo vegetale scombussolarono la vita degli animali, compresa la loro dieta. Fu il collasso delle catene alimentari e l’inizio della tirannia dell’uomo. All’epoca, però, l’uomo agiva secondo l’istinto di autoconservazione, non conosceva le conseguenze delle sue azioni sull’ambiente, mentre oggi ha una piena consapevolezza dei suoi danni. E non arresta ugualmente la sua opera di distruzione.

I disastri ecologici da allora proseguirono 16mila anni fa, quando i livelli del mare erano così bassi da permettere una traversata tra la Siberia e l’Alaska. Senza saperlo, l’uomo aveva scoperto l’America. I primi a farne le spese, come millenni prima anche nelle altre zone abitate dall’uomo, furono i mammut, che vennero cacciati per la carne, la pelliccia e l’avorio, i quali nel corso dei millenni successivi si estinsero soprattutto proprio per via della caccia. Dall’Alaska l’uomo si spinse sempre più in basso, raggiungendo il Centro America e infine il Sudamerica. Al suo passaggio gli ecosistemi cambiarono e, nel giro di circa un millennio, diverse specie scomparvero, dopo aver vissuto indisturbate in quei luoghi per milioni di anni. Adesso sembra fantascienza, ma al suo arrivo in America l’uomo trovò bradipi di sei metri pesanti otto tonnellate, roditori grandi come orsi e felini dai denti a sciabola. Su quarantasette grandi mammiferi presenti in America, dopo l’arrivo dell’uomo trentaquattro si estinsero. Gli antenati dell’homo sapiens portarono all’estinzione metà delle specie del pianeta prima ancora di scoprire la ruota e la scrittura.

Nel corso del tempo questo rituale si è ripetuto ovunque. In Madagascar hanno vissuto per milioni di anni gli uccelli elefanti e i lemuri giganti. Entrambi sono scomparsi 1500 anni fa, proprio quando l’uomo ha invaso l’isola a est del continente africano. Lo stesso vale per la flora e la fauna delle isole Fiji, della Nuova Caledonia, di Samoa e di Tonga. L’uomo si porta dietro una scia di vittime da millenni, e si ostina, ancora oggi, messo a fronte delle evidenze scientifiche che lo dimostrano, non impara mai la lezione. Per Harari, “Se noi ci rendessimo conto di quante specie abbiamo già sradicato, potremmo essere più motivati a proteggere quelle che ancora sopravvivono. Ma forse i soli sopravvissuti all’inondazione umana saranno gli umani stessi e gli animali da cortile che servono da schiavi rematori nell’arca di Noè”.

Oggi non è cambiato niente: tra deforestazione, cementificazione, inquinamento e metodi selvaggi di agricoltura e allevamento intensivo l’uomo sta devastando la sua stessa casa. Abbiamo dunque un anfibio su due e un mammifero su quattro a rischio estinzione, con il pericolo non soltanto di ridurre la biodiversità, ma di mettere a repentaglio la sopravvivenza dell’ecosistema stesso. Un rapporto dell’Onu elaborato dall’Ipbes (piattaforma intergovernativa scientifico-politica sulla biodiversità e gli ecosistemi) spiega che un milione di specie tra piante e altri esseri viventi sono minacciate dall’azione dell’uomo. Nel rapporto emerge il dato sulla riduzione drastica del numero di certi animali, come l’allodola, gli scoiattoli rossi, i pipistrelli e i ricci. Il pericolo è immediato e non riguarda un futuro remoto, come ricorda il WWF parlando dei panda giganti, presenti adesso soltanto in 2mila esemplari. Un giorno l’uomo del futuro, guardandosi indietro, immaginerà il pipistrello o il panda con lo stesso stupore con cui noi immaginiamo i bradipi giganti e gli uccelli elefanti. C’è solo una differenza: l’uomo del futuro potrebbe non esserci, a causa della distruzione della Terra.

L’uomo sta persino riuscendo ad annientare le cosiddette superspecie, come le definì Ernst Mayr, ovvero quelle che si sono contraddistinte per il successo evolutivo e l’impatto nella vita sulla Terra. L’esempio più eclatante riguarda le api, fondamentali per l’equilibrio del pianeta. La loro scomparsa causerebbe un enorme squilibrio per noi e per le altre specie, destabilizzando la catena alimentare e il benessere del nostro ecosistema. Ma l’uomo continua a non sentire i campanelli d’allarme degli studiosi o a tenere a mente le lezioni della sua stessa Storia, quella fatta di estinzioni che lo vedono carnefice, della prevaricazione sulle altre specie e dell’autodistruzione della propria.

Un’altra minaccia alla biodiversità è rappresentata dalle specie aliene, ovvero animali, piante e altri organismi introdotti dall’uomo in altri ambienti – volontariamente o accidentalmente, e che in molti casi possono danneggiare l’ecosistema. Nel 1890, a Eugene Schieffelin, membro della Società zoologica di New York, venne la bizzarra idea di introdurre in Nord America tutti gli uccelli menzionati nelle opere di Shakespeare. Così liberò centinaia di storni a Central Park. Oggi negli Stati Uniti ci sono più di 200 milioni di storni che competono con le specie autoctone e distruggono le coltivazioni. L’Unione Europea sta tentando di contrastare il fenomeno delle specie aliene con il progetto Invalis, che vieta l’introduzione, l’allevamento, la coltivazione, il trasporto e la vendita di tali specie.

L’importanza numerica dell’uomo sulla Terra è, come abbiamo visto, insignificante. La sua irrilevanza tocca picchi ancora più elevati se misurata sotto un prospetto temporale, ovvero gli anni in cui l’essere umano è stato presente dal Big Bang ai giorni nostri. L’esplosione primordiale risale a 14 miliardi di anni fa, mentre l’homo sapiens ha fatto la sua comparsa più o meno 200mila anni fa. Questo vuol dire che siamo dei neonati al cospetto di ambienti e specie molto più antiche, eppure abbiamo avuto un impatto così dirompente da rovesciare tutti gli equilibri che persistevano dall’alba dei tempi, che è andato aumentando di pari passo agli strumenti che abbiamo inventato. Il ruolo vandalico che abbiamo assunto e che non riusciamo a scrollarci di dosso sembra quindi essere inscritto nel nostro DNA.  Rimuginare sulla nostra colpa e usarla come memento per arrivare a un cambiamento potrebbe essere molto utile, ma è fondamentale che a partire dalla scuola si riceva un’educazione in questo senso. Siamo a tutti gli effetti la specie più forte del pianeta, forse se riuscissimo usare questa indiscussa potenza a fin di bene e non per sfruttare e distruggere tutto ciò che entra in contatto con noi – a partire dagli altri esseri umani  – ma per rispettarlo e proteggerlo, invece che all’estinzione potremmo arrivare davvero a grandi cose. Perché ciò avvenga è però sempre più urgente una vera e propria rivoluzione della coscienza collettiva che al momento, fatta eccezione per alcuni esempi iconici, sembra ancora stentare a manifestarsi su larga scala.

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