In 30 anni potremmo salvare gli oceani devastati dalla pesca incontrollata. Dobbiamo agire ora. - THE VISION

Dal mare e dalla biodiversità marina e costiera dipendono direttamente più di tre miliardi di persone, di cui una buona parte vive nei Paesi in via di sviluppo. Solo una gestione efficace e rispettosa delle risorse ittiche permetterà loro di continuare a nutrirsi di pesce ed evitare di svuotare completamente i mari e, quindi, di fare i conti con la perdita degli equilibri dell’ecosistema marino.

A ricordare l’importanza di una gestione ecosostenibile del settore è anche la ricorrenza della Giornata Mondiale degli Oceani, istituita dall’Onu: il tema di quest’anno è “Life & Livelihood” (“Vita e mezzi di sussistenza”); un’occasione in più per ricordare che il mare è essenziale per l’equilibrio degli ecosistemi, oltre che come fonte di reddito e di cibo per milioni di individui, e che non possiamo permetterci di rinunciarvi. Allo stato attuale non abbiamo altra scelta che rendere più sostenibile il settore della pesca.

Noi che viviamo in climi (più o meno) temperati nella parte privilegiata del Pianeta abbiamo la possibilità di scegliere cosa mettere nel piatto e al tempo stesso dovremmo avere il dovere di informarci sull’origine e la provenienza delle materie che acquistiamo, oltre che il diritto di ricevere un’educazione su come assumere i nutrienti a cui un’alimentazione che possa dirsi sana non può rinunciare. Se è vero che una dieta basata sui vegetali ci permette di ridurre il nostro impatto ambientale – dal momento che l’alimentazione resta uno degli ambiti in cui le scelte dei singoli individui incidono maggiormente sull’ambiente in modo diretto – non è realistico pensare di riuscire a imprimere una svolta di questo tipo al mondo intero, specialmente nei tempi, stretti, in cui una rivoluzione di questa portata sarebbe necessaria. La sostenibilità, però, non deve essere un lusso, anche perché spesso sono proprio le popolazioni che vivono a latitudini più sfortunate a pagare più duramente le conseguenze della crisi climatica, rispetto a cui noi occidentali relativamente benestanti siamo, ancora una volta, i più fortunati

La pesca non fa eccezione. Ci sono diversi aspetti, infatti, che rendono difficile abbandonarla, a partire da quello alimentare, dato che il pesce rappresenta il 20% dell’assunzione media pro capite di proteine animali per oltre 3 miliardi di persone al mondo, di cui una parte, proprio a causa dello stato in cui versano gli oceani, rischia di andare ad allargare le fila di coloro che soffrono la fame, già passati da poco più di 804 milioni di persone nel 2016 a quasi 821 milioni l’anno successivo. Anche sul piano economico questo settore resta molto importante, con circa 60 milioni di persone occupate tra pesca e acquacoltura, per la maggior parte in attività di piccole dimensioni di tipo artigianale, in Paesi in via di sviluppo; a questi se ne aggiungono altri 200 milioni, coinvolti nel settore della trasformazione e della commercializzazione dei prodotti ittici. Il pesce è quindi una fonte di sussistenza a cui non tutti possono rinunciare, contrariamente a noi privilegiati occidentali che abbiamo a disposizione una vasta scelta di alimenti più sostenibili, a basso prezzo e ampiamente disponibili. È però evidente che, per ragioni ecologiche, non è possibile incrementare di due terzi l’attuale quantità di pesce, come invece sarebbe necessario secondo le proiezioni della FAO del 2016 per nutrire una popolazione mondiale che supererà abbondantemente i 9 miliardi di persone entro il 2050.

Al momento, quindi, l’unica soluzione possibile è quella di limitare i danni dei settori economici irrinunciabili, cercando di renderli il più possibile sostenibili. Servono urgentemente risposte alternative ed efficaci e l’itticoltura non sempre è in grado di fornirle: nonostante l’esistenza di allevamenti ittici gestiti responsabilmente come quelli certificati da Aquaculture Stewardship Council, la maggior parte causa seri danni ambientali dovuti all’elevato uso di antibiotici, farmaci e antidepressivi somministrati ai pesci stipati in gabbie spesso innaturalmente piccole e che finiscono per contaminare le acque circostanti. Quanto alla pesca in mare aperto, come portato in luce – pur con tutti suoi limiti – dal documentario Seaspiracy, è molto difficile verificare il rispetto di criteri ambientali in tutte le fasi della filiera. Nel complesso, la strada perché il comparto ittico diventi davvero sostenibile è lunga, come dimostrano i numeri: uno stock marino su tre è sovrasfruttato, mentre tra un terzo e la metà degli habitat marini vulnerabili sono andati perduti; a questo sfruttamento sovradimensionato si aggiunge lo spreco di 10 milioni di tonnellate di pesci, annualmente ributtati in mare, morti o quasi, perché non conformi alle richieste del mercato.

