Nella lotta per ridurre il nostro impatto ambientale non dobbiamo mirare alla perfezione, ma agire - THE VISION
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Chi giorno per giorno cerca di pesare meno sull’ambiente sa che il senso di colpa è sempre in agguato, perché all’aumentare della consapevolezza cresce anche la responsabilità che ci si sente addosso; ma se non bastasse questo, ad affliggere chiunque abbia coscienza ambientale ci sono anche tutti gli altri, tutti quelli che – magari peraltro senza impegnarsi allo stesso modo – sono pronti a sfoderare accuse di incoerenza davanti alla minima imperfezione. Usi solo vestiti di seconda mano? Eh, ma l’anno scorso hai preso un aereo. Sei vegano? Eh, ma hai comprato una bottiglia di plastica. E così via. Ma questa ricerca ossessiva dell’errore – nei propri comportamenti e in quelli degli altri – non è funzionale alla causa della difesa ambientale e climatica, anzi, può essere controproducente, trascinandoci in una sorta di guerra tra poveri che ci distrae da chi, davvero, ha la maggior parte della colpa: le grandi industrie inquinanti, i governi, le banche e il marketing che ci spinge all’iperconsumo.

I primi a insistere molto sulla responsabilità dei singoli, non a caso, sono proprio i grandi inquinatori, a partire dalle aziende del fossile, che con questa narrativa cercano di far passare inosservata la propria, di responsabilità; lo ha rilevato anche una ricerca dell’università di Sydney, che, analizzando centinaia di report, ha evidenziato che le campagne delle aziende del settore energetico tendono a scaricare la responsabilità sui consumatori: raccontandoci, di fatto, che se compriamo l’auto giusta, spegniamo le luci, installiamo i pannelli solari, allora possiamo salvare il Pianeta. Se non lo facciamo – dovremmo dedurne – è colpa nostra se i ghiacci si sciolgono, i terreni sono funestati da un’alternanza di alluvioni e siccità e il Pianeta è al collasso. Loro no, loro che guadagnano milioni da petrolio e automobili, dall’obsolescenza programmata degli oggetti che sembriamo condannati a ricomprare – senza pagare adeguatamente per i danni che provocano, dato che per lo più le tasse ambientali ricadono sui cittadini –, loro non c’entrano. La tattica è la stessa che, già dagli anni Settanta, le aziende produttrici di bibite applicavano, promuovendo il riciclo dei rifiuti per scaricare sui cittadini il peso di tutte le loro bottiglie di plastica.

Si potrebbe facilmente obiettare che se continuiamo a comprare bottiglie di plastica non possiamo lamentarci che le aziende le producano. Ma la verità è che gran parte del potere – economico e manipolativo – è in mano a loro, all’industria e al marketing, nel contesto di un sistema capitalista in cui tutte le nostre scelte, a partire da quelle d’acquisto, sono effetto di decisioni politiche e industriali che le influenzano. Questo sistema, costruito per farci produrre e consumare in un ciclo senza fine – da cui potremmo dirci estranei solo se ci ritirassimo forse in un eremo – rende ancor più difficile sottrarsi al richiamo del consumo e della pubblicità, una difficoltà aggiuntiva oltre alla resistenza al cambiamento che abbiamo per costituzione.

Queste difficoltà dovrebbero ricordarci che dobbiamo essere alleati l’un l’altro e non puntarci il dito addosso a vicenda facendo gatekeeping, perché nella sostenibilità, proprio come nelle diete, a contare non è “lo sgarro”, ma la quotidianità: non importa la perfezione, ma la capacità di cambiare le proprie abitudini e di sostenerne di migliori sul lungo periodo, nel modo più funzionale al proprio stile di vita, anche aiutando gli altri con l’esempio ad aprirsi a delle alternative agli stili di vita in cui siamo immersi fin dall’infanzia. Rinunciare più spesso all’automobile, ridurre o abbandonare i cibi di origine animale, trattare bene vestiti e oggetti per farli durare, acquistarli di seconda mano e ridurre gli sprechi sono azioni quotidiane che è facile attuare in presenza di amici, partner e colleghi che, così, possono esserne influenzati, per un positivo effetto domino che induce a riconsiderare le proprie abitudini insostenibili. Altri strumenti hanno un impatto forse pure maggiore, come il voto – uno dei più sottovalutati, anche considerando l’andamento dell’affluenza alle urne – e la scelta della banca in cui lasciare i propri risparmi, ma sono meno visibili agli occhi di chi ci circonda e richiedono un livello di approfondimento maggiore. Si può cominciare dal piccolo: perché poco è meglio di niente e perché nessuno è “nato imparato” e qualche volta fissarsi sulla coerenza può essere controproducente.

