Come gli schiavi bambini dei campi di cacao hanno portato in tribunale le corporation del cioccolato - THE VISION

Nel dicembre del 2020 i colossi Nestlé Usa e Cargill sono stati citati in giudizio davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti con l’accusa di favorire la schiavitù infantile nelle coltivazioni di cacao delle loro filiere in Costa d’Avorio. Le multinazionali in questione sono solo due di quelle coinvolte in un’azione legale promossa dall’organizzazione per i diritti umani International Rights Advocates per conto di otto ex schiavi bambini originari del Mali; questi, oggi giovani uomini, chiedono un risarcimento per il lavoro forzato, l’arricchimento ingiusto delle multinazionali, la supervisione negligente e il disagio emotivo provocato. Non si tratta di casi isolati, ma di un fenomeno radicato che, tra Ghana e Costa d’Avorio, riguarda, secondo il Dipartimento del lavoro statunitense, oltre due milioni di bambini sfruttati in coltivazioni che non sono di proprietà diretta delle aziende, ma dei loro fornitori. Quella dello sfruttamento del lavoro minorile è una piaga di proporzioni enormi legata alle altre problematiche della coltivazione del cacao, che non è, allo stato attuale, un prodotto sostenibile né sul piano ambientale né su quello sociale.

Alla base di tutto c’è una sproporzione enorme dei guadagni: l’industria del cioccolato vale 130 miliardi di dollari e si fonda su una filiera, quella della produzione e della lavorazione del cacao, i cui lavoratori nei Paesi esportatori (in testa Costa d’Avorio e Ghana, che insieme producono circa il 70% del cacao mondiale, seguiti da Cameroon ed Ecuador) guadagnano meno di un dollaro al giorno, ricavando solo il 6,6% del valore della vendita finale. Per i produttori locali è impossibile sostenere i costi della coltivazione e questo li spinge a impiegare anche i bambini, che così restano esclusi dal sistema scolastico, sono esposti a condizioni di lavoro pericolose e vengono pagati anche meno degli adulti, senza documenti né alcuna idea di come tornare a casa dalle piantagioni in cui sono stati attirati con inganni e promesse, come ha rilevato il team legale dell’accusa della class action di Washington che, durante le ricerche sul campo, ha trovato bambini che usavano machete e impiegavano prodotti chimici. Si tratta di abusi che alimentano la povertà nei Paesi coinvolti, contribuendo a farli rimanere in uno stato di dipendenza dalle multinazionali e dai Paesi ricchi, oltre a  danneggiare i bambini, che riportano traumi mentali e fisici a lungo termine. 

Nelle dichiarazioni ufficiali nessuno è favorevole alla schiavitù e i portavoce delle multinazionali del cioccolato affermano di non tollerare il lavoro forzato minorile e di impegnarsi per eradicarlo. Ma il problema non è né nuovo né in rapida via di risoluzione: quella del cacao è una filiera da tempo nel mirino delle organizzazioni internazionali per le sistematiche violazioni dei diritti umani. Già nel 2016 la Corte Suprema degli Stati Uniti ha respinto il ricorso di Nestlé, accusata di aver tratto vantaggio dal lavoro minorile in Costa d’Avorio, nel corso di un’azione legale promossa dal Labour Rights International Forum. Qualche passo avanti è stato però fatto, stando alla World Cocoa Foundation, i cui membri – tra cui appunto Nestlé, ma anche Hershey e Mars – si sono impegnati ad arrivare entro il 2025 alla copertura totale del monitoraggio e dell’abbandono del lavoro minorile nelle piantagioni dei loro fornitori, oltre a raggiungere tutti gli agricoltori coinvolti con programmi di formazione e sviluppo sulle buone pratiche agricole. Nel 2019 è stato anche innalzato del 20% il prezzo minimo del cacao per garantire ai produttori un reddito sufficiente. Misure che non hanno ancora risolto il problema del lavoro minorile, come dimostrano le rilevazioni del Norc (National Opinion Research Center) dell’Università di Chicago, da cui emerge che nel 2019 il 45% dei bambini che vivevano in famiglie di agricoltori nelle aree di produzione lavorava; un dato peggiorato dall’aumento, tra il 2008-09 e il 2018-19, della produzione di cacao del 62%, che ha fatto crescere il lavoro minorile nelle famiglie agricole di 14 punti percentuali.

