Siamo i peggiori in Europa per inquinamento luminoso. È uno spreco assurdo. - The Vision

Secondo lo studio Light pollution in Usa and Europe: The good, the bad and the ugly (Inquinamento luminoso in America ed Europa: il buono, il brutto e il cattivo) pubblicato a ottobre sul Journal of Environmental Management, l’Italia è tra i Paesi europei dove la quantità di luce sprecata pro capite è più elevata, insieme a Portogallo e Spagna. La ricerca mette in relazione per la prima volta l’inquinamento luminoso con la densità di popolazione residente e al Pil, creando una mappa che elegge come più virtuosi gli Stati dell’Europa centrale e orientale. Sulle 1359 province europee della classifica, Napoli, Bolzano e Genova sono le uniche a posizionarsi nella prima metà, mentre ben 58 province italiane si trovano agli ultimi posti.

L’inquinamento luminoso è una delle forme più diffuse di alterazione ambientale, con le fonti artificiali che hanno ormai eclissato quelle naturali di Luna e stelle. Molte servono allo sviluppo e alla produzione industriale, a segnalare luoghi e a garantire il normale svolgimento delle attività quotidiane in ogni città, ma troppe sono superflue quando non direttamente dannose. L’International Dark-Sky Association definisce la situazione come “l’alterazione della naturale luce notturna, causata da un eccessivo, mal indirizzato ed inappropriato utilizzo di luce artificiale”. Non è un caso che i primi a denunciarlo siano stati gli astronomi, notando come i propri studi iniziassero a essere limitati dalla sempre minore qualità della visione del cielo notturno e dalla schermatura della luce dei corpi celesti. Da un punto di vista quantitativo l’International Astronomical Union ha stabilito che si tratta di inquinamento luminoso quando la luce artificiale propagata nel cielo notturno supera del 10% la luminosità naturale.

Porto di Napoli

Nel 2016 il fisico Fabio Falchi e l’astronomo Pierantonio Cinzano, dell’Istituto di Scienza e Tecnologia dell’Inquinamento Luminoso, hanno condotto insieme a un team internazionale di scienziati uno studio per aggiornare l’atlante mondiale dei livelli di inquinamento luminoso, realizzato per la prima volta nel 2001. Dai risultati emerge che i luoghi in cui è più difficile osservare la Via Lattea a causa delle fonti di luce artificiali sono l’area intorno alla metropoli del Cairo, nella regione egiziana del Delta del Nilo, il Belgio e la Pianura Padana. L’area italiana, insieme ad alcune regioni della Corea del Sud, risultano le più inquinate tra tutte quelle dei Paesi membri del G20. La presenza di luci artificiali è così massiccia da intaccare anche siti altrimenti incontaminati, come aree protette e parchi nazionali, perché di notte è facilmente osservabile a centinaia di chilometri dalla fonte, danneggiando i paesaggi notturni.

L’impatto ecologico dell’inquinamento luminoso è tanto grande quanto sottovalutato. Insieme al cambiamento climatico ha infatti avuto un impatto determinante nella scomparsa degli insetti volanti, di cui oltre la metà dipende dalla luce naturale per orientarsi, muoversi, sfuggire ai predatori, nutrirsi e riprodursi. Uno studio apparso nel novembre 2019 su Biological Conservation evidenzia come l’eccesso di luce artificiale renda difficile, per esempio, la riproduzione di specie come le lucciole, che per trovare un compagno si basano sulla bioluminescenza (segnali luminosi emessi direttamente dal corpo dell’animale). Le nuove fonti luminose attraggono gli insetti e gli uccelli migratori abituati a orientarsi con le stelle, portandoli a perdere l’orientamento e a morire bruciati per lo scontro con le luci artificiali. Le fonti di illuminazione urbane disturbano il ciclo di vita degli animali, alterano i rapporti tra preda e predatori e anticipano anche la fioritura delle piante. Una ricerca pubblicata su Proceedings of the Royal Society ha messo in relazione la data di germogliamento di faggi, sicomori e querce con i livelli di inquinamento luminoso delle aree in cui si trovavano, mostrando come nei luoghi più illuminati gli alberi hanno germogliato in media una settimana prima degli altri.

“La causa principale di questa catastrofe è l’incontrollata avidità umana. Nonostante la nostra intelligenza individuale e collettiva, ci comportiamo con scarsa lungimiranza, come fossimo una specie di vermi che consumerà tutto ciò che può fino a quando non ci sarà più nulla”, scrive il Guardian in un editoriale sulla scomparsa degli insetti. “La sfida di essere più intelligenti delle creature non dotate di cervello non sarà facile”. L’inquinamento luminoso è infatti prima di tutto un problema per la nostra salute e la nostra economia. Studi clinici dimostrano che ha un impatto su tre funzioni fondamentali del nostro organismo: quello circadiano del sonno-veglia, alterando l’orologio biologico, quello del sonno, riducendone la durata, e quello della produzione e secrezione di melatonina, che perde le sue proprietà antinfiammatorie, neuro e cardio protettive e antiossidanti.

Sembra poi che influisca anche sulla qualità dell’aria che respiriamo. Nel 2010 Harald Stark, ricercatore dello statunitense Noaa Earth System Research Laboratory, ha presentato uno studio che indicava quanto l’illuminazione notturna fosse capace di alterare le reazioni chimiche che avvengono nell’atmosfera durante la notte e nelle prime ore del giorno, influenzando le concentrazioni di alcuni inquinanti. I risultati preliminari hanno mostrato che le luci artificiali rallentano fino al 7% il processo di pulizia notturna dell’inquinamento atmosferico, portando il giorno successivo a un aumento del 5% delle sostanze responsabili dell’inquinamento da ozono.

Carlo Cottarelli, economista e direttore esecutivo nel Board del Fondo Monetario Internazionale, ha stimato che nel 2017 il consumo di energia elettrica pro capite in Italia per l’illuminazione pubblica è stato di 100 KWh, il doppio rispetto alla media europea. Questo dato si mantiene costante da almeno 10 anni, portando a una spesa complessiva annuale di 1,7 miliardi di euro, equivalenti a 28,7 euro pro capite rispetto a un costo medio europeo di 16,8 euro. “Il risparmio potenziale stimato nelle Proposte per una Revisione della Spesa Pubblica di marzo 2014 era di circa 300 milioni nel giro di tre anni. Le misure previste erano distinte tra misure di breve e di medio periodo”, ha scritto Cottarelli. Tra le prime rientrava lo spegnimento di impianti di illuminazione pubblica extraurbana e dei punti di luce di aree industriali, mentre le seconde consistevano nella sostituzione di impianti inefficienti e nel passaggio all’illuminazione Led. Nominato da Enrico Letta commissario straordinario per la revisione della spesa pubblica, Cottarelli aveva cercato di rilanciare, anche se rivista e integrata, l’operazione “cieli bui” ideata dal governo Monti e bocciata dal Parlamento nel 2012.

Negli ultimi mesi, i decreti emanati dal ministero dell’Ambiente hanno favorito l’impiego dei LED, efficienti ma anche molto inquinanti rispetto alle altre tecnologie presenti sul mercato, e hanno aggiornato i Criteri Minimi Ambientali, cioè i parametri da rispettare nelle gare d’appalto per l’illuminazione pubblica. La Legge di Bilancio 2018 ha invece definito la riduzione dei consumi per raggiungere obiettivi di risparmio ambiziosi, ma senza nessuna modalità concreta per raggiungerli, salvo dare la responsabilità a eventuali decreti della Presidenza del Consiglio dei ministri. Il risultato è che a oggi non esiste ancora nessun decreto dal valore nazionale e le leggi sull’inquinamento luminoso, quando presenti, sono emanate dalle Regioni.

Ogni volta che si parla di ambiente emerge a livello nazionale la mancanza di una volontà di mettere in campo azioni concrete, tanto per il contrasto all’inquinamento luminoso quanto per la stragrande maggioranza delle emergenze ambientali. I criteri minimi stabiliti sono un buon punto di partenza, ma non bastano. Serve una nuova strategia a livello nazionale per adeguarci almeno alla media europea di spesa e consumo elettrico, pari alla metà di quella italiana. Ridurre lo spreco di energia è un imperativo che non possiamo più ignorare, tanto per la salute umana, quanto per la tutela degli ecosistemi e degli esseri viventi che li abitano.

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