La “sostenibilità” non basta. Per salvare il pianeta smettiamola con la cultura dell’ego.

Nel dibattito sull’emergenza climatica la parola “sostenibilità” è diventata un mantra, per fortuna. Praticare, soprattutto tra teenager e ragazzi, stili di vita sempre più sostenibili sta segnando un cambio di passo: il focus sul mantenimento delle risorse, per esempio attraverso circuiti di economia circolare, allontana le masse dall’atteggiamento distruttivo, consumistico e predatorio dei decenni passati. Ma è doveroso anche superare l’obiettivo della conservazione. Chi, come il biologo Daniel Christian Wahl, progetta comunità sostenibili dagli anni Novanta è da tempo andato oltre l’idea di sostenibilità che, per il ricercatore tedesco, di per sé non indica ancora un “traguardo adeguato”. Se non ci sono dubbi che vivere in modo “sostenibile” produca effetti “meno negativi” per il Pianeta, non è però abbastanza per ritrovare il suo equilibrio.

Agire in modo sostenibile può limitarsi a ridurre gli sprechi, ma non porta per forza al ripristino di parte degli ecosistemi distrutti come succede con la riforestazione e la ripopolazione degli habitat. In realtà, per Wahl neppure il rewilding sovverte realmente la logica “dell’uomo che si pone al di sopra della natura”. La svolta per un cambiamento profondo, ha scritto nel saggio del 2016 Designing Regenerative Cultures, deve compiersi in primo luogo nell’uomo e nelle sue relazioni, ed è insita nel concetto di “rigenerazione”. Non in quello di sostenibilità. Alla base delle culture rigenerative c’è la trasformazione dei rapporti interpersonali – prima ancora che tra l’uomo e la natura – grazie a una nuova scala di valori in grado spezzare la catena di egoismo e materialismo che sta annientando il Pianeta. In questo modo una “cultura di tipo rigenerativo faciliterà lo sviluppo sano degli esseri umani da una prospettiva egocentrica a una prospettiva sociocentrica, speciecentrica, biocentrica e cosmocentrica”. Sviluppata una nuova cultura, l’uomo tornerà “parte integrante della natura”.

Kharga, Sahara Ovest

Per le sue tesi, Wahl ha tratto ispirazione dal movimento di “ecologia profonda” avviato negli anni Ottanta dal filosofo norvegese Arne Næss con la ricerca del “sé ecologico”. Un altro precursore della cultura rigenerativa, e maestro di Wahl, è l’architetto statunitense Bill Reed, considerato un’autorità in quella che definisce “progettazione sostenibile rigenerativa”. Ormai da diversi anni Reed esorta a “imparare a far parte dell’ambiente, anziché recare minor danno all’ambiente. Il balzo più significativo per la nostra cultura è spostarsi da una visione del mondo frammentata a un modello mentale integrato, basato sulla totalità dei sistemi”. Questo filone di psicoecologia olistica e delle relazioni – di ecosofia avrebbe detto Næss – viene divulgato da una cerchia consolidata di ambientalisti, soprattutto accademici e scienziati della natura. Oggi è oggetto di un rinnovato interesse grazie alla nuova stagione di manifestazioni globali contro l’emergenza climatica e uno nuovo ciclo di estinzione delle specie.

Per questa ragione Designing Regenerative Cultures è tra i manuali più letti e applicati dalle migliaia di disobbedienti civili della rete internazionale non violenta Extinction Rebellion (Xr), fondata a Londra nel 2018 e, come i Fridays for Future di Greta Thunberg, in pochi mesi ramificata in Europa e in altri continenti. Dopo aver dato risposta alla domanda di come cambiare il mondo e di quale mobilitazione attuare, Xr si pone come terzo principio il “bisogno di una cultura rigenerativa” che sia “sana, resiliente e adattabile”. Queste tre caratteristiche, ha concluso Wahl, rendono gli ecosistemi capaci di mantenersi e di perpetuarsi e danno sostanza al concetto altrimenti generico di “sostenibilità”. Se flash mob e azioni di disturbo come blocchi stradali e occupazioni improvvise sono gli atti eclatanti che fanno parlare di Extinction Rebellion nel mondo, l’impegno quotidiano di chi si avvicina alla rete consiste piuttosto nello sviluppare rapporti collaborativi e orizzontali in risposta a bisogni collettivi e non più individuali; sperimentare forme di democrazia diretta; riunirsi nei parchi dove meditare e rilassarsi in sintonia con i suoni della natura; prendersi cura del prossimo e dell’ambiente riducendo i consumi superflui e dannosi; studiare e divulgare anche tra i conoscenti dati scientifici sulla gravità dell’emergenza climatica e sulle soluzioni praticabili per contenerla.