Questo non significa, però, che tutte le attività di pesca siano uguali e che non sia possibile e, soprattutto, doveroso rendere più sostenibile questo comparto. In un panorama nel complesso desolante c’è uno spiraglio: se protetti dagli eccessi, gli oceani sono in grado di tornare in salute nel giro di un trentennio. Per ridurre la pressione sugli stock ittici e proteggere gli habitat marittimi, ad esempio, si può classificare il 30% degli oceani come aree marine protette, in cui la pesca, quindi, non è consentita. Tra le iniziative promettenti c’è anche il programma di certificazione ed etichettatura dell’organizzazione no profit MSC, impegnata da anni nella promozione di pratiche responsabili di pesca. Il suo programma è riconosciuto come efficace da diverse organizzazioni delle Nazioni Unite, compresa la FAO, che lo ritiene l’“unico strumento di misurazione scientifica per la certificazione della pesca selvaggia”, soddisfacendo, tra l’altro, anche i requisiti delle migliori pratiche riferite alla pesca stabilite dalla FAO stessa. L’efficacia di questo sistema è garantita non solo dall’applicazione del più diffuso indicatore di sostenibilità, l’MSY (“Maximum Sustainable Yield”), che indica la quantità di pesce che si può pescare in modo da lasciare in mare abbastanza esemplari affinché si possano riprodurre ai livelli naturali, senza ripercussioni sulle popolazioni ittiche e sugli equilibri tra le diverse specie; a questo si aggiunge la necessità di ridurre al minimo l’impatto sull’intero ecosistema e di gestire l’attività di pesca in modo da permettere al comparto di adattarsi al cambiamento. Quando si tratta di sostenibilità dei comparti economici, infatti, il rigore è indispensabile e deve essere applicato su tutti i fronti. Per questo, per rimanere nel programma MSC, le attività di pesca devono ottenere miglioramenti concreti e misurabili, tanto che delle totali 409 attività di pesca in possesso della certificazione MSC, 22 sono attualmente sospese a causa di mutate condizioni esterne o del mancato raggiungimento delle condizioni di miglioramento previste dal programma.

Iniziative come queste vanno implementate per ridurre il più possibile l’impatto delle attività economiche e alimentari umane sugli ecosistemi, partendo dal presupposto che, come tutti gli altri settori, anche la pesca, per quanto efficacemente gestita, non può evitare di averne. È quindi necessario agire su diversi fronti contemporaneamente, perché, come evidenzia l’Onu stessa, si tratta di un’attività a tutto tondo: fornisce notevoli ritorni economici e sostenta la vita di coloro che vi sono coinvolti, sia attraverso il guadagno che deriva dal loro lavoro sia in forma di nutrimento. La sostenibilità deve essere perseguita sul piano ecologico, economico e sociale. Per questo non bastano politiche di mercato per mitigare i problemi sul piano economico. Al monitoraggio della salute delle specie ittiche e al miglioramento della gestione della pesca si devono aggiungere l’informazione e la sensibilizzazione dei cittadini sull’impatto ambientale delle proprie scelte alimentari. Ma, prima ancora, serve un cambio di mentalità complessivo, che deve partire dall’ammettere una volta per tutte che non possiamo più considerare oceani e mari alla stregua di riserve infinite di risorse a nostro uso e consumo, una prospettiva dannosa che troppo spesso applichiamo anche a tutti gli altri settori economici.

Nel suo piccolo, chi non fa parte di comunità costiere e ha la possibilità di scegliere dovrebbe imparare a considerare il sushi e la grigliata di pesce per quel che sono: sfizi non privi di conseguenze. Ma allo stesso tempo, quando pensiamo a come attuare la sostenibilità in un certo comparto, non possiamo non pensare anche alle persone a cui quel comparto permette di sopravvivere. 


Questo articolo nasce in partnership con MSC in occasione della Giornata Mondiale degli Oceani dell’8 giugno 2021, per ricordare a tutti l’importanza di una pesca sostenibile come fonte di sostentamento che rispetta la salute delle popolazioni ittiche pescate e degli ecosistemi in cui avviene. Evidenze scientifiche dimostrano che una gestione sostenibile ed efficace della pesca permette alle popolazioni ittiche e agli ecosistemi di prosperare. Il programma di MSC è stato riconosciuto dalla FAO “unico strumento di misurazione scientifica per la certificazione della pesca selvaggia e il programma di etichettatura che soddisfa i requisiti delle migliori pratiche stabiliti dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura.”

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