Fare la guerra è un disastro anche per il pianeta - THE VISION
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Ucraina, Striscia di Gaza e adesso anche Iran; e, ancora, Sahel, Repubblica Democratica del Congo e Sudan, i conflitti africani che, anche se i media non li raccontano, sono lontani dall’essere risolti. Queste e le altre molte situazioni di conflitto in giro per il mondo minacciano globalmente la vita di milioni di persone – secondo le stime, oggi almeno una persona su otto è esposta a guerre e conflitti armati –, distruggono infrastrutture, strade e scuole, sia danneggiando materialmente gli edifici che rendendo più pericoloso frequentarli o non sostenibile per le famiglie mantenere i figli mentre studiano. In ogni caso, a essere minato è il diritto di bambini e ragazzi di ricevere un’istruzione e, quindi, la base stessa del loro futuro. In definitiva, ne escono devastate le economie locali delle popolazioni coinvolte. Il danno concreto – innanzitutto in sicurezza e salute, ma anche economico – è enorme e giustamente è questa una delle prime preoccupazioni quando si pensa ai territori e ai civili coinvolti in situazioni di conflitto. Ma a passare più inosservato sulle pagine dei giornali è il danno ambientale che le guerre comportano; e sarebbe anche comprensibile, se non fosse che questo è altrettanto disastroso per il benessere futuro dei territori e dei loro abitanti. E oggi, in un’epoca in cui la crisi climatica è ormai palesemente in corso, è un aspetto che non possiamo più ignorare.

Striscia di Gaza, 2025

Sarebbe anche un motivo in più per scegliere la diplomazia invece delle armi. E invece, se già nel 2023 la spesa militare globale aveva raggiunto il record di 2.460 miliardi di dollari, oggi sulla base del piano di riarmo della Nato i Paesi aderenti possono destinare agli armamenti fino al 5% del PIL (per farsi un’idea, basti pensare che in Italia la spesa sanitaria assorbe poco più del 6% del PIL, quella per l’istruzione il 4%). Tra le conseguenze possibili, ce n’è una di cui i governi non sembra si stiano preoccupando: il riarmo da solo potrebbe aumentare le emissioni globali di quasi 200 milioni di tonnellate di CO2 all’anno, equivalente all’impronta carbonica del Pakistan, che è popolato da quasi 248 milioni di persone ed è tra i Paesi più inquinati al mondo. A livello mondiale, complessivamente le forze armate sono responsabili del 5,5% delle emissioni globali che, sempre per farci un’idea concreta, significa più di tutto il comparto dell’aviazione civile che, a sua volta, è il settore dei trasporti più inquinante. Le motivazioni sono varie, tra cui la massiccia richiesta di materie prime come acciaio e alluminio, attrezzature, macchinari e grandi quantità di carburanti come diesel e cherosene necessari alle operazioni di terra. I dati sono raccolti dallo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), un ente di ricerca indipendente focalizzato su conflitti, armamenti e disarmo, che cerca in questo caso di colmare lacune sulla nostra conoscenza in tema di impatto ambientale delle guerre, come sottolinea il Guardian, che fa notare che i trattati internazionali sul clima non obbligano i governi a dichiarare l’impronta carbonica dei propri comparti di difesa.

La Guerra del Golfo, 1990

Su trenta Paesi del continente europeo, infatti, solo Austria e Slovenia hanno fissato obiettivi chiari per arrivare alle zero emissioni nette nell’esercito; gli altri, sulla carta impegnati per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 – obiettivo, tra l’altro, supportato dai cittadini –, lasciano tranquillamente che i loro eserciti siano tra i maggiori emettitori di gas serra, senza contarli nel calcolo totale. Come quando eravamo piccoli e chiudevamo gli occhi per non vedere qualcosa che ci faceva paura, solo che per certe cose chiudere gli occhi non basta; anzi, ignorare la questione ci impedisce di affrontarla in modo adeguato. E dovremmo farlo eccome, specialmente oggi che – nel contesto mondiale che definire instabile sarebbe usare un eufemismo – assistiamo a un generale riarmo dei Paesi europei. L’Italia, ad esempio, nel corso di quest’anno è impegnata in oltre 30 missioni internazionali in giro per il mondo, dai Balcani occidentali all’Ucraina, dalla Libia al Libano, da Gaza al Corno d’Africa, con quasi 3mila militari coinvolti in una nuova forza ad “alta e altissima prontezza operativa”.