Se in Occidente diminuissimo complessivamente il consumo di prodotti animali del 50%, la riduzione delle emissioni inquinanti prodotte dal settore alimentare sarebbe di oltre il 70%; nel concreto, si tratta di fare otto-dieci pasti a base vegetale a settimana: una quota realizzabile. Non perfetta, perché si potrebbe fare di più, ma realistica. Accogliere gli sforzi di tutti, anche se non perfetti, non deve essere una giustificazione: non può valere la scusa di continuare ad avere la stessa alimentazione di sempre, continuare a fare shopping a ritmo insostenibile e prendere un aereo dietro l’altro anche se si hanno alternative, raccontandosi che basta farlo in modo consapevole e aggrappandosi al dogma inviolabile della scelta personale. Si fa fatica a considerare inviolabili le scelte personali che – fatte nell’ambito di diverse opzioni possibili e non imposte dalla necessità di chi, per esempio, può comprare solo da catene di fast fashion per ragioni di budget o di taglia – hanno effetti per tutti; effetti diretti, come le emissioni causate da un viaggio in aereo o i rifiuti prodotti dall’ennesimo pantalone che dopo due giri di lavatrice è già da buttare o che, semplicemente, non ci piace più, visto il ritmo con cui le mode vengono rimpiazzate; ma anche effetti più indiretti forse – perché meno visibili – come il supporto economico che diamo alle compagnie aeree comprando i loro servizi o alle catene di fast fashion che si arricchiscono sulle spalle di lavoratori sfruttati in condizioni indegne. Si potrebbero scrivere decine di pagine, poi, su quanto sia davvero libera una scelta fatta sotto la spinta di un bombardamento mediatico che influenza gusti e desideri, con la dopamina come strumento di ricatto per un po’ di piacere quotidiano a illuminare vite per lo più insoddisfacenti.

Le persone devono essere messe nelle condizioni di conoscere e comprendere questi meccanismi più grandi di loro: uscire da questi ingranaggi richiede una resistenza attiva contro le sirene del consumismo. Anche perché solo così possiamo davvero capire il senso e il peso reale delle nostre azioni, che restano rilevanti – per ragioni etiche, ma anche per l’effetto moltiplicatore dell’esempio positivo su chi ci circonda – ma che non bisogna fare l’errore di sovraresponsabilizzare; le reali possibilità di incidere sulla crisi climatica e per la mitigazione e l’adattamento climatico, infatti, dipendono in buona parte dalle politiche industriali e dalle decisioni economiche dei governi. Ed è, infatti, su governo e grandi industrie che dobbiamo fare pressione – anche tramite le nostre scelte d’acquisto – anche perché se non si attuano dall’alto delle vere politiche aziendali di sostenibilità e incentivi governativi per i comportamenti virtuosi e non si applicano leggi adeguate, a lungo andare il risultato per i cittadini impegnati sarà la frustrazione, che può spingere a rinunciare anche alle piccole azioni sostenibili, sentendo che è tutto inutile. Per contrastare questa impressione di impotenza, l’azione per il clima deve diventare collettiva e perché lo sia sempre di più bisogna allargare il movimento, accogliendo l’imperfezione e rendendo più facile per più persone unirsi, cosa che aiuta a combattere anche l’eco-ansia, il senso di isolamento che la intensifica e l’indifferenza. Solo così possiamo davvero frenare la crisi climatica: una singola azione che, da sola, può avere un effetto molto limitato, diventa invece infinitamente più incisiva se moltiplicata per cento, mille o un milione di persone, acquisendo un potere enorme di fare pressione sulle aziende e le loro politiche ambientali tramite i nostri acquisti e sui governi tramite il voto, le manifestazioni, le raccolte firme e altre forme di protesta.

Perpetuare un modello individualista che ha per protagonista il net-zero hero – perfetto e irreprensibile supereroe della sostenibilità – non aiuta a recuperare quel senso della comunità di cui abbiamo bisogno per cooperare e per esercitare empatia verso gli altri, per accoglierli e aiutarli, invece di puntargli il dito contro; altrimenti, la sostenibilità rischia di diventare una gara, l’ennesima performance che siamo chiamati a mettere in scena. A servirci non sono cittadini coscienziosi che rinunciano a impegnarsi per senso di impotenza e disillusione, e nemmeno pochi irreprensibili ambientalisti senza macchia, ma folle di cittadini che fanno il meglio che possono, anche se non sono perfetti. Abbiamo bisogno di fare tutti un po’, nella misura di quel che ciascuno può fare, uno stimolo a impegnarsi, senza sentirsi inutilmente in colpa, ma continuando a informarsi per migliorare.

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