Attivisti della XR-Extinction Rebellion, Sydney (2019)

Dibattiti e workshop per diffondere comunità “sane, resilienti e adattabili” sul modello della cultura rigenerativa sono organizzati anche dai militanti di Extinction Rebellion Italia, nata all’inizio del 2019 e con gruppi sparsi in diverse città, dal Nord al Sud. Parola d’ordine, “inclusione”: gli altri cardini dell’ecologia delle relazioni di Xr sono, con il pacifismo, il rifiuto delle gerarchie e la sospensione del giudizio in un’ottica di ascolto e di estrema tolleranza verso tutte le opinioni, anche quelle da combattere con durezza. Esistono degli apripista, come il primo militante italiano del movimento Marco Bertaglia, ricercatore in scienze ambientali impegnato dagli anni Novanta come Wahl per il clima, ma nessun leader. I coordinatori (interni alle sedi o di collegamento con la rete nazionale e internazionale di Extinction Rebellion) ruotano ogni tre mesi, per garantire la parità tra loro. In ogni gruppo locale è nominato a turno anche un responsabile della cultura rigenerativa.

Rispetto ai Fridays for Future, Xr è più trasversale alle generazioni. Sta raggiungendo anche tutte le fasce culturali e sociali, sebbene il nucleo propulsore delle teorie di cultura rigenerativa sia nato, e resti composto anche in Italia, soprattutto da ricercatori, professori, studenti appassionati di discipline scientifiche e sociali. D’altronde, proprio una serie di ricerche accademiche degli ultimi anni ha tracciato relazioni significative tra i livelli di salute mentale e la qualità degli ambienti abitati. Uno screening statistico del Dipartimento di Psichiatria e dell’Institute of Health Informatics dell’University College di Londra sui dati clinici e ambientali di 16 Paesi, apparso nel 2017 sulla rivista Environmental Health Perspectives, ha evidenziato per esempio che “ridurre l’esposizione media globale alle polveri sottili (Pm 2.5) dai 44 a 25 microgrammi per metro cubo potrebbe abbattere del 15% il rischio di depressione nel mondo”. Questo perché le particelle inquinanti più sottili disperse nell’aria “possono raggiungere il cervello attraverso sia la circolazione sanguigna che il naso, e quest’aria inquinata contribuisce ad accrescere l’infiammazione cerebrale, danneggia le cellule nervose e modifica la produzione dell’ormone dello stress”.

Flashmob della XR-Extinction Rebellion, Natural History Museum, Londra (2019)

Altri studi clinici individuano correlazioni tra concentrazioni elevate di Pm 2.5 e un maggior rischio di sviluppare demenze senili come l’Alzheimer. Per fortuna è vero anche il contrario: immergersi nelle foreste, anche per brevi visite, ha un “effetto ricostituente” sul corpo e sulla psiche. Nel corso di un esperimento svolto tra il 2016 e il 2017 dal Natural Resources Institute Finland, e pubblicato nel 2019 su Science direct, i gruppi esaminati al ritorno da gite organizzate nei boschi hanno raccontato di provare un “senso di ristoro, più vitalità, emozioni positive in aumento e, viceversa, meno sentimenti negativi”. Ispirandosi alle conclusioni di questo e di analoghi test, in Italia il Cnr ha appena coordinato delle spedizioni sull’Appennino per selezionare “siti, percorsi, stagioni e orari” per poter respirare alte concentrazioni di aromi volatili nell’aria delle foreste. I ricercatori riportano che gli “oli essenziali emessi dalle piante e dal suolo sono tra i principali elementi che concorrono a rendere l’ambiente forestale benefico per la salute delle persone. (…) Incrociando i dati biochimici raccolti in foresta con i dati meteorologici, emerge che gli orari migliori per cogliere gli effetti benefici della foresta sono il primo mattino e le ore dopo mezzogiorno, in giornate soleggiate e con vento debole”.

“Ricaricare la natura, e noi stessi” non poteva che essere l’augurio per il 2020 lanciato dalle colonne del Guardian dallo zoologo e veterano del giornalismo scientifico George Monbiot, tra i primi attivisti britannici di Extinction Rebellion e pioniere del rewilding. La capacità di rigenerarsi è una linfa, sostiene l’ambientalista, per “tenere a bada l’eco-ansia” in aumento tra chi come Monbiot è in piena guerra contro l’emergenza climatica. Soprattutto gli adolescenti impegnati, denuncia la Climate Psychology Alliane, iniziano ad apparire stressati e spaventati. Temono di non poter contrastare gli effetti sempre più violenti del riscaldamento globale. Disintossicare le menti con una nuova cultura rigenerativa accresce anche la loro consapevolezza delle capacità personali, creando resilienza: riuscire ad adattarsi senza spezzarsi è lo spirito indispensabile per continuare a lottare compatti per il Pianeta, in modo da evitare la prospettiva di un collasso ecologico sempre più concreta. Rigenerarsi e rigenerare l’ambiente, anche a piccole dosi, è un passo ulteriore per rendere più efficaci le le battaglie sul clima che ci aspettano nei prossimi anni.

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