Una criticità è che gli obiettivi per ridurre il lavoro minorile sono stati fissati, secondo Norc, senza tenere conto della complessità e della portata della condizione di povertà nell’Africa rurale, dove  un agricoltore  nel settore del cacao in media ha sei figli e un reddito di 40 centesimi di dollari al giorno. A complicare la situazione si aggiunge l’aumento della produzione di cacao negli ultimi decenni, spinto dalla domanda sempre crescente di questo prodotto, tanto richiesto che sono periodiche le carenze di cioccolato, con il relativo aumento dei costi di cui però non beneficiano i lavoratori di base della filiera. Spinti dalle paghe bassissime, infatti, gli agricoltori locali cercano da un lato di abbassare i costi impiegando i lavoratori minorenni e dall’altro di incrementare il raccolto con pratiche dannose per l’ambiente, come esporre le colture alla luce diretta del sole, che fa aumentare la produzione ma anche crescere erbe infestanti e il rischio di malattie per le piante. 

Questa pratica favorisce poi un ampio ricorso a erbicidi e pesticidi che non solo danneggiano il terreno e la salute dei lavoratori, ma in grandi quantità rafforzano anche la resistenza di piante infestanti e parassiti a questi composti chimici. L’aumento della richiesta di cacao ha fatto anche impennare la richiesta di terre coltivabili, ricavate distruggendo illegalmente foreste pluviali e antiche, con tutte le conseguenze che questo comporta, dalla perdita di biodiversità alla minore resilienza degli ecosistemi nei confronti dell’emergenza climatica. Nell’ultimo anno i rallentamenti dei trasporti intercontinentali dovuti al Coronavirus hanno bloccato tonnellate di cacao nei porti della Costa d’Avorio, che rischiano di andare sprecate a causa delle condizioni non ideali della conservazione. I problemi per i coltivatori e per l’ambiente sono ancora lontani dall’essere risolti, creando un circolo vizioso in cui le pratiche agricole insostenibili impoveriscono i terreni, facendo diminuire la produzione, cosa che induce i coltivatori a disboscare ancora, tanto che ben sette su 15 aree naturali protette in Costa d’Avorio sono ormai quasi interamente convertite a coltivazioni di cacao. 

Da questa filiera emerge in modo lampante che la sostenibilità ambientale è legata a doppio filo alla giustizia sociale. Anche in questo campo si stanno facendo dei passi avanti: la stessa World Cocoa Foundation, per esempio, promuove programmi per trovare risorse e tecniche ecologicamente ed economicamente sostenibili di coltivazione, aiutando gli agricoltori ad accedere a prodotti alternativi ai pesticidi e ai fertilizzanti nocivi e a metodi di irrigazione, compostaggio e gestione del suolo meno impattanti. Gli interventi per essere efficaci devono però unire ambiente e diritti dei lavoratori. 

Noi possiamo dare il nostro contributo cambiando stile di vita, chiedendo maggiore trasparenza da parte dei marchi dell’industria cioccolatiera e dei rivenditori, facendo  attenzione alla qualità e alla provenienza del prodotto di base, con certificazioni che attestino un equo compenso, un giusto trattamento dei lavoratori e il rispetto dell’ambiente. 

Questo impegno deve però essere sostenuto soprattutto dalle aziende con il maggiore potere economico, perché monitorino le condizioni di vita dei coltivatori impiegati dai loro fornitori e agiscano di conseguenza per garantire il rispetto dei diritti umani e del Pianeta. La responsabilità deve essere condivisa e devono essere chiari i criteri per fissare i doveri dei partner commerciali e dei produttori. Se la colpa diretta della schiavitù, del lavoro minorile e della distruzione ambientale ricade sui coltivatori, sono però i giganti del settore ad avere le possibilità di risolvere questi problemi e il potere e l’influenza necessari a cambiare il sistema che regola la produzione del cioccolato. In ultima battuta, sono i governi e le organizzazioni internazionali a dover pretendere trasparenza e fare pressioni sulle aziende, impegnandosi per liberare i Paesi in via di sviluppo da una nuova forma di colonialismo, forse meno visibile, ma non per questo meno dannoso.

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