Donetsk Oblast, Ucraina, 2023

Già a inizio anno, con il piano ReArm la Commissione Europea ipotizzava una spesa graduale di 800 miliardi di euro, a carico dei Paesi membri, senza dover pesare sui vincoli stabiliti dal Patto di Stabilità e Crescita europeo, che obbliga i governi a rimanere all’interno di un preciso rapporto tra debito e PIL. Il problema è che questo equilibrio sottrae inevitabilmente risorse ad altri settori. Innanzitutto welfare e sanità, per esempio, e, contando che in Italia la spesa per il Servizio sanitario nazionale in rapporto al PIL è in calo da anni e che la nostra popolazione sta invecchiando inesorabilmente, con tutte le patologie e le cure necessarie – e, se anche voi lavorate in ospedale o conoscete qualcuno che lo fa sapete quanto problematica sia la situazione in quell’ambiente –, la situazione che si prospetta deve preoccuparci. A subire le conseguenze dello spostamento di finanziamenti verso il comparto militare, poi, è ovviamente l’ambiente: l’impegno europeo per l’adattamento climatico, pur buono sulla carta, era decisamente insufficiente a quanto la situazione richiedeva già prima che lo scenario geopolitico si surriscaldasse ulteriormente in questi mesi, figuriamoci adesso che tutti corrono a investire nella difesa, dimenticando che la crisi climatica è, appunto, una crisi e non è stata risolta. 

Un altro modo in cui i governi cercano di racimolare denaro è quello di definanziare i programmi di aiuto internazionale, compresi quelli di compensazione per i danni che, proprio a causa dei Paesi più ricchi e industrializzati, gli altri hanno subito; il governo britannico, ad esempio, ha annunciato tagli per 6 miliardi di sterline agli aiuti internazionali proprio per finanziare l’aumento della spesa militare, quello tedesco ha in programma di ridurre di quasi un miliardo di dollari i fondi per lo sviluppo e misure analoghe intraprenderanno Paesi Bassi, Finlandia, Svezia e Svizzera. Nessuno che pensi – non sia mai – a una tassa sugli extraprofitti o una patrimoniale sui redditi più alti. Tanto per cambiare sono, quindi, ancora i Paesi più poveri a subire le conseguenze peggiori di questo spostamento di risorse: se vanno avanti le tensioni internazionali e la corsa agli armamenti, dobbiamo immaginare che i 300 miliardi di dollari all’anno promessi alla Cop29 di Baku in aiuti climatici non arriveranno intatti a destinazione. Ma dirottarli dai progetti di contrasto agli effetti di inondazioni, siccità e cicloni verso finalità belliche rischia anche di alimentare l’inflazione e di aumentare i flussi migratori dai Paesi dove le conseguenze della crisi climatica si sommano e si intrecciano agli altri problemi di instabilità sociale e povertà. Inoltre, secondo gli esperti dell’organizzazione no-profit Energy&Climate Intelligence Unit definanziare i programmi internazionali di adattamento e mitigazione climatica avrà conseguenze dirette anche per l’Europa, che – oltre a subire un aumento del prezzo di prodotti importati come caffè, cacao e banane – vedrà ridimensionato il proprio ruolo in regioni strategicamente rilevanti, dove potrebbe crescere quello, per esempio, della Russia. 

Anche la sicurezza stessa dell’Europa sarà impattata dalle conseguenze ambientali dell’impatto di eserciti e guerre, come sottolineano gli esperti. Quasi sempre, infatti, dietro ai conflitti si nascondono cause – più o meno dirette – relative al controllo delle risorse: il caso pluridecennale israelo-palestinese è particolarmente emblematico, con l’occupazione militare israeliana dei territori palestinesi che ha un forte impatto ambientale, colpendo risorse fondamentali alla vita stessa, come l’acqua e la terra, necessarie per l’economia palestinese, che è in gran parte agricola; e ovviamente il controllo israeliano delle risorse, unito agli effetti della crisi climatica, peggiora le condizioni di vita nella Striscia – o, meglio, in quel che ne rimane – e in Cisgiordania.

Considerando che ogni tonnellata di anidride carbonica emessa costa all’umanità circa 1.347 dollari, come sottolinea ancora il Guardian, il riarmo potrebbe causare un danno ambientale equivalente a 264 miliardi di dollari all’anno, senza contare i costi indiretti, come, appunto, la riduzione dei fondi per la cooperazione internazionale e per le politiche climatiche, i cui effetti sarebbero poi a cascata. E allora perché continuare a fare guerre? Davvero non si trovano altre soluzioni? Forse il problema è che dalla guerra qualcuno continua a guadagnare e quindi gli stati, nonostante nella teoria dovrebbero impegnarsi per la pace e la diplomazia, non vi rinunciano mai del tutto. E per motivare le guerre è necessario fomentare nelle popolazioni i motivi per cui possono desiderare o quanto meno giustificare un conflitto: a partire dall’odio etnico e religioso e dalle ossessive narrazioni che fomentano lo spirito nazionalista dei cittadini e la loro dimensione identitaria, creata per opposizione all’altro. È, in fondo, un meccanismo non troppo diverso da quello che tiene in piedi il capitalismo, che crea bisogni per continuare a vendere merci e prodotti di cui, stringi stringi, non abbiamo poi bisogno. Ma questa è un’altra storia. Forse, perché in realtà il rapporto tra capitalismo e guerra è piuttosto stretto, e la questione del controllo e dello sfruttamento delle risorse in guerra lo dimostra